sabato, Ottobre 23

La Marina dopo De Giorgi: oltre soldi, serve politica

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Il vertice della Marina è nell’occhio del ciclone, il suo Capo di Stato Maggiore, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, indagato, dalla Procura di Potenza, per associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze e per concorso in abuso d’ufficio, oggi sarà ascoltato per la prima volta dai pm che indagano sulla vicenda di Tempa Rossa. Ma la Marina Militare italiana come sta? Una preoccupazione ben motivata, considerando il ruolo decisamente strategico che riveste, «un ruolo insostituibile a difesa degli interessi nazionali », chiamata a svolgere compiti «molto  diversi  tra  loro,  che  vanno  da  quelli  di  tipo  strettamente  militare  alle operazioni  di  sicurezza  navale  e  all’assistenza  umanitaria,  come  nel  caso  del  soccorso ai migranti», come scriveva qualche mese fa lo stesso De Giorgi. Il quale, ben consapevole di cosa la Marina rappresenti per il futuro del Paese, è stato tra gli artefici della così detta Legge navale, un programma di ammodernamento della Marina italiana, uno strumento finanziario pluriennale del valore di 10 miliardi di euro (oltre la metà dei quali già stanziati), che, secondo gli analisti militari, porterà l’Italia ad avere una flotta degna di stare alla pari con le maggiori marine europee, caratterizzata da minori costi di gestione, con equipaggi più ridotti e, soprattutto, con un’intrinseca capacità dual-use, ossia la possibilità di essere impiegata prontamente  -senza necessità di ulteriori investimenti, né di modifiche strutturali-  anche in compiti non-militari.

Con Alessandro Politi, analista politico  e  strategico  con  30  anni  d’esperienza, Direttore  della  NATO Defense  College  Foundation,  l’unico  centro  di  ricerca  non  governativo  affiliato  direttamente  alla NATO, già consulente presso Ministeri della Difesa italiana e stranieri e il COPASIR, abbiamo cercato di capire lo stato di salute della Marina Militare italiana, al di là delle dotazioni, e degli uomini, che passano. Il mandato di De Giorgi, infatti, anche se l’Ammiraglio dovesse non lasciare l’incarico causa le vicende giudiziarie (come sembrerebbe, invece, preferire il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, in aperto contrasto con Palazzo Chigi che ha scelto di difendere il Capo di Stato Maggiore anche pubblicamente) scadrà a giugno.

 

 

Politi, Lei che la Difesa italiana la conosce da molto vicino, dove, a Suo parere, sta andando la Marina Militare italiana?

La Marina italiana va dove vanno le decisioni di una classe dirigente. Non solo i decisori politici, ma anche quelli della tecnostruttura e i decisori imprenditoriali, il settore economico, burocratico e politico la cui risultante è una serie di programmi. Anche le politiche di addestramento sono decisive, perché le navi senza persone ben addestrate non possono rendere. Da questo punto di vista è chiaro che c’è un segno di continuità. La Marina italiana ha conosciuto, nello scorso secolo, una crescita molto forte legata al  dopo-unificazione, al primo dopoguerra, nell’ambito della ricerca di un ruolo di potenza regionale rilevante a livello mondiale. Questo era quello che noi cercavamo di fare e questo fu anche quello che tentò il regime di Mussolini. Dopo la sconfitta c’è stata una secca ‘censura’ che ha limitato, per moltissimo tempo, i compiti e anche le ambizioni della Marina Militare italiana al Mediterraneo a un ruolo di protezione dei nostri traffici ravvicinati e dei dispiegamenti dei nostri maggiori alleati. Questo è un dato che è andato cambiando durante la guerra fredda, tra gli anni Settanta e Ottanta, con una visione di un Mediterraneo allargato. Quindi un Mediterraneo che si estendesse al Mar Rosso e al Golfo Persico. Oggi, e questo è ovviamente un pensiero non ufficiale, ma molto chiaro nei nostri ambienti marittimi italiani, il vecchio ‘Mare Nostrum’ non è più il Mediterraneo ma è il ‘Cindoterraneo’, quindi un Mediterraneo che è chiaramente il terminale di traffici da Cina, India, Golfo Persico, Africa via Suez, e quindi, per ora, Gioia Turo, sotto l’impetuosa concorrenza del Pireo, in mano cinese. Questo è un dato che ancora resterà fino a quando la Cina sarà uno dei motori dell’economia. Basti pensare che durante le rivoluzioni arabe i cinesi hanno evacuato trentacinquemila dei loro concittadini impegnati in vari Paesi, cioè l’equivalente di tre divisioni e mezzo. Questo è il cambio strategico che ha il Mediterraneo e ovviamente la Marina, insieme al resto del Paese: si cerca di andare in una determinata direzione, sapendo quali sono i problemi non solo di risorse ma anche di consapevolezza decisionale. E’ chiaro che a livello di tecnostruttura si hanno le idee abbastanza chiare, c’è anche una certa continuità generale tra i programmi su quello che è uno strumento adeguato per determinati compiti. Ma è altrettanto chiaro che è necessaria una consapevolezza politica che, se esiste, non è sempre molto visibile.

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