martedì, Maggio 11

La 'minaccia russa' vista dai baltici field_506ffb1d3dbe2

0

flags

Almaty – I Paesi post-sovietici non vogliono più essere considerati tali. L’aggettivo post-sovietico ha ancora un sapore di transizione infinita. Figurarsi se questi Paesi, soprattutto a ovest di Mosca, si augurano che la storia si ripeta. Nelle battaglie geopolitiche tra Europa occidentale e Mosca quest’area è sempre stata la terra di conquista dell’una o dell’altra parte. Oggi, a quasi dieci anni dall’ingresso di Lituania, Lettonia ed Estonia nell’Unione Europea e a cinque anni dall’inizio del Partenariato orientale (con Bielorussia, Moldavia, Ucraina, Azerbaigian, Armenia e Georgia), questi Paesi preferirebbero che la loro sovranità territoriale e politica sia rispettata.

Questa introduzione storica serve a inquadrare meglio la risposta dei Paesi baltici alle azioni e alle dichiarazioni russe in merito all’Ucraina. Innanzitutto, da Vilnius, Riga e Tallinn è arrivata una condanna unanime alla violenza e un chiaro messaggio contrario alla possibilità dello scoppio di un conflitto armato con la partecipazione dell’esercito russo. Il presidente russo Vladimir Putin ha rigettato le accuse sull’affiliazione dei soldati presenti in Crimea con le forze armate di Mosca, mentre il Ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha parlato di «colpo di stato» circa l’insediamento del nuovo governo provvisorio. Queste azioni diplomatiche russe, tecnicamente appropriate, ma politicamente inopportune, lasciano riecheggiare un messaggio di occupazione militare presso i palazzi governativi baltici.

Nel linguaggio politico sul Baltico, i cinquant’anni di inclusione nell’URSS sono conosciuti come il periodo di «occupazione sovietica». L’aspirazione al modello scandinavo ed europeo di questi Paesi nel nuovo millennio vuole far dimenticare gli anni quaranta, durante i quali quest’area era contesa tra Stalin e Hitler. Quando guardano alla situazione in Ucraina, lituani, lettoni ed estoni vedono una nuova minaccia dalla Russia. Non solo sovietica: «se europei e americani avessero dato un’occhiata alla storia russa, avrebbero compreso che Putin sta agendo in maniera deliberata allo stesso modo della diplomazia russa dell’era imperiale», scrive da Tallinn Matthew Bryza, direttore dell’International Centre for Defence Studies (ICDS). Sulla stessa lunghezza d’onda il ricercatore dell’ICDS Erik Männik, che loda lo sforzo della popolazione ucraina come «eroico» e compara la situazione odierna all’intervento tedesco in Unione Sovietica durante il secondo conflitto mondiale. Anche il presidente estone Toomas Hendrik Ilves ha detto la sua, suggerendo ai Paesi vicini di incrementare le spese militari: «Gli eventi in Ucraina dimostrano che la lotta per i diritti umani e per la democrazia sta avvenendo anche in Europa. Questo manda un chiaro segnale all’Estonia e agli altri Paesi baltici: dobbiamo investire di più nelle nostre forze di difesa nazionale». La reazione estone è comprensibile, visto che dopo più di ventidue anni, proprio a metà febbraio Tallinn e Mosca hanno risolto l’annoso problema della definizione del confine. Il trattato del 2005 è stato finalmente ratificato anche dalla Russia, senza che però le tensioni politiche e diplomatiche siano state risolte.

In Lettonia, il presidente Andris Berzins, insieme alle altre cariche più importanti del sistema politico lettone, ha rilasciato un comunicato che sostiene l’integrità territoriale dell’Ucraina e condanna in maniera decisa lo «stratagemma giuridico» che viene usato per giustificare l’occupazione illegale del territorio ucraino in Crimea. Tuttavia, Riga non vuole per forza arrivare alle sanzioni contro la Russia. Come riportato da ‘Baltica‘, Berzins ha dichiarato: «Niente di positivo può arrivare, per limitare un’aggressione, da misure di embargo, queste misure in genere non riescono ad ottenere mai nessun obiettivo concreto, forse nel breve periodo possono essere necessarie, ma poi possono avere un effetto contrario».

