giovedì, Maggio 13

La marcia del primo luglio e la lotta per il suffragio universale field_506ffb1d3dbe2

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Il primo luglio del 1997 la Gran Bretagna cedette la sovranità su Hong Kong alla Repubblica Popolare Cinese. La ricorrenza viene celebrata da Pechino come un momento glorioso nella storia del Paese dopo il ‘secolo dell’umiliazione‘ in cui le potenze occidentali e il Giappone invasero la Cina. Secondo ‘China Daily‘, quest’anno 450,000 persone hanno partecipato alle cerimonie tenutesi a Tamar, dove si trova la sede del governo regionale di Hong Kong. Alcuni cittadini intervistati dal giornale hanno dichiarato che la vita è migliorata nei diciassette anni dopo la fine del governo coloniale britannico.

Ma a poca distanza dai luoghi delle celebrazioni ufficiali migliaia di manifestanti occupavano il centro di Hong Kong, non per festegggiare il ritorno alla Cina, ma per chiedere più democrazia. La marcia del primo luglio ha messo in evidenza le contraddizioni dell’era postcoloniale. Ciò che per Pechino è un giorno di festa, è per molti cittadini di Hong Kong un’occasione per dar voce alla loro insoddisfazione nei confronti del governo comunista. Secondo Johnson Yeung, membro dell’ FCDU (Fronte Civile per i Diritti Umani) che ha organizzato la marcia, questo è un grande passo avanti per lo sviluppo politico di Hong Kong. «Sempre più giovani sono coscienti delle delusioni e dei fallimenti causati dal governo centrale cinese. Noi crediamo che la disobbedienza civile sia il modo migliore per combattere per la democrazia» ha dichiarato.

Secondo i promotori del movimento 510,000 persone hanno partecipato alla manifestazione, mentre la polizia parla di 98,600. La marcia è iniziata a Victoria Park, dove migliaia di persone si sono radunate alle 15:00 per poi proseguire verso Central, il cuore finanziario e commerciale della città.

Pochi giorni prima della marcia del primo luglio ‘Occupy Central with Love and Peace‘, un movimento che si batte per introdurre il suffragio universale, aveva indetto un referendum sulla questione del sistema elettorale da adottare per le elezioni del 2017. Prima dell’inizio delle votazioni, però, le pagine web di Occupy Central e di Next Media, uno dei maggiori gruppi editoriali di Hong Kong e sostenitore del referendum, sono state vittime di un attacco hacker che le ha bloccate per diverse ore. «E’ chiaro che chiunque ci sia dietro vuole mettere a tacere la voce del referendum», ha dichiarato Jimmy Lai, il proprietario di Next Media. «Non siamo attualmente in grado di fermare attacchi di queste dimensioni. Stiamo cercando dei sistemi di difesa migliori

Diversi politici cinesi avevano già fatto capire che le spinte democratiche e autonomiste di Hong Kong non sono gradite al regime comunista. Lo scorso anno Qiao Xiaoyang, il presidente del Comitato Legislativo del Congresso Nazionale del Popolo, aveva dichiarato che il futuro Capo Esecutivo di Hong Kong deve «amare il Paese e amare Hong Kong», un modo indiretto per dire che il leader della Regione Amministrativa Speciale deve essere approvato dal PCC (Partito Comunista Cinese). Il giornale filo-governativo China Daily‘ ha definito il referendum «una frode politica incostituzionale». La testata ha duramente criticato gli organizzatori del movimento, sostenendo che esso è destinato a causare scontri violenti. «Non vi è alcun dubbio», ha scritto il giornale, «che non appena la manifestazione illegale bloccherà il traffico molte persone affronteranno gli ‘occupanti’. Quando ciò avverrà, atti di violenza saranno inevitabili, soprattutto considerando il comportamento di alcuni membri dell’oposizione radicale. Vi sono studenti troppo ingenui per discernere le menzogne degli organizzatori, ma essi sono abbastanza grandi da poter scegliere di diventare martiri nel nome della ‘vera democrazia’. Appariranno sulle prime pagine dei giornali quando il massacro avrà luogo.»

Il 10 giugno il Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato un libro bianco  nel quale Pechino ha riaffermato che, secondo quanto prevede la Legge Base, la mini-costituzione di Hong Kong, la Regione Amministrativa Speciale è subordinata al governo centrale. Secondo Joseph Cheng, professore di scienze politiche alla City University di Hong Kong, questo è un chiaro messaggio ai gruppi filo-democratici che vogliono limitare l’influenza del governo comunista su Hong Kong.

«Penso che questo faccia parte di una campagna fatta con lo scopo di avvertire i cittadini di Hong Kong che dobbiamo accettare il sistema elettorale che ci verrà imposto, il quale probabilmente verrà basato su proposte di gruppi vicini a Pechino,» ha dichiarato.

Nonostante le intimidazioni, però, 787,767 cittadini di Hong Kong hanno partecipato al referendum di ‘Occupy Central’, dando un chiaro segnale che il desiderio di creare un sistema politico più democratico è condiviso da una gran parte della popolazione. Il numero dei partecipanti alle votazioni, pari al 22% degli aventi diritto al voto, ha sorpreso persino gli organizzatori, che si aspettavano un afflusso di circa 100,000 persone. Il referendum non ha valore legale, ma ha comunque aumentato la pressione sulle autorità centrali.

