giovedì, Luglio 29

La macelleria nel carcere di Santa Maria Capua Vetere Sia fatta giustizia, ma perché arrestare dopo un anno?

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La rivolta dei detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere risale all’aprile del 2020. Oltre un anno fa. A protesta ormai esaurita, la vendetta: molti detenuti sono picchiati e letteralmente torturati da un gruppo numeroso ed organizzato di guardie carcerarie. Questo è un fatto incontrovertibile. E’ accaduto, e non doveva accadere. A distanza di oltre un anno, dai fatti una cinquantina vengono arrestati: alcuni finiscono in cella, altri beneficiano della detenzione domiciliare.

   La macelleria messicana di cui sono stati vittime i detenuti va perseguita con determinazione e severità. Quello che è accaduto a Santa Maria Capua Vetere è ‘semplicemente’ terrificante, indegno per un Paese civile. Episodi, comportamenti come questi sono la cifra di una dittatura, di un Paese oppresso da un regime totalitario. Di tutta evidenza che molti in quei giorni di aprile, hanno dimenticato cosa prescrive l’articolo 27 della Costituzione: che vieta i trattamenti inumani e degradanti in carcere.

E’ da un anno che si sa che a Santa Maria Capua Vetere è accaduto ‘qualcosa’ di intollerabile, grave. L’indifferenza, l’inerzia di tanti che pure avrebbero potuto parlare, dire, fare, è inquietante almeno quanto lo stesso episodio.

   Ora, il bubbone è scoppiato. Che sia fatta chiarezza è interesse degli stessi agenti della polizia penitenziaria, dell’intera comunità carceraria. Loro per primi dovrebbero levare la loro voce e invocare che la legge sia applicata; che diritto e giustizia siano garantiti.

  Per il Giudice per le indagini preliminari si tratta di violenze premeditate: “Li abbattiamo come vitelli”, “domani chiave e piccone”, “domate il bestiame”, si legge nei messaggi delle chat trovate nei cellulari degli agenti della polizia penitenziaria che preparavano il pestaggio. Già a settembre si sapeva di questi messaggi, e anche di video; di coperture, depistaggi, “non so”, “non ricordo”. Per il procuratore aggiunto Alessandro Milita, “uno dei più drammatici episodi di violenza di massa ai danni dei detenuti, in uno dei più importanti istituti penitenziari della Campaniaè emerso chiaramente un uso massiccio e indiscriminato, del tutto ingiustificato, di ogni sorta di violenza fisica e morale ai danni dei detenutiI pestaggi non sono stati frutto di un’estemporanea escandescenza ma sono stati accuratamente pianificati e svolti con modalità tali da impedire ai detenuti di riconoscere i propri aggressori“.

  Gli agenti della polizia penitenziaria secondo il GIP formano un corridoio umano al cui interno sono costretti a transitare i detenuti: Venivano inferti un numero impressionante di calci, pugni, schiaffi alla nuca e violenti colpi di manganello, che le vittime non riuscivano in alcun modo a evitare“. Nell’ordinanza di custodia cautelare, oltre 2mila pagine, si racconta di un detenuto costretto a trascinarsi in ginocchio, picchiato con calci e pugni. Quando il detenuto prova a proteggersi, viene colpito sulle nocche delle dita.

  In questa vicenda c’’è poi un altro aspetto non meno importante, che va sollevato, non lo si può ignorare. Gli agenti della polizia carceraria coinvolti in questa brutta storia, come chiunque, hanno il diritto a essere considerati innocenti fino a quando non saranno certificati colpevoli da una sentenza di tribunale. A distanza di oltre un anno dai fatti contestati, qual è il senso di questa ‘retata’ che prevede misure cautelari, alcune in carcere, altre ai domiciliari? Si è ravvisato, da parte della cinquantina di agenti arrestati la possibilità di una fuga? Oppure di un inquinamento delle prove? O ancora: la reiterazione del reato? Insomma, perché questo provvedimento di preventiva carcerazione? Su cosa si basa, si fonda? Ancora una volta ci sembra se ne faccia un uso disinvolto. Ancora una volta sembra di assistere all’ennesima inutile spettacolarizzazione… Non si dimentica l’ineffabile teorizzare di un magistrato molto abile nel far parlare di sé: “Non li arrestiamo per farli parlare; ma se parlano non li arrestiamo più”.

   Tecnicamente una simile pratica si chiama ‘tortura’. Giusto per essere chiari. Se i 52 agenti della polizia penitenziaria sono colpevoli (e di cosa), lo stabiliranno i tre gradi di giudizio del processo. Subito però si può esprimere un’obiezione: come si giustificano gli otto arresti in carcere, la ventina di detenzioni domiciliari? E le interdittive dai pubblici uffici, l’obbligo di firma e dimora nel comune di residenza? Per ben quattordici mesi (cioè da quando si sono svolti i fatti), non si è avvertito nessuno dei sopra citati pericoli e rischi. Al quindicesimo sì. Curioso.

   Una brutta gatta da pelare anche per il ministro della Giustizia Marta Cartabia. Ministro che certamente interverrà secondo le sue prerogative e facoltà.

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