mercoledì, Giugno 16

La mala-giustizia che blocca la ripresa Mattarella ha parlato, ora tocca alla politica (se c’è). Le cifre di una realtà terrificante, quella degli innocenti in carcere

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Diamo i ‘numeri’, che spesso ‘parlano’ e rivelano più e meglio di tanti discorsi. Dal 1992 al 31 dicembre 2020, 29.459 italiani hanno patito unaingiusta detenzione: negli ultimi 29 anni ogni announa media di 1.015 innocenti finiscono in galeraMagari per poco: per qualche mese, settimana; ma anche uno o due giorni, è comunque troppo. Questa insanabile ingiustizia, viene tuttavia a costare: superati i 794 milioni e 771 mila euro in indennizzi; una media di poco superiore ai 27.405.915 di euro l’anno. Sarebbe il caso di parlarne, discuterne, vero? E se si potrà parlarne nel corso dell’annunciata campagna di raccolta firme per i referendum promossi dal Partito Radicale e dalla Lega, ben vengano questi referendum…

  Occorre tener presente che questa cifra enorme di innocenti ingiustamente perseguitati, è comunque approssimata per difetto; è la parte ‘tracciabile’, perché chiede un indennizzo allo Stato. Poi ci sono gli ‘innocenti invisibili’, quelli a cui non viene riconosciuto il risarcimento (ma in galera ci sono comunque finiti, e dovevano finirci), o ne escono talmente schiantati che non vogliono aver più a che fare con la giustizia, e gettano la spugna: rinunciano a chiedere una riparazione per l’ingiusta detenzione subita.

  Ad ogni modo, dal 1991 al 31 dicembre 2020, le vittime ‘ufficiali’ della giustizia ingiusta sono state 29.659. Il tutto per una spesa complessiva, tra indennizzi e risarcimenti veri e propri, da capogiro: 869.754.850 euro. Cifre terrificanti. Per quello che riguarda il denaro, pagato dai contribuenti. In questo caso, chi sbaglia, non paga; e tranquillamente può continuare a produrre cocci.

  Visto che si è in tema, si può provare a domandare a un economista che da tempo si occupa di questi aspetti, di analizzare la questione con un’ottica più ampia.

  Il professor Carlo Cottarelli è direttore dell’Osservatorio Conti Pubblici dell’Università Cattolica di Milano. Su questi ‘chiodi’ batte il suo martello da tempo, e non sono tanti a prestargli la dovuta attenzione: “Sappiamo per certo che la lentezza della nostra giustizia è uno dei tre grandi problemi, assieme a una burocrazia inefficiente e un’alta tassazione, che tengono lontani gli investimenti esteri dall’Italia”, la premessa. Cottarelli spiega che il pessimo funzionamento della giustizia costituisce una vera e propria palla alpiede per lo sviluppo del paese: “A un imprenditore straniero viene a investire in Italia può capitare che di affrontare delle liti e rivolgersi alla giustizia per chiedere tutela. Ma se la controversia dura otto anni – questa è stata finora la media dei processi civili in Italia – quell’imprenditore non ritornerà più. La certezza del diritto è una base per lo svolgimento dei rapporti economici.

  Nel 2016 la durata media delle cause civili era di otto anni. Nel 2018 una riduzione a sette anni e quattro mesi. Nel 2019 si è guadagnato ancora qualche mese. Ma, per esempio, in Germania la durata media di un processo è di due anni e quattro mesi.

  Nel frattempo, la fiducia nella giustizia italiana e nella magistratura crolla. Giorni fa un sondaggio Ipsos certifica che dieci anni fa la fiducia degli italiani nella magistratura era al 68 per cento; oggi è al 39 per cento.

