mercoledì, Ottobre 20

La mal aria di Taranto Si aggiunge il mobbing, dove non basta quell'aria fetida

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 Ilva, la protesta degli operai blocca Taranto

Il mio nome è Fortunato, pensate un po’! La fortuna non so neppure che cosa sia. Racconto la mia storia da un letto di ospedale, lontano da Taranto, la mia città. Sono in Toscana per provare a curarmi. Ci vengo regolarmente e ogni volta è uno strazio in tutti i sensi perché sono un invalido ridotto alla miseria e costretto a racimolare come posso i soldi per il viaggio. Questa volta mi ha aiutato il parroco che a preso a cuore la mia situazione e ha deciso di venirmi incontro, nel limite del possibile. Hanno acquistato per me le medicine, hanno pagato una bolletta della luce scaduta, ma soprattutto sono stati comprati due biglietti, uno per me e uno per mia moglie che così è potuta venire a vedere dove curano la mia malattia rara. Rimane il pensiero di come pagare l’affitto arretrato della casa, in qualche modo farò.

Il proprietario sa della mia malattia, è preoccupato, anche se in 12 anni non ho mai saltato una rata. Spero che capirà e mi concederà una proroga. A Taranto mia moglie dà una mano a una sua amica che ha un negozietto in centro, niente contratto, ovviamente, ma si sacrifica lo stesso per portare qualche euro a casa. Tiriamo avanti, malati tutti e due, lei è più stanca di me. Abbiamo appena 50 anni e sembriamo due vecchi che hanno fatto la guerra. Nessuno spreco, nessuna fantasia, una vita di ristrettezze, umiltà e lealtà ci accomunano. Ho lavorato sin da piccolo, il mio primo contratto di apprendista risale a quando avevo appena 15 anni, ho fatto esperienze di ogni genere, per un periodo sono stato anche imprenditore con cinque collaboratori (non mi è mai piaciuta la parola operai), però è andata male. Io e mia moglie ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo tentato un’altra avventura. Ci siamo esposti con tutto quello che avevamo e chiedendo anche un prestito fino ad arrivare a investire circa 70.000.000 delle vecchie lire che all’epoca erano una cifra. Il sogno è durato poco, abbiamo pagato per l’inesperienza e per aver sottovalutato le difficoltà, insomma tanto sacrificio per niente.

Nel 2004 sono entrato all’ILVA come metalmeccanico, quello che guadagnavo non era un granché però ce lo facevamo bastare, io e mia moglie. All’IlVA ci siamo ammalati in tanti, stiamo contando i morti ma nel mio caso c’è stato anche il mobbing, come non bastasse quell’aria fetida. Sono stato vessato per quasi dieci anni, passando da un ruolo a un altro, sono stato declassato e da quando ho cominciato a sporgere le denunce per questioni di sicurezza, ho smesso di vivere. Sono stato licenziato, ho impugnato il licenziamento andando a cercare un avvocato che non mi riducesse in miseria disposto ad assistermi. Il mobbing non è stato riconosciuto, la procura ha archiviato su tutto e io sono un uomo finito.

Archiviazione. Che brutta parola. Non c’è reato, vuol dire, ma vuol dire anche che non c’è danno. Ho ottenuto il gratuito patrocinio, ma mi chiedo come sarebbe andata se avessi avuto la possibilità di farmi difendere da un avvocato di grido, uno che poteva sollevare il caso sui giornali. Appena ricevuta la notizia dall’ufficiale giudiziario, la notizia dell’archiviazione che solleva dalle responsabilità gli indagati, il colpo è stato devastante. Qualche ora dopo sono stato cosi male che volevo chiamare il 118, poi ho mandato giù una quantità di ansiolitici e ho cominciato a calmarmi, ma i pensieri ossessivi quelli no, non sono andati via.  Mi chiedevo: e adesso? Che cosa faccio? Chi sono? A che servo? A chi? Mi sento da solo a combattere certe ingiustizie non punite, non seguite con attenzione. Perché non sono stato querelato, se ho detto il falso, se ho denunciato fatti non veri, dovevo essere indagato io, no? Invece non sono stato neppure convocato, i magistrati non mi hanno sentito.

Sono sempre più stanco: è una lotta contro mostri giganteschi. Una lotta che ho perso. Non ho mezzi di sostentamento, penso spesso di farla finita, ma tanto non serve perché sono ammalato gravemente, le speranze di guarigione sono poche. Ecco che passa l’infermiera, a lei sembro uno qualsiasi, un paziente di quelli che è abituata a controllare. Mi infila il termometro in bocca e se ne va. Qui sono tutti gentili, quando suono c’è sempre qualcuno che arriva per assistermi. I medici vedono solo quello che c’è scritto sulla cartella clinica, ma quello che ho dentro, tutto il male che porto nell’anima, quello non è considerato patologia. Nel gruppo di auto-aiuto c’è solidarietà, ho trovato gente che sa di che cosa parlo, che riconosce la mia sofferenza. Sto pensando di rivolgermi alla Corte Europea per i diritti umani, qualcuno me lo ha consigliato. Ci sono momenti nei quali penso che è tutta fatica sprecata, altri in cui mi faccio forza e mi affido alle cure per avere tempo di completare le pratiche per il riconoscimento dell’invalidità e la pensione. Ma vorrei stare meglio più che altro per continuare a chiedere giustizia. E ottenere un sacrosanto risarcimento. C’è mia moglie ai piedi del letto, il suo sguardo è quello che ho visto al nostro primo appuntamento. Ha le occhiaie per il sonno perso.

Io voglio tornare a casa ed abbracciarla sotto le lenzuola con l’energia che avevo fino a qualche anno fa. Se lo merita, glielo deve lo Stato questo mio abbraccio.

 

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