mercoledì, Ottobre 20

La maratona della vita che sfida il tumore al seno field_506ffbaa4a8d4

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E se parliamo, poi, di tutta una serie di ripercussioni importanti che una ‘diagnosi di morte’ porta con sé, dobbiamo parlare non solo degli effetti psicologici e fisici del paziente, ma anche degli effetti sulla famiglia, sul lavoro, sulla società.
Parliamo delle paure che cominciano a sgretolare le certezze del giorno prima. Come “la paura di non crescere i figli, la paura di non piacere e di non piacersi, infatti, in questo senso, è fondamentale anche una terapia di coppia per supportare la paziente”, prosegue Degrassi. Parliamo delle paure legate al lavoro, che dipendono molto “dal tipo di lavoro che una donna ricopre. Se è un libero professionista, per esempio, non è affatto tutelata. Se una donna fa la chemioterapia e la radioterapia non può lavorare e non può guadagnarsi da vivere. Anche quando torna al lavoro, spesso è discriminata, le viene proposto il part-time. Insomma, lavora al di sotto delle sue capacità”. E tutto questo comporta delle ferite interiori che devono essere ascoltate.

Ma, oggi, l’Italia, sa ascoltare? Sa offrire un supporto sufficiente, alle donne? Se parliamo del supporto educativo alla prevenzione, questo purtroppo è una crepa del nostro sistema, in cui c’è, sicuramente, un divario enorme tra domanda e offerta, come ci dice Degrassi: “le donne sono disponibili ma il punto è che a livello nazionale non tutte le regioni hanno raggiunto un livello di offerta di screening come previsto dagli standard. È il sistema che non risponde sufficientemente alla disponibilità delle donne a prevenire e a controllarsi”. Insomma, una pecca gravissima per il nostro Paese, quella di non saper concretamente supportare una cosa fondamentale come la prevenzione.
E proprio il tentativo di colmare questo divario è la parola d’ordine di molte grandi associazioni che lavorano da anni affinché le donne non si sentano sole e affinché controllarsi e prevenire diventi una routine priva di ostacoli, a cui le istituzioni devono saper rispondere adeguatamente. “Sicuramente, però, negli ultimi anni c’è un po’ più di sensibilità sulla prevenzione dei tumori al seno da parte della politica. Senza dubbio, sul fronte della prevenzione, i media sono molto importanti per un supporto educativo alla prevenzione, perché possono aiutare a capire che con la prevenzione si hanno moltissime possibilità di vincere”, ci fa notare Massimiliano Mungo. Vien da sé il fatto che ogni tipo di supporto, perché sia davvero efficace, secondo Mungo ha bisogno di “supporti economici importanti che coinvolgono i centri di ricerca, gli enti ospedalieri, le istituzioni…”.

Le gravi pecche del nostro Paese, tuttavia, costituiscono un problema molto meno grave, di fronte alle carenze indicibili in cui vivono altri Paesi in via di sviluppo. Come ci dice Mungo: “I programmi di cooperazione internazionale dovrebbero fare di più. Spesso vado a operare in Libia, dove molte donne hanno tumori estremamente avanzati, sia perché non esiste informazione e, dunque, prevenzione, sia per via di molti retaggi culturali. Non ci sono assolutamente campagne di prevenzione”.
Insomma, un cammino ancora tutto da disegnare quello della lotta contro il tumore al seno: una sfida che chiede coraggio, determinazione, ottimismo. Una lotta che ordina ad una donna di alzarsi e di fare una grande maratona. E, se magari la vince, ci dice Flori Degrassi, “la sua vita non sarà né migliore né peggiore, ma diversa. Sopraggiunge una nuova misura delle cose, perché le cose che succedono nella vita di una donna, che vince la lotta contro il tumore, hanno una rilevanza nuova, più oggettiva”.
Allora, se c’è un nome per quel tanto agognato traguardo di quest’amara maratona a cui non ci si può sottrarre, quel nome è ‘rinascita‘: quella per cui una donna torna alla vita. Sudata, stanca. E, quel che più importa, viva.

 

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