domenica, Maggio 9

La lunga giornata di Obama a Roma field_506ffb1d3dbe2

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Obama Napolitano

In una città blindata, alle 10 di questa mattina, il nutrito corteo di mezzi (circa 50 vetture) del Presidente è partito da Villa Taverna – sede dell’ambasciata USA – alla volta del Vaticano dove era atteso dal Papa Francesco. L’incontro di 50 minuti tra i due si è svolto in un clima di serena convivialità. Non sono sono mancati anche momenti di ilarità, in particolare quando Obama ha omaggiato il Pontefice con un astuccio contenente una serie di medaglie commemorative: durante la consegna, l’astuccio si è chiuso accidentalmente facendo finire a terra le medaglie; a quel punto Monsignor Georg Gaenswein si è affrettato a raccoglierle e a rimetterle in ordine, ma dopo un istante le medaglie sono finite nuovamente in terra. Papa Francesco è scoppiato a ridere, risolvendo in leggerezza una situazione di possibile imbarazzo. Al termine dell’incontro, il Presidente USA ha invitato Papa Bergoglio a Washington per ricambiare la visita.

Alle 7, dunque prima dell’incontro con Obama, il papa ha dato udienza a 518 politici italiani. Alla luce delle indiscrezioni filtrate in merito all’omelia, tuttavia, la “levataccia” (come è stato definito l’appuntamento nei tweet di diversi partecipanti) ha forse rappresentato la minore fonte di disagio per i presenti. Citando il Vangelo, infatti, il Pontefice ha criticato la classe dirigente che si allontana dal popolo per chiudersi nel proprio gruppo, nel partito e nelle lotte interne, diventando gente dal cuore indurito: «i peccatori pentiti – ha chiosato – sono perdonati. I corrotti no, perché rifiutano di aprirsi all’amore». Non è peregrino immaginare che più di uno fra i partecipanti confidasse in un ‘buongiorno’ un po’ meno brusco.

Tornando a Obama, la seconda tappa del convoglio presidenziale è stata il Quirinale. Il colloquio tra il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il Presidente degli Stati Uniti si è svolto nello studio alla Vetrata ed è stato abbastanza breve, risolvendosi in un faccia a faccia di appena 20 minuti tra i due capi di Stato. Successivamente si sono aggiunte all’incontro la delegazione italiana e quella statunitense, capeggiate dal Ministro degli Esteri Federica Mogherini e dal Segretario di Stato John F. Kerry. Anche se al termine dei colloqui si è svolto un pranzo di lavoro, la visita al Quirinale è risultata nel complesso abbastanza breve, il che ha fatto pensare a un incontro più formale che sostanziale. Non è da escludere che la durata contingentata dell’incontro sia stata dettata dall’esigenza di non dare ombre ingombranti a Matteo Renzi, impegnato nella sua ‘prima volta’ da premier con l’alleato statunitense.

L’incontro tra il Presidente del Consiglio italiano e il Presidente USA ha avuto luogo nel pomeriggio nella splendida cornice di Villa Madama. Visibilmente emozionato, Renzi ha fatto gli onori di casa, non nascondendo la propria personale ammirazione per Obama: «per me e la mia squadra è fonte di ispirazione». Parlando dei contenuti incontro bilaterale, il premier ha sottolineato l’importanza delle relazioni tra USA e UE per il rilancio dell’economia europea, ma anche per affrontare al meglio la crisi politica in Ucraina. Relazioni solide, quelle fra le due sponde dell’Atlantico, fondate sulla difesa di valori e di ideali comuni. «La nostra cooperazione e partnership – ha detto Renzi – spaziano dalle grandi questioni internazionali alla vita di tutti giorni. (…) Serve un percorso di unificazione dell’Europa in cui l’Europa sia terra di cooperazione ma anche di crescita e occupazione». Nei prossimi mesi, ha proseguito il premier, il nostro Paese si adopererà per portare il tema della crescita e dell’occupazione nel semestre UE, che rappresenta un appuntamento molto importante per il Governo e «il messaggio della campagna di Obama, ‘Yes we can’, oggi vale anche per noi in Italia».

