sabato, dicembre 15

La mani della politica sulla scuola: dall’Europa al Sudamerica Ungheria, Brasile e Danimarca: quando politica e istruzione si mischiano

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L’istruzione è uno dei fondamenti su cui si basa la società. Il futuro di ognuno è nelle mani di coloro che saranno chiamati, in un tempo più o meno lungo, ad amministrarlo: la parte più giovane della popolazione, che va dai bambini in età scolare ai ragazzi universitari, necessita di tutto il sostegno possibile per formarsi come esseri umani e cittadini, per poter affrontare le difficoltà che inevitabilmente si porranno loro innanzi con gli strumenti, mentali e cognitivi, necessari. Non v’è quindi dubbio che una società sana dovrebbe prestare grandi attenzioni e risorse nel proprio sistema scolastico: da esso dipende la sua stessa sopravvivenza.

La scuola e l’università risentono dei cambiamenti del mondo che li circonda – o, perlomeno, del contesto in cui sono inserite. In una società che cambia in fretta, devono rispondere altrettanto rapidamente alle nuove sfide che si presentano. In fondo, un indice della qualità del sistema dell’istruzione è legato a quanto questo riesca a stare al passo con i tempi. Un discorso diverso, invece, si ha quando diventa cassa di risonanza per l’agenda politica del Governo, piegando le proprie prerogative alle necessità elettorali e propagandistiche dei partiti in carica. Lungi dal garantire le fondamentali libertà di cui contesti come quello scolastico e universitario hanno bisogno, alcuni partiti di Governi tendono, in certe realtà, a voler utilizzare il sistema dell’istruzione per i propri scopi, nell’ottica di una nuova visione dello Stato sempre più intrusivo nella vita e nei comportamenti di ognuno.

I casi sono diversi, non necessariamente legati a Governi espressione di movimenti estremisti o populisti di destra, anche se questi ultimi sono spesso i protagonisti di vicende del genere. Si prenda, ad esempio, il caso della Central European University (CEU, Közép-európai Egyetem, in ungherese) di Budapest. È un’università privata, fondata dal magnate americano di origini magiare George Soros e ritenuta fra le migliori dell’Europa centro-orientale. Nella costante ricerca di un nemico da stigmatizzare, dopo l’Europa dei burocrati e i migranti, il Primo Ministro ungherese Viktor Orbán ha centrato il proprio mirino sul suo nemico politico Soros, da sempre spauracchio e nemico dichiarato per tutte le forze della destra conservatrice e populista. La CEU è quindi diventato l’ennesimo oggetto del contendere fra il leader del partito nazionalista Fidesz e Soros. Vive proteste hanno attraversato l’Ungheria quando il Parlamento ungherese ha approvato, nel 2017, una legge definita, da alcuni commentatori, come la prima legge ad universitatem della storia. Questa legge impone alle università straniere, che operano in Ungheria, di avere una sede nel loro Paese di origine – requisito non soddisfatto dalla CEU, americana con sede a Budapest – e non riconosce lauree o diplomi rilasciate da queste entità, a meno che il Governo magiaro non trovi un accordo con il Paese di provenienza entro sei mesi dall’approvazione della legge. L’unica università colpita da questa riforma era dunque la CEU.

È vero che a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, come dice il proverbio: infatti, con le dichiarazioni successive a quei giorni del 2017, Orbán e i suoi ministri hanno spazzato ogni dubbio, sostenendo che la CEU facesse concorrenza sleale alle università ungheresi. Michael Ignatieff, rettore della CEU, ha quindi annunciato che, dopo vari tentativi fatti per conciliare la libertà accademica con la legislazione ungherese, l’università di Soros verrà con ogni probabilità trasferita a Vienna. Quella che Orbán ritiene essere una semplice mossa propagandistica del suo nemico (con il quale, in passato, ha tuttavia avuto rapporti), rischia di essere un boomerang per il leader ungherese. L’eventualità della chiusura di un’università potrebbe mettere in seria difficoltà Orbán nel Parlamento europeo: i colleghi del Partito Popolare Europeo non sembrano voler far passare in sordina questo fatto. In Europa non veniva chiusa un’università da 75 anni, quando, nel 1943, i nazisti chiusero quella di Oslo, colpevole di fare propaganda antinazista.

