domenica, Maggio 16

La Marina dopo De Giorgi: oltre soldi, serve politica

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Ecco, appunto: la riflessione sulla politica marittima in Italia è sufficiente?

No. Vedo molti convegni sulla dimensione cyber, che senz’altro è all’onore delle cronache, dimensione anche molto interessante. Ma vedo pochissima attenzione a una chiara politica, su quello che è il naviglio mercantile, i nostri porti essenziali, e quindi anche lo strumento militare. E’, invece, una riflessione urgente. Noi rischiamo di perdere il primato con Gioia Tauro sotto la concorrenza del Pireo e anche di Tangermed. Questo, in una situazione del calo dei traffici complessivi attraverso il canale di Suez, benchè sia stato finalmente ampliato, e con uno scenario a medio-lungo termine di scioglimento dei ghiacci dell’Oceano Artico. Quindi abbiamo un problema estremamente serio, senza nemmeno dover parlare di minacce o di rischi. Vedo che se ne parla molto poco. Noto che non c’è ancora un collegamento ferroviario decente tra Gioia Tauro e Amburgo-Rotterdam. Mentre i piani di cinesi puntano, per esempio, al Pireo, e, evidentemente, a Venezia-Mestre. Questo avviene nel silenzio più completo. Mi pare che sia arrivato il momento di mettere insieme delle dimensioni che gli specialisti conoscono, ma che una serie di decisori non vedono sul loro schermo radar.

 

E per quanto riguarda le sfide che ci pone la situazione internazionale in termini di sicurezza, per non parlare della nostra appartenenza alla NATO, com’è messa l’Italia?

Qui abbiamo un quadro che in parte dipende da noi e dalle nostre scelte e in parte no. Io non sono uno di quelli che crede che Vladimir Putin domani invaderà le Repubbliche Baltiche. Però, ovviamente, c’è un pericoloso precedente di modifica delle frontiere senza dei trattati che la sorreggano, in chiara violazione alla legalità internazionale. Poi c’è in corso una guerra estremamente sanguinosa in Siria e in Iraq, dove i confini sono completamente saltati. In questo contesto è chiaro che la Marina Militare italiana deve affrontare tre ambiti. Il primo è la credibilità all’interno della NATO, che non riguarda solo le spese ma è una credibilità politica (e qui abbiamo notato una carenza della dimensione politica dell’Alleanza). Poi c’è un problema di credibilità della difesa europea, che sappiamo tutti che è sotto il contraccolpo dell’assalto finanziario all’euro. Infine, c’è un problema di diretta responsabilità nazionale che ci riguarda da vicino. È chiaro che la dimensione marittima non è più soltanto quella del Mediterraneo allargato, benchè ci siano stati chiari intenti del Ministro della Difesa Roberta Pinotti di limitare la portata delle nostre responsabilità in ambito geografico. Speriamo che il mondo vada così, ma la dimensione navale è una dimensione che non ha confini. In questo senso i programmi che stiamo sviluppando vogliono rimpiazzare delle unità vecchi e sono dei programmi che, soprattutto con i pattugliatori avanzati, fanno delle scelte importanti. Dobbiamo concentrare più capacità e investimento su una singola unità in modo che possa svolgere diversi compiti. Così come la portaelicotteri prevede di avere tutto il necessario per usare degli F-35. Ci auguriamo che il programma vada avanti, nonostante i costi elevati. In questo contesto, la Marina si sforza con le risorse assegnate di mantenere un suo livello, che non è più strettamente mediterraneo, ma è un livello più ampio come richiesto non solo dall’esterno ma proprio dalle necessità geoeconomiche e geopolitiche del momento. Bisognerà vedere come verranno realizzati i programmi e quale logistica hanno dietro, perchè una delle debolezze ricorrenti degli strumenti militari italiani è che spesso la prima linea c’è, ma il sostegno logistico non è esattamente di tipo americano. Quando si arriva al dunque ci dovrebbe essere un sostegno forte e impiegare forze maggiori di quelle previste inizialmente.

 

Quanto tematiche così tecniche, e, per tanto, per loro natura, complesse, sono recepite dalla politica e dall’opinione pubblica con la quale la politica deve fare i conti?

Sono trent’anni che vedo l’evoluzione dell’opinione pubblica italiana in questo settore. Molti miei colleghi continuano a lamentare una forte apatia e disinteresse. Io, invece, negli ultimi cinque anni ho visto una crescita forte nell’interesse per capire come funziona il mondo. Evidentemente, nonostante la povertà dei grandi mezzi di comunicazione italiani, si sa che c’è un mondo là fuori. Questo dimostra che c’è un campo vastissimo dove spiegare e far capire. Poi c’è il problema di ‘come’ si spiegano queste cose, e qui bisogna avere l’umiltà di saper spiegare cose complesse con un linguaggio semplice e chiaro. Infine, c’è il problema non tanto della recettività mentale della nostra classe dirigente, anche se si sente molto la mancanza di una formazione adeguata alla politica. Mentalmente, una serie di parlamentari queste cose le capiscono; è il passaggio dal pensiero all’azione che difetta. Un pezzo di strada dovrebbero farla i media convenzionali di massa che dovrebbero aprirsi di più al mondo e fare un salto di qualità, cosa che stentano visibilmente a fare.

 

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