martedì, Aprile 20

La mascherina di Conte, segno di una crisi che avanza I passi felpati del PD tengono banco, tra alleati deboli e in confusione, con Dario Franceschini che punta al Quirinale e un Giuseppe Conte che con quella mascherina indossata esprime la ‘cifra’ del tempo che viviamo e non rischia la poltrona

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Le immagini, i gesti. Di questi tempi di Covid-19 resteranno le sequenze di camion militari che di notte trasportano le bare delle vittime della pandemia, morti in solitudine, dopo una terribile agonia; l’infermiera distrutta dalla fatica, che si accascia sulla tastiera di un computer; il viso di una collega, segnata dall’elastico di una mascherina indossata per ore e ore… A questa ‘galleria’ della sofferenza, da poche ore, un’altra sequenza: la conferenza stampa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel cuore della notte appena trascorsa. Conta poco, il contenuto, anche perché di contenuti, al di là degli auspici e delle raccomandazioni, ce ne sono ben pochi. Conta l’immagine: il capo del Governo indossa la mascherina, mentre parla, e nonostante la distanza garantisca che non c’è pericolo. Quella mascherina indossata è lacifradel tempo che viviamo, che ci toccherà vivere per chissà quanto tempo.
Quel gesto è il messaggio. Accompagnato da un preambolo che mira ad azzerare possibili polemiche relative alla modalità della comunicazione: conferenza stampa notturna, a reti pressoché unificate; unparlarediretto al Paese. Conte ha cura di precisare di aver reso partecipi i presidenti di Camera e Senato, e i leader dell’opposizione.

Sottolineatura che tuttavia non sopisce le polemiche all’interno della maggioranza: il Partito Democratico da una parte, Italia Viva dall’altra, chiedono un’azione più incisiva, sia sul fronte della prevenzione del contagio, sia per quello che riguarda le politiche economiche prossime future.
Per quel che riguarda le opposizioni, se l’obiettivo era quello di coinvolgerle, l’obiettivo non è riuscito. Il leader della Lega Matteo Salvini fa sapere di essere stato raggiunto da una telefonata di Conte appena un minuto prima della conferenza stampa; «Dopo mesi che facciamo proposte su lavoro, scuola, cassa integrazione e sanità, inascoltati, una telefonata di 60 secondi alle 21:31, prima di andare in diretta tv. Non è questo il mio concetto di collaborazione», dice irritato Salvini. In effetti, qualche ragione il leader del Carroccio ce l’ha. Conte fa sapere che non ha in programma incontri con le opposizioni perché i confronti «si fanno solo in Parlamento». Ecco, dunque, che le misure restrittive anti Covid e la Nota di aggiornamento al Def non hanno visto la partecipazione delle opposizioni. Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni non sono stati avvisati.
Questa volta Salvini riceve una telefonata che lo informa delle misure adottate. Telefonata, lamenta il leader della Lega, arrivata a decisioni prese. Ironia: Salvini nel suo intervento al Senato lo scorso martedì, tra l’altro dice: «Gli italiani ci chiedono di lavorare insieme, non fate da soli. Se avete voglia, un contributo sappiamo darlo. Aspettiamo una sua telefonata». Conte lo ha preso in parola…

Polemici anche molti amministratori locali: accusano il Governo di scaricabarile. Il presidente dell’Anci e sindaco di Bari, Antonio De Caro attacca: «Il governo, senza affrontare il tema nelle numerose riunioni di queste ore, inserisce in un Dpcm una norma che sembra avere il solo obiettivo di scaricare sulle spalle dei sindaci la responsabilità del coprifuoco agli occhi dell’opinione pubblica. Questo non lo accettiamo. Ci saranno le forze dell’ordine a controllare le aree pubbliche in cui sarà vietato l’ingresso e a riconoscere residenti e avventori dei locali? I cittadini non si sposteranno da una piazza a un’altra? Nei momenti difficili le istituzioni si assumono le responsabilità, non le scaricano su altre istituzioni con cui lealmente dovrebbero collaborare. I sindaci sono abituati ad assumersi le loro responsabilità. Vorremmo che tutte le istituzioni facessero lo stesso».

Torniamo alla maggioranza. Il Movimento 5 Stelle appare più che mai debole e diviso, si muove come un pugile che abbia subito l’offensiva di un Mike Tyson. Matteo Renzi si agita molto, ma Italia Viva è appannata, priva di respiro strategico, una tattica che lascia il tempo che trova. E’ il Partito Democratico, sia pure con i passi felpati di Nicola Zingaretti, suggeriti dal gran consigliere Goffredo Bettini, che tiene banco. C’è poi un personaggio forte, che si muove con la prudenza del vecchio democristiano del tempo che fu: Dario Franceschini. Si muove, dicono gli esperti del ‘Palazzo’ come una specie di ‘premier ombra’. E’ Franceschini che convoca un vertice di maggioranza e richiede il Consiglio dei ministri all’insegna del ‘non c’è più tempo da perdere’.

Su questo fronte, tuttavia, Conte non ha granché da temere. Si può azzardare una previsione: durerà, al centro di turbolenze, ma non tali da pregiudicare il suo governo. Nessun rimpasto in vista, navigazione a vista, per sopravvivere. Il PD, circondato da alleati deboli e fragili, avrà buon gioco a scaricare sulle loro spalle fallimenti e colpe. Alla fine potrebbe davvero essere Carlo Calenda, autocandidatosi per la carica di sindaco di Roma in alternativa a Virginia Raggi e (forse) Massimo Giletti per il centro-destra. Calenda potrebbe essere, per Zingaretti, l’equivalente di una quadra: un candidato per quella impegnativa e logorante poltrona, non si trova. Se Calenda vince, bene; se perde, è suo il fallimento.

A Conte l’onere e la responsabilità gravosa di contrastare la pandemia e la manovra da cui dipende il destino economico del Paese. Resta la casella più ambita: la presidenza della Repubblica. Quella a cui punta Franceschini.

Se poi si vuole spendere qualche parola per l’azienda Italia, politiche di ripresa dello sviluppo e dell’occupazione dovrebbero essere la preoccupazione prioritaria di una classe politica degna di questo nome: un ‘disegno centrale’ che rifletta l’idea dell’Italia che si vuole, e che si muova su strategie parallele: indicare, da una parte, i principi ispiratori della prossima legge di bilancio e dall’altra definire i piani per accedere al Recovery Fund. Significa mettere da parte i libri dei sogni, scegliere i filoni cruciali per l’utilizzo dei fondi del Recovery Fund. Un ‘disegno centrale’, non decisioni per segmenti o sommatoria di richieste.
Non sembra propria aria.

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