venerdì, Luglio 30

La lotta dell'Algeria contro AQMI field_506ffb1d3dbe2

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Cresce l’entità della minaccia qaedista nell’Africa settentrionale. Le ampie distese desertiche dell’Algeria sono da anni percorse da flussi di militanti jihadisti e dai traffici che questi portano avanti in vaste fasce dell’Africa nord-occidentale. Traffici di armi, droghe, carburanti e merci di contrabbando dei più vari generi sono divenuti nel corso degli ultimi anni fondamentali per i gruppi jihadisti attivi nel Maghreb e nel Sahel al fine di garantire il finanziamento delle loro attività. Un Nord Africa destabilizzato e instabile si è trasformato nell’ideale teatro in cui portare avanti la propria opera di addestramento e reclutamento e dar vita ad azioni destinate a minare l’autorità dei vari Stati della regione.

Il 5 dicembre, un attacco compiuto dagli elicotteri dell’esercito algerino ha portato all’uccisione di Khalil Ould Addah, meglio conosciuto come Abu Bassen, militante qaedista di origini mauritane. Il jihadista è stato ucciso nei pressi della città algerina di Ain Salah, nella provincia meridionale di Tamanrasset, mentre era bordo di una jeep con altri uomini legati al movimento. L’azione militare segnala un rafforzamento dell’attenzione da parte del governo algerino nei confronti delle attività estremiste portate avanti lungo i suoi confini territoriali.

Il problema dell’instabilità lungo i confini territoriali costituisce oggi una delle maggiori complessità per i Paesi del Maghreb, alle prese con una serie di politiche e con un incremento della cooperazione necessaria al rafforzamento della sicurezza regionale. Le difficoltà nel definire le strutture gerarchiche e operative di al-Qaeda nel Maghreb Islamico rendono complesso comprendere quale peso avesse Abu Bassen all’interno dell’organizzazione e l’effettivo impatto della sua eliminazione sull’attività del gruppo. Secondo quanto riportano alcuni giornali, Addah era uno dei leader del gruppo, probabilmente il “numero 3”, e la sua uccisione costituisce un importante successo per l’Esercito algerino; secondo altri analisti, l’influenza di Abu Bassen era invece limitata a un contesto regionale e non muterà gli equilibri di forza nel gruppo.

Uno dei fronti di maggior interesse per la stabilità dell’intero Maghreb si trova nel meridione algerino, nelle vaste aree desertiche ai confini con Niger, Libia e Mali. L’approccio dell’Algeria alla minaccia jihadista che fiorisce lungo i propri confini è ragione di forti attenzioni da parte di analisti e osservatori internazionali. La difficile pattugliabilità delle distese del Sahara consente ancor oggi il potenziamento delle rotte del jihadismo e del traffico di uomini, armi e merci di contrabbando, che continuano a solcare le vie del Paese generando instabilità in tutta la regione. L’aggravamento di tali traffici a seguito delle rivoluzioni del 2011 e la costante minaccia causata dall’instabilità libica e dalla fuoriuscita di militanti jihadisti dal Mali settentrionale a seguito dell’intervento internazionale, fanno sì che l’Algeria stia cercando di potenziare la cooperazione con i Paesi vicini per cercare di dare una risposta ai problemi che si verificano lungo i suoi confini.

L’Algeria ha rafforzato la presenza militare lungo i confini meridionali e orientali, cercando di distribuire in maniera più omogenea i checkpoint e potenziare le pattuglie che si occupano della sorveglianza degli snodi cruciali del Sud. I drammatici eventi di In Amenas dello scorso gennaio hanno spinto il Governo a concentrare in maniera più decisa le proprie attenzioni sui possibili obiettivi strategici dei gruppi estremisti che operano nel Paese, ponendo rimedio alle carenze palesate in altre occasioni.

«La possibilità di attraversare i confini è stata diminuita» ha scritto Anouar Boukhars del Carnegie Endowment for International Peace «e il trasporto di beni controllato e monitorato. Nel gennaio del 2013, i Primi ministri di Algeria, Libia e Tunisia si sono incontrati nella città occidentale di confine di Ghadames, dove hanno deciso di comune accordo di creare squadre per coordinare meglio la sicurezza lungo i loro porosi confini e colpire il flusso di armi, droghe e carburanti».

Un anno è quasi trascorso dai tragici eventi di In Amenas: a metà del gennaio 2013, un commando di jihadisti legati ad AQMI e coordinati dal comandante Mokhtar Belmokhtar si è introdotto all’interno del complesso estrattivo di Tiguentourine, uccidendo le guardie dell’impianto, prendendo in ostaggio i lavoratori dell’impianto e resistendo per giorni all’assedio delle forze dell’ordine algerine. Il bilancio dell’operazione fu tragico: 37 le vittime tra i civili impiegati a Tiguentourine. Il successo dell’azione dei jihadisti mise a nudo di fronte al mondo intero l’insufficienza delle misure adottate dal Governo algerino per combattere il fenomeno jihadista nella regione.

Dai giorni dell’attacco, le autorità algerine sostengono di aver incrementato la portata degli sforzi per contrastare il fenomeno jihadista e cercare di prevenire una nuova In Amenas. Secondo quanto riferito a ‘Magharebia a fine settembre dal giudice federale algerino Merouane Azzi, i servizi di sicurezza algerini avrebbero ucciso (al momento dell’intervista, ndr) 190 terroristi, concentrando la propria attenzione lungo i confini con Mali, Libia e Tunisia. Grazie all’adozione di queste misure, ha proseguito Azzi, «15mila terroristi hanno posato le armi». Le ottimistiche dichiarazioni, utili per la propaganda di governo, mostrano comunque come la lotta contro il terrorismo abbia acquisito una nuova centralità per l’Algeria dopo la campagna francese in Mali. Il successo dell’operazione Serval, condotta dalle forze francesi e africane nel Nord del Mali, ha generato un riflusso di jihadisti in territorio algerino, da dove cercare di riorganizzarsi e dar forma a un contrattacco.

«AQMI è profondamente radicata nella recente storia di violenza dell’Algeria» ha scritto l’analista Jean Pierre Filiu in un paper pubblicato dal Carnegie Endowment. «ma la pesante eredità dell’organizzazione limita il suo potenziale globale. […] Gli altamente mobili commando jihadisti si sono mossi lungo le rotte del contrabbando nel deserto e si sono impegnati in una serie varia di attività illegali. La più profittevole di queste è stato il rapimento di turisti occidentali, rapidamente spostati lungo i confini internazionali prima di essere venduti per ottenere il riscatto».

 

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