  L’emergenza giustizia, dunque, e al di là delle faide e dallo spettacolo indecoroso che anche di recente viene offerto dal Consiglio Superiore della Magistratura e dalle varie fazioni in cui si divide la magistratura associata. Non per caso il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scelto di sollevare la questione nel giorno del ricordo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e puntato il dito sul problema tra toghe e il velo che si sta alzando su “sentimenti di contrapposizione, contese, divisioni, polemiche all’interno della magistratura“. Episodi che “minano il prestigio e l’autorevolezza dell’ordine giudiziario” che dovrebbero “risiedere nella coscienza dei cittadini“. Dal Colle arriva la netta condanna a una deriva sempre più inquietante: Anche il solo dubbio che la giustizia possa non essere, sempre esercitata esclusivamente in base alla legge provoca turbamento“. Altro che dubbio, vien da pensare… E se è vero che la credibilità della magistratura e la sua capacità di riscuotere fiducia sono imprescindibili per il funzionamento del sistema costituzionale e per il positivo svolgimento della vita della Repubblica, non si può che concludere che peggio non si potrebbe essere messi..

  Per cambiare le cose “gli strumenti a disposizione non mancano… Si prosegua, rapidamente e rigorosamente, a far luce su dubbi, ombre, sospetti, su responsabilità. Si affrontino sollecitamente e in maniera incisiva i progetti di riforma nelle sedi cui questo compito è affidato dalla Costituzione“. Mattarella in parole più dirette, esorta i vari leader (ma anche i non pochi commentatori) di non tirarlo per la giacca: ci sono binari che lui non può e non vuole oltrepassare; non è lui che può e deve decidere se e come riformare la magistratura. C’è chi ha voluto vedere nell’accenno alle “sedi cui questo compito è affidato dalla Costituzione”, una vellutata polemica con i promotori degli annunciati referendum sulla giustizia. Peccato che il referendum sia un istituto previsto dalla Costituzione (articolo 75). Dunque, non è bella operazione attribuire a Mattarella quello che non dice.

  Un accenno, infine, va fatto alla questione relativa all’ergastolo ostativo. Di recente la Corte Costituzionale ha eccepito che contraddice, così come formulato e applicato, il dettato costituzionale, e fissato dei tempi perché il Parlamento e i partiti provvedano alle opportune e necessarie modifiche. Qualche veste si è stracciata, sostenendo in questo modo si fa un favore alla delinquenza organizzata. Per corroborare queste affermazioni c’è chi si è chiesto che cosa avrebbe detto Falcone, cogliendo a pretesto il fatto che si celebrava il 29 anniversario della strage a Capaci. Che cosa pensasse Falconedell’ergastolo ostatico nessuno lo può dire, per l’ottima ragione che è stato istituito dopo la strage; e non c’era quando Falcone era vivo. Si può cercare qualche lume nei suoi scritti. Nel libro-intervista ‘Cose di Cosa Nostra’ uscito un anno prima di essere ucciso, a Marcelle Padovani, Falcone dice che talvolta «la mafia mi ha impartito una lezione di moralità». Confessa di avere sempre cercato di immedesimarsi nel «dramma umano» dei mafiosi. Di avere imparato «a riconoscere l’umanità anche nell’essere apparentemente peggiore», di aver capito che «gli uomini d’onore non sono né diabolici né schizofrenici: sono uomini come noi». Conclude: «Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla né in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia».

  Per singolare coincidenza (ma le coincidenze, ci insegna Leonardo Sciascia sono incidenze), lunedì scorso la RAI ha fatto una delle poche cose buone che per fortuna accadono ancora: trasmettere, in prima serata, nella rete ammiraglia, ‘Il traditore’, il film di Marco Bellocchio su Tommaso Buscetta, interpretato da un superbo Pierfrancesco Favino.

   Nel film c’è una scena chiave: Falcone conquista la fiducia di Buscetta mettendo in comune le sue sigarette: “Le ho fumate solo perché il perché il pacchetto era già aperto”, dice Buscetta. Vuol dire che anche Buscetta, come Falcone, ha una morale, un’etica da rispettare. Fausto Russo che interpreta Falcone dà al suo personaggio un’impronta molto minimale, e per questo efficace: Falcone è un eroe che non si vede. Buscetta combatte la mafia per sopravvivere ai corleonesi; Falcone combatte la mafia perché crede che sia giusto, perché crede nelle istituzioni. Rischia la vita in modo più che ammirevole, senza retorica, i consapevole che ne pagherà dolorose ed estreme conseguenze. Anche da parte di chi ora, a parole, dice di sostenerlo e lo esalta.

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