Il governo comunista di Pechino ha subito condannato il referendum, definendolo «illegale e non valido.» Il Consiglio di Stato ha dichiarato che il referendum non può che ritardare l’introduzione del suffragio universale e che coloro che lo hanno organizzato non fanno altro che «portare avanti i loro interessi personali violando lo stato di diritto, disturbando l’ordine sociale di Hong Kong, e ritardando il progresso del suffragio universale.»

Il referendum ha però dato una legittimazione ancora maggiore a coloro che chiedono più democrazia, tanto che persino Leung Chun-ying, l’attuale Capo Esecutivo di Hong Kong che è considerato leale alla leadership comunista di Pechino, ha criticato il ‘Global Times, una testata governativa, per aver scritto che gli 800,000 partecipanti al referendum non sono nulla se paragonati al miliardo e  trecento milioni di abitanti della Cina continentale (che sono sotto il controllo diretto della dittatura comunista). Leung Chun-ying ha dichiarato che le persone che hanno votato, indipendentemente dal loro numero, stavano esprimendo il loro desiderio di eleggere il Capo Esecutivo in modo democratico, aggiungendo poi, in diretta risposta a chi definisce il referendum illegale, che nessuna delle persone che ha votato verrà perseguita penalmente. Ciò non significa che il governo di Hong Kong sostenga il referendum. Leung ha infatti confermato che la Legge Base non prevede la nomina dei candidati per il ruolo di Capo Esecutivo per suffragio universale.

Ma nonostante l’atteggiamento parzialmente conciliatorio e di mediazione delle autorità di Hong Kong la situazione è molto tesa. Finora il governo di Pechino è rimasto inflessibile di fronte ai movimenti filo-democratici di Hong Kong. La marcia del primo luglio era talmente sgradita alla leadership comunista che essa non ha permesso ai media cinesi di parlarne. Ad esempio Weibo, un popolare social network cinese, è stato sottoposto ad una censura più severa di quella attuata per l’anniversario del massacro di Tiananmen del 1989.

Secondo Weiboscope, un progetto dell’Università di Hong Kong che monitora la censura su Weibo, durante la giornata del primo luglio i censori hanno cancellato 2,006 post, una media di 70 post su 10,000. Tutti i riferimenti alla marcia di Hong Kong sono stati bloccati, soprattutto le foto che mostravano le migliaia di persone radunate a Victoria Park. Tutte le chiavi di ricerca relative alla marcia, come ‘marcia del 1 luglio’, non davano alcun risultato. La CCTV, la televisione di stato cinese, ha del tutto ignorato la marcia, mandando in onda esclusivamente le immagini delle celebrazioni ufficiali del ritorno di Hong Kong alla Cina. Ciò fa capire come la leadership comunista voglia fare dei movimenti filo-democratici di Hong Kong un tabù di cui la popolazione della Cina continentale non deve sapere nulla e di cui non deve parlare.

Le manifestazioni del primo luglio sono state, contrariamente a quanto suggeriva la propaganda di regime, pacifiche e non sono sfociate in alcun atto di violenza. Gli unici episodi controversi si sono  verificati dopo la fine della marcia, quando alcuni gruppi di attivisti hanno deciso di allestire un sit-in a Chater Road, nel distretto finanziario della città. Verso le 03:00 di giovedì 2 luglio la polizia ha iniziato ad arrestare alcuni manifestanti, ingiungendo agli altri di terminare il sit-in. In tutto, 511 persone sono state arrestate. Nessuna accusa è stata mossa contro di loro e dopo alcune ore sono state rilasciate. Mabel Au, direttrice di Amnesty International Hong Kong, ha denunciato l’operato della polizia, mettendo in evidenza che il diritto internazionale garantisce la libertà di espressione e di riunione.

«La rimozione forzata di manifestanti può essere messa in atto solo come ultima ratio, cosa che in questo caso sembra molto discutibile,» ha dichiarato. «I manifestanti avevano detto che avrebbero lasciato l’area alle otto del mattino, e coloro che erano rimasti lo hanno fatto. Le autorità devono ricordare che il diritto di riunione pacifica è un uso legittimo e valido dello spazio pubblico.» La polizia ha anche chiesto ai giornalisti di abbandonare l’area, cosa che Mabel Au ha definito «un altro segnale inquietante» per il futuro della libertà di parola a Hong Kong.

Venerdì 4 luglio cinque membri dell’ FCDU sono stati arrestati per «avere disturbato la polizia nel compimento il proprio dovere». Icarus Wong, uno dei leader del gruppo, ha duramente criticato la polizia. «La nostra è stata una manifestazione pacifica e non vedo alcun motivo legittimo per arrestare alcuni dei nostri membri. Si tratta di una repressione politica», ha dichiarato. Secondo quanto sostenuto da Icarus Wong, le accuse mosse contro i suoi colleghi sono discutibili, fra cui quella di avere dato alla polizia un indirizzo con un numero civico sbagliato, anche se il nome della strada era corretto.

La reazione di Pechino non si è fatta attendere. Hong Lei, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, ha ribadito che i diritti e le libertà di Hong Kong sono stati salvaguardati nei 17 anni dopo il ritorno della città alla Cina. Intanto, ‘People’s Daily, organo del governo, ha ripetuto che Hong Kong deve essere governata da ‘patrioti’ e che il patriottismo è un sentimento naturale.

Sembra dunque che la marcia del primo luglio sia stata solo un altro capitolo del braccio di ferro fra la popolazione di Hong Kong e il governo centrale.

 

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