giovedì, Ottobre 28

La lunga marcia verso la webrivoluzione

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Una, dieci, cento voci provavano a dire che un altro modo, un altro mondo, erano possibili. In una breve ma non vana stagione, in tanti hanno colto l’attimo fuggente, come alzandosi a dire ‘Io sono io‘. Ma anche: ‘Gli altri sono un valore, non uno strumento’. Vivendo, costruendo, una stagione di irripetibile protagonismo, nell’illusione che una risata potesse seppellire il vecchio ordine, che la fantasia potesse andare al potere. Ma trovandosi anche a fare i conti con gli anni di piombo, quello tipografico e quello delle P38. Con la politica, la musica, i microfoni aperti per un inedito dialogo senza filtri e senza rete con gli ascoltatori, come la Rai non aveva mai avuto il coraggio di tentare, hanno contribuito a rompere il muro di piombo dell’informazione, e ammortizzare, per quanto possibile, la deriva violenta di molti compagni di strada. Radio di relazione, fanno apparire diversi anche programmi simili a quelli Rai. Non è la stessa cosa ascoltare musica da una radio locale o dai canali statali. L’emittente locale o politicizzata è vissuta come artigianale, amica, vicina. Il simbolo di queste radio è il telefono, quello Rai il microfono.

 

Come sbocciassero cento fiori si moltiplicano le radio private, che erano ancora in gran parte, negli anni ’70 dello scorso secolo, ‘radio libere’. Nasce così un nuovo modo di fare radio, votato all’improvvisazione e, almeno inizialmente, ad una certa ingenuità. Tra emittenti più marcatamente politicizzate e altre più leggere, spicca il ruolo centrale assegnato alla musica. La radio diventa per molti una finestra sul mondo, un’occasione per uscire dai propri confini, interiori e materiali.

 

Le radio di controinformazione, sull’onda dell’esperienza francese di Radio Fréquence Libre, spuntano nelle principali città della penisola: Radio Flash a Torino, Radio Popolare a Milano, Radio Alice a Bologna, Controradio a Firenze, Radio Città Futura a Roma, Radio Rosa Giovanna a Rimini, Radio Talpa in Valconca… Offrono anche diretti resoconti della rovente stagione del ’77, ma spesso lo spiccato carattere di militanza le condanna ad una progressiva marginalizzazione prima, alla chiusura poi. Altre resistono, strutturandosi come imprese, e in alcuni casi arrivando, seppur mutate, sino ad oggi.

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