La Lituania ha intrapreso una strada di intransigenza nei confronti della Russia, forse anche grazie alla sua distanza maggiore dal confine orientale con Mosca. Domenica scorsa, Vilnius ha richiamato il proprio ambasciatore in Russia, mentre il Ministero degli Esteri rilasciava un comunicato di condanna all’azione militare «russa» in Crimea. Una reazione molto forte, anche viste le smentite ufficiali della Russia di un coinvolgimento diretto in Ucraina. Il ministro dell’energia Jaroslav Neverovic ha spinto sull’acceleratore dell’integrazione dei mercati energetici regionali, «che potrebbero aiutarci a salvaguardare la sicurezza degli approvvigionamenti energetici». I Paesi baltici sono molto dipendenti dalla Russia dal punto di vista energetico e l’interconnessione tra i gasdotti della rete europea e la costruzione di terminali portuali per l’importazione di gas naturale liquefatto sono in agenda già da qualche anno. Ora la chiave è forzare l’adozione delle misure necessarie all’implementazione di questi progetti. «Grazie a Dio siamo membri della NATO» ha detto lunedì scorso la presidente Dalia Grybauskaite. E proprio la partecipazione all’Alleanza Atlantica la sicurezza in più per questi Paesi nei confronti di quella che viene percepita come una costante minaccia russa.

Durante questo gioco di percezioni e sentimenti di ostilità, ecco un’intercettazione telefonica che ha ridimensionato l’appoggio occidentale verso le opposizioni ucraine che adesso hanno preso il potere a Kiev. La telefonata tra il ministro degli esteri estone Urmas Paet e il capo della diplomazia UE Catherine Ashton, si è conclusa con l’ammissione del ministro estone che a finanziare e armare i cecchini che spararono sulla folla circa due settimane fa a Kiev fossero state proprio le forze di opposizione sostenute da Europa e USA. A sedere a capo del governo provvisorio, oggi è proprio Arseniy Yatsenyuk, l’uomo preferito durante un’altra intercettazione telefonica, quella diventata famosa per il «Fuck the EU» pronunciato dall’assistente del Dipartimento di Stato, Victoria Nulan. Secondo le informazioni ricevute da Paet, a sparare furono cecchini al soldo del governo e delle opposizioni.

La telefonata è stata intercettata proprio il giorno dopo la conferenza stampa di Putin, durante la quale il presidente russo aveva lasciato intendere che non era chiaro chi fosse dietro alle sparatorie di Kiev. La fonte dell’intercettazione è un video di YouTube, riportato poi da ‘Russia Today‘ il canale anglofono della tv di stato russa, un particolare che ha alimentato la diffidenza occidentale sulla veridicità dell’intercettazione. Tuttavia, la conferma della telefonata è arrivata da Tallinn, che non ha evitato le domande dei giornalisti, attestando la veridicità del contenuto pubblicato. Dall’UE, invece, nessuna risposta. Un ‘no comment’ molto rumoroso, specialmente in Russia, da dove sono piovuti innumerevoli ‘ve l’avevamo detto’.

Intanto, due presentatrici di ‘Russia Today‘ hanno dichiarato la propria contrarietà alle azioni della Russia in Ucraina, una rara condanna morale da parte di giornalisti che lavorano per l’azienda di stato russa. Una delle due si è formalmente dimessa, ricordando di essere la figlia di due rifugiati politici che sono stati accettati dagli Stati Uniti mentre fuggivano dai carri armati sovietici che entravano a Budapest nel 1956. La pluralità che sta emergendo in Russia segnala il rischio politico che Mosca sta correndo con le azioni diplomatiche e militari in Ucraina.

Questo è ben noto ai Paesi baltici, che approfitterebbero di qualsiasi occasione per indebolire il proprio scomodo vicino. La proposta energetica lituana è quella più lungimirante fino a ora. Esclusa la partecipazione delle forze NATO, forse sarebbe il caso di sollecitare l’impegno di OSCE e Unione Europea. Gli aiuti inviati da Bruxelles hanno bisogno di trovare a Kiev un governo legittimo e popolare. Solo in questo modo si può frenare l’escalation.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->