sabato, Maggio 15

La maratona della vita che sfida il tumore al seno field_506ffbaa4a8d4

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La coraggiosissima lotta contro il tumore è, oggi, un sentiero pieno di speranze, ma ancora buio e spinoso. Chi si imbarca in questa lotta, è costretto a scendere in campo e a misurarsi con la possibilità di morire; che, se pure è una possibilità costante nella vita dell’uomo, essa è prepotentemente visibile soprattutto quando qualcuno dietro ad una scrivania ci dice che abbiamo un tumore. Uomini, donne, bambini, anziani, se la vita ci lancia la sfida, non ci si pensa: si lotta.
Oggi, la lotta contro il tumore al seno, fortunatamente, è una lotta piena di traguardi positivi, di ottimismo, di risultati confortanti. Questo perché “c’è più informazione e, molte donne, conoscono l’importanza dell’autopalpazione, che è la prima forma di prevenzione. La tecnologia medica, poi, è indubbiamente migliorata: oltre alla mammografia esiste anche la risonanza magnetica della mammella, in grado di rilevare un tumore di pochissimi millimetri, cioè un tumore che non ha praticamente fatto ancora danni veri e propri”, ci spiega Massimiliano Iannuzzi Mungo, Responsabile U.O. di chirurgia generale Clinica Villa Pia, Chirurgo generale per l’Ambasciata di Libia in Italia, specializzato anche in chirurgia oncologica, di cui ricordiamo un’operazione da record che coinvolse una donna di 59 anni con un tumore di 8 kg.
In Italia, però, ogni anno, sono 12 mila le donne che muoiono di tumore al seno. Per loro e per molte altre donne che stanno lottando, La Race for the Cure è l’evento simbolo ‘made in USA’, durante il quale, le donne che hanno affrontato personalmente il tumore del seno, dimostrano un atteggiamento positivo con cui si confrontano con la malattia: correndo in rosa‘ (indossando, cioè, magliettina e cappellino rosa), per dire che non sarà certo il tumore a fermare la corsa (della vita). “Un evento molto importante che dovrebbe essere ripetuto più volte, perché coinvolge molte persone e favorisce una partecipazione capillare dei cittadini”, come ci dice Massimiliano Mungo. La maratona coinvolge i giorni 13,14 e 15 maggio, ed è organizzata da Susan G. Komen Italia, un’associazione che, senza scopo di lucro, da molti anni si batte per sostenere e supportare le donne che lottano contro il tumore al seno. Donne coraggiose che ogni giorno affrontano il pericolo di morire. Morire di ferite durissime, “ferite interiori drammatiche, che hanno dei tempi di cicatrizzazione difficili, che variano a seconda della persona e del supporto che questa ha a disposizione”, ci dice Flori Degrassi, Presidente dell’associazione onlus A.N.D.O.S. (Associazione nazionale donne operate al seno).

Il supporto: nel momento in cui ci si trova di fronte ad una realtà nuda e cruda (crudissima, in questo caso) da noi dipende la voglia di lottare, ma dal supporto dipendono i tempi e i modi di ripresa. Il supporto costituisce una parte integrante di molti successi, di molte vittorie. Vittorie che riguardano non solo la guarigione fisica, ma anche la complessa guarigione interiore. E un supporto che vuole ‘gareggiare’ come si deve, deve operare su più fronti. Un sopporto è “per tutta la vita della donna, sia prima che dopo l’operazione ; sia al momento della diagnosi, che dopo l’intervento, nell’ascolto del disagio e nella riabilitazione fisica”, precisa Flori Degrassi. E più la rete è ricca, più il supporto funziona. Perché una donna, in balia delle sue ansie e della sua paura di morire, non ha bisogno esclusivamente di una guarigione fisica. È fondamentale, dunque, che perché funzioni davvero, il supporto provenga da molti fronti: “donne che ce l’hanno fatta, medici, psicologi, fisioterapisti”, che siano in grado di medicare ogni tipo di ferita. E quando sono le donne stesse a rincuorarsi a vicenda, si scatena una magia chiamata empatia, perché “le donne che hanno già sconfitto il cancro, quando incontrano donne che stanno lottando, riescono a mostrare che c’è la prospettiva di una vita futura e la possibilità di vincere, di avere un futuro”. Il pensiero di poter avere ancora un futuro è un aiuto indispensabile, perché “la comunicazione di diagnosi è una comunicazione di morte e la persona si trova improvvisamente senza futuro. Ed è una cosa molto difficile da gestire” prosegue Degrassi.

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