giovedì, Dicembre 9

La Malaysia, etnicamente discriminatoria

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Niente da fare, l’esperimento di tenere spazi di vendita separati, prediligendo quelli riservati ai cittadini malesi che sono l’etnia prevalente in Malaysia, continua. Pare che ci sia soddisfazione e che gli indici di vendita sostengano questa ipotesi. Al MARA Digital, una specie di centro commerciale dell’Hi-Tech dove trovi di tutto un po’ –dai computer e laptop fino ai telefonini di ultima generazione- i vari stand sono accorpati tenendo ben esclusi però gli imprenditori cinesi o indiani. Si tratta di una pianificazione che riceve sussidi governativi, un’idea affatto inclusiva e che sembra corroborare il modo di pensare corrente anche nelle alte sfere governative nazionali, non solo quelle della Capitale Kuala Lumpur. Ora quell’idea è stata “esportata” anche nella vicina città di Shah Alam e già si sta meditando di aprire altri cinque succursali già nell’anno corrente.

Si tratta di uno dei progetti di pianificazione più recenti in termini di discriminazione razziale che –di fatto- caratterizza la società malese da almeno cinquant’anni. Un tempo s’è ritenuto che schemi pianificatori economici e sociali a favore dell’etnia malese prevalente fossero da considerarsi basilari per lo sviluppo della Malaysia, in special modo la parte maggioritaria della popolazione, affinché quest’ultima potesse vivere sempre meglio, in buona salute e con sempre maggiore disponibilità di ricchezza nazionale e lavoro. Ma tutto questo, al giorno d’oggi, sta progressivamente mostrando delle crepe, diciamo che sta mettendosi sempre più in luce la parte della medaglia tenuta finora in ombra, il che vuol dire che le tensioni sociali (e non solo etniche) stanno covando come il fuoco sotto la cenere. Da cinquant’anni a questa parte, l’idea discriminatoria ha prosperato ottimamente, veicolata dal Partito Politico e di Governo che guida il Paese e rappresenta la metà della popolazione nazionale, cioé l’etnia malese, lo United Malays National Organization UMNO. Il Partito che materialmente guida il Paese dai tempi del raggiungimento dell’Indipendenza. I malesi etnici originari sono, infatti, poco più della metà della popolazione e la loro visione del Mondo è quella che domina la scena nazionale.

L’azione così manifestamente assertiva –in ambito etnico- in Malaysia di fatto ha preso avvio subito dopo la partenza negli anni ’50 degli ex amministratori coloniali britannici, i quali avevano aperto le città ai mercanti immigrati ed ai lavoratori provenienti dall’India e dalla Cina, i quali –però- in gran parte preferivano mantenere gli autoctoni Malay nei campi. La pratica si è accelerata dopo il 1969, quando una rivolta razziale esplosa nella Capitale ebbe il triste corollario di numerose morti. La maggior parte delle vittime erano cinesi. La nuova politica economica (NEP) del 1971 aveva due obiettivi: ridurre la povertà assoluta in tutte le razze ed aumentare -in particolare- le prospettive di vita ed economiche dei Malay, il cui reddito medio all’epoca era di circa la metà rispetto a quello dei loro compatrioti cinesi.

Sebbene gli autori della NEP malese avessero bisogno di una azione assertiva secondo le linee etniche esplicitate ed avessero affermato originariamente che si sarebbe trattato di provvedimenti della durata di soli 20 anni, la pratica è proseguita da allora indisturbata, un po’ come certe politiche “temporanee” son poi diventate prassi quotidiana fino ad oggi anche in altri Paesi. I cosiddetti Bumiputera della Malaysia, che significa letteralmente “figli del suolo”, definizione che si riferisce sia ai Malay sia ad un certo numero di gruppi indigeni considerati meritevoli di una qualche ascendenza etnica vicina al ceppo prevalente, hanno accumulato una serie alquanto rilevante di privilegi. Alcuni di questi sono sanciti dalla legislazione corrente. Altri sono lasciati non scritti ma son comunque tramandati fino ad oggi e sono in uso. Questi includono quote per accesso agevolato presso le università pubbliche; vie preferenziali nell’accesso alle professioni ed ai lavori governativi; particolari sconti sulle acquisizioni di proprietà ed un accesso particolareggiato a una fetta riservata di offerte pubbliche di azioni.

Fin dalla prima edizione della NEP, l’economia della Malaysia è cresciuta enormemente. La sua gente è ora la terza più ricca dell’Asia sudorientale, dietro solo Singapore e Brunei (che peraltro fa riferimento in prevalenza alle attività petrolifere). L’azione politica favorevole alla etnia maggioritaria Malay, ha contribuito a ridurre la differenza tra i redditi dei Malay stessi e di altre etnie che insistono sul territorio malese. Ma gli schemi pro-Bumiputera sono quasi mai testati e controbilanciati di conseguenza, il che vuol dire che i loro benefici sono cresciuti in modo sproporzionato per gli abitanti già ricchi, permettendo la persistenza della povertà tra i malesi più bisognosi.

Nel frattempo, il settore pubblico – che è stato progressivamente ampliato proprio per creare più posti di lavoro in via preferenziale per i per Bumiputera e in cui i Malay sono ormai enormemente sovradimensionati – ha fatto esplodere il vigore imprenditoriale tra i Malay, che hanno molto luminosamente salutato le politiche di sovvenzioni e prestiti agevolati per le imprese Bumiputera. I criteri di ingresso basati sull’etnia hanno abbassato gli standard nelle università pubbliche della Malaysia; Così viene limitata l’immissione nei ruoli degli accademici non-Bumiputera mentre per i Bumiputera le promozioni e gli avanzamenti non sono più legati al merito. In questi giorni cinesi e indiani stanno sempre più finendo con lo studiare in istituti privati o all’estero, separando così l’istruzione terziaria con un evidente spartiacque etnico. Molti di coloro –tra i non-Bumiputera– che lasciano il Paese non tornano.

La cosa particolare è che oggi nessuno –soprattutto nella scena politica- intenda opporre alcunché al Partito di Governo UMNO. Per alcuni anni questo partito è apparso diviso tra i sostenitori della linea di azione favorevole alla prevalenza dei Malay ed i moderati interni, un po’ spaventati dalle distorsioni che tutto questo sistema ha portato. In un documento insolitamente sincero pubblicato nel 2010, il nuovo governo del Premier Najib Razak, ha ammesso che l’azione politica che sostiene la prevalenza dei Malay ha creato una «cultura di diritti e comportamenti che campa sulle rendite». Ha indotto a scambiare politiche basate sull’etnia per azioni volte a sollevare i redditi del 40% più povero della Malaysia, indipendentemente dalla razza. Tuttavia, in pochi mesi questo suggerimento è stato abbandonato tranquillamente.

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