Dal canto suo, dopo aver salutato la platea dei cronisti con un masticato “buon pomeriggio”, Obama si è detto molto colpito dall’energia di Renzi, che nei prossimi mesi sarà chiamato a prendere decisioni difficili, anche se queste (come Barack sa meglio di chiunque altro) rientrano tra gli inevitabili oneri della leadership politica. Parlando della crisi economica, il Presidente USA ha affermato che il dibattito europeo tra crescita e austerity è «un dibattito sterile: le finanze pubbliche devono essere in ordine ma più si cresce e più i conti sono in ordine. (…) Chi gode della globalizzazione è ai vertici ma chi è in mezzo ha sempre più dei problemi. Dobbiamo raddoppiare gli sforzi per educare i giovani e fornire competenza per il lavoro. È fondamentale sostenere i giovani e i disoccupati e so che il governo italiano lo sta facendo».

Dopo tante promesse e tante agitazioni, sembrerebbe avviarsi verso una soluzione il nodo dei 4000 insegnanti della così detta Quota 96, che a causa della riforma Fornero non erano potuti andare in pensione nonostante avessero già maturato i requisiti. Questa mattina, infatti, le Commissioni Bilancio e Lavoro della Camera hanno approvato all’unanimità una risoluzione di Barbara Saltamartini e Nunzia De Girolamo (entrambe del NCD), che impegna il Governo a trovare le risorse necessarie (400 milioni in 4 anni) a sanare la questione entro il 10 aprile, giorno in cui sarà presentato il Documento Economia e Finanza (Def) 2014. Liete dell’esito del voto della Commissione, le due parlamentari promotrici della risoluzione hanno sottolineato che «Con questa risoluzione, apriamo a 4000 giovani, tra cui molti precari, rinnovando così l’intero comparto scuola. Si sana un diritto violato, si immettono risorse nuove stabilizzando molti precari». Il provvedimento è stato salutato positivamente, bipartisan, anche dagli altri componenti della Commissione. Seppure su posizioni e con modalità diverse, le uniche voci che si sono discostate dal coro sono state quelle dei deputati di SEL e del M5S. Giulio Marcon e Annalisa Pannarale (SEL) hanno assicurato che il loro partito, da sempre a fianco di lavoratori della Scuola «continuerà a vigilare nei prossimi giorni perché l’impegno del Governo non sia disatteso o ulteriormente dilazionato». Su posizioni decisamente più agguerrite sono i deputati pentastellati, perché il provvedimento «non impone al governo di trovare le risorse da inserire nel Def, che sarà presentato alle Camere, ma lo impegna soltanto a ‘riferire alle commissioni, prima della presentazione del Def, in merito al reperimento delle risorse. (…)La vicenda – concludono – è quindi rinviata alla prossima settimana in commissione Bilancio, dove il M5S vigilerà affinché Palazzo Chigi riconosca il ruolo del Parlamento e ripristini il diritto alla pensione negato al personale scolastico».

Non cessano le turbolenze sul fronte delle riforme costituzionali. In mattinata si sono registrate diverse dichiarazioni polemiche da parte di esponenti di FI, Renato brunetta in primis. Le critiche erano rivolte al DDL sull’abolizione delle Province, bollato di volta in volta come “un pasticcio”, “una farsa”, un “pastrocchio”, un “delirio”: a sollevare questioni è sia la presunta anticostituzionalità del provvedimento, sia il ricorso della maggioranza alla fiducia; un atto, quest’ultimo, che a detta del Lorena Milanato (FI) e Loredana De Petris (SEL) dimostrerebbe la debolezza della maggioranza.

Sempre in tema di riforme costituzionali, nel pomeriggio ha iniziato a circolare il rumor di una norma che rafforzerà i poteri del Presidente del Consiglio. In serata la notizia è stata seccamente smentita dal Ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, ai cronisti che la pressavano in merito al testo che sarà oggetto di discussione alla Direzione del PD di domani. Il Ministro ha sottolineato che la seduta di domani ha per obiettivo l’elaborazione di un nuovo documento, anche perché «la Direzione ha già votato le linee guida sulla riforma del Senato e del Titolo V». Ad ogni modo, «quello che verrà portato domani in Direzione è un testo del Governo, sul quale c’è già stato un confronto nella maggioranza nella sede del Consiglio dei Ministri», e in Senato verrà presentato un testo dal Governo e non dai capigruppo dei singoli partiti della maggioranza.

 

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