In Brasile, intanto, il nuovo corso di Jair Bolsonaro inizia a far battere i suoi primi colpi. A differenza dell’Ungheria, dove il Fidesz domina da ormai 8 anni, l’ondata populista di destra si è appena abbattuta sul grande Stato sudamericano e quindi non c’è ancora stato tempo per intervenire a livello legislativo. Ma ci sono altri modi per imporre una sorta di controllo a livello educativo e per piegare ai propri fini le istituzioni del sistema scolastico e universitario. Uno di questi viene fornito da Ana Campagnolo, neoeletta deputata per il partito di Bolsonaro al Parlamento di Santa Caterina (uno degli Stati di cui è composto la Federazione brasiliana). Insegnante di storia – e quindi profonda conoscitrice delle dinamiche scolastiche – ha invitato tutti gli studenti a segnalare i professori che esprimono il proprio dissenso verso la vittoria del nuovo Presidente brasiliano. Come nelle migliori tradizioni dei regimi autoritari, ha così dato il via a una caccia alle streghe, spingendo studenti e, perché no, colleghi a segnalare quanti nelle scuole e nelle università si macchiano della colpa di esprimere pareri divergenti da quelli del Governo attualmente in carica. A tal proposito, ha istituito un numero dedicato che, a suo dire, ha ricevuto moltissime segnalazioni.

A differenza del caso ungherese, non c’è Stato un intervento legislativo, ma il clima di sospetto e di caccia al nemico basta per avere serie ripercussioni sulla libertà d’espressione negli ambienti scolastici e universitari. Anche perché, in Brasile, quello di Ana Campagnolo si inserisce nell’alveo di una serie di intimidazioni e di delazioni degna della Rivoluzione Francese, quando, durante il Terrore, a Parigi si andava a caccia dei nemici, di quanti venivano sospettati di essere contro la rivoluzione.

Ma non è solo esclusiva dei regimi populisti e ‘aspiranti autoritari’ quello di piegare l’istruzione ai propri scopi elettorali. Un caso che ha sollevato molte polemiche è quello di un Paese insospettabile: la Danimarca. Il piccolo Paese nordeuropeo è guidato da Lars Løkke Rasmussen, leader del partito liberale Venstre (nome completo: Venstre – Danmark Liberale Parti, Sinistra – Partito Liberale di Danimarca), esistente dal 1870, dunque, senza dubbio, un movimento politico che può essere ascritto all’interno dei cosiddetti ‘partiti tradizionali’. Non bisogna farsi ingannare dal nome: è un partito di centrodestra, che deve il suo nome alla sua posizione nel Parlamento danese, a sinistra rispetto ai conservatori. La tradizione socialdemocratica di Copenhagen è cosa nota, così come si conosce quanto il Welfare State sia importante a queste coordinate. Ma le posizioni sull’immigrazione della Danimarca, condivise anche dai Socialdemocratici (Socialdemokraterne, SD), sono piuttosto dure. Venstre e SD hanno posizioni comune rispetto ai ‘ghetti’, come vengono ufficialmente chiamati i quartieri svantaggiati: sono le aree a più alta percentuale di stranieri, con il più alto tasso di disoccupati e di crimini. Uno dei timori più forti della popolazione danese è quello di perdere la propria identità: una popolazione di 5,7 milioni sente a rischio la propria sopravvivenza e i migranti vengono visti come una delle cause di questo pericolo. Perciò, si spinge molto sull’insegnamento della cultura danese.

Succede però che gli abitanti dei ghetti vengono trattati diversamente dal resto della popolazione. Per esempio, un crimine commesso dall’abitante di un ghetto viene punito con più severamente rispetto ad altri: non è una statistica, è una legge. E lo stesso avviene nell’ambito dell’istruzione, in cui i bambini provenienti da questi quartieri svantaggiati, sono costretti a frequentare 25 ore settimanali di lezione per l’insegnamento della lingua danese e della cultura e religione del posto. Chi non manda i propri figli, perde il sostegno economico dello Stato danese. Il solo essere nato in un quartiere svantaggiato, magari essere un immigrato di seconda generazione (e, di fatto, danese di nascita) rende la persona un cittadino di serie B. Una sorta di apartheid del terzo millennio, giustificata con la salvaguardia della cultura danese.

L’istruzione è una la base della società di domani. Se questo è il presente, che cosa ci riserva il futuro?

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