sabato, Ottobre 16

La lunga strada che attende Theresa May field_506ffbaa4a8d4

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Quando il suo concorrente, Andrea Leadsom, ha annunciato il ritiro nella corsa al N°10 di Downing Street, residenza del Primo Ministro Britannico, Theresa May, classe 1956, sapeva che il suo prossimo Governo da non sarà uno come tanti altri: il 23 giugno, il popolo ha fatto sapere che di stare dentro l’Ue non vuole più saperne.
David Cameron, Premier pro-Ue, si è dimesso dopo la sconfitta, spianando la strada a una delle donne che in ogni caso passeranno alla storia. Prima di tutto perché, dopo Margaret Tatcher, sarà la seconda donna a capo del Governo, poi perché sarà ricordata per aver traghettato il popolo britannico fuori dalblocco europeo‘. Con assoluta certezza sarà quest’ultima la sfida più importante del suo mandato e forse anche della storia britannica più recente, quantomeno dal secondo dopoguerra a oggi. Theresa May si è spesa per il Remain, credeva nell’Europa, ma paradossalmente sarà il timoniere del Leave, l’opzione che con il 52% dei consensi ha ufficialmente detto no a Bruxelles.

Uno dei temi caldi che ha deciso le sorti del voto è stato sicuramente il tema dell’immigrazione, ma com’è la situazione stando ai numeri? La Gran Bretagna, secondo i dati ufficiali, ha circa il 4.5% della popolazione (3 milioni di persone) composta da cittadini provenienti da stati della Ue. Di converso, circa 1,2 milioni di britannici vivono in Europa, di cui 64.000 in Italia. Nel 2016 circa 250 mila cittadini Ue si sono trasferiti in Gran Bretagna e si stima possano essere oltre 2 milioni nel 2025.  La Gran Bretagna, inoltre, è il terzo contribuente nel bilancio dell’Unione, un bilancio annuale di circa 150 mil di Euro, dove quasi 19 milioni provengono da Londra. Per effetto di un accordo siglato nel 1985 da Margaret Tatcher chiamato ‘Britain rebate’, riceve indietro il 66% del versato. Sta, inoltre, fuori dall’Unione monetaria e non ha mai sottoscritto il Trattato di Schengen.
All’erede Theresa May inoltre, David Cameron, lascia un treno che corre ad alta velocita sui numeri: è la seconda forza economica europea, dopo la Germania, e le ultime cifre segnano un tasso di disoccupazione al 4.9%.

La nuova Prime Minister, in tutta questa vicenda, ha visto bene di organizzare una squadra all’altezza di quelle che saranno le aspettative. Nel rimpasto di Governo ha posizionato nei ministeri chiave personalità di indubbia esperienza. Cancelliere dello scacchiere (Ministro dell’Economia) è Philip Hammond, che proviene dal dicastero di Giustizia. Agli Esteri c’è Boris Johnson, fra i più accesi sostenitori dell’abbandono, che sarà impegnato come non mai nelle trattative d’uscita. Sarà affiancato da David Davis, che dirigerà un Ministero creato ad hoc per la procedura d’uscita. Proprio su Johnson si sono scagliati i più feroci attacchi dei colleghi di partito, fra qui David Gove, suo personale amico il cui peso specifico nel partito conservatore l’ha tagliato fuori dalla corsa al timone del Governo. L’ex Sindaco di Londra, infatti, era il più papabile successore di Cameron e Theresa May ha ben visto di metterlo in squadra visto il buon supporto che comunque detiene all’interno del partito. Del nuovo Governo, in totale, 7 erano a supporto del Brexit, mentre 18 facevano campagna per il Remain.
Fra le prime mosse, il nuovo Premier ha subito messo in chiaro che «Brexit significa Brexit» e che quindi, il Governo, rispetterà le decisioni del popolo sovrano, aggiungendo che sino al 2020, anno di scadenza del mandato, non ci saranno nuove elezioni.

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