mercoledì, Maggio 12

La longa manus Usa dietro la ‘guerra al contante’ in India

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Verso la fine del 2016, il governo indiano guidato dal nazionalista indù Narendra Modi ha dichiarato guerra al contante, abolendo le due banconote di taglio più grande e quelle di valore intermedio (500 e 1.000 rupie). Esse dovevano esser depositate in banca in cambio di tagli più piccoli e più grandi – cosa che molti indiani non hanno fatto in tempo a fare, per via delle lunghe code agli sportelli. Obiettivo di questa crociata è stroncare il sistema del ‘nero’ su cui lucrano le mafie locali, i tangentisti e gli evasori fiscali e premiare i normali lavoratori che guadagnano onestamente.

Il problema è che l’economia basata sul contante è l’unico mezzo di sostentamento per circa il 50% dei quasi 1,4 miliardi di indiani, specialmente per quelli che vivono nelle periferie di grandi città come Mumbai e Bangalore. Costoro vivono di espedienti, trasportando turisti in risciò e vendendo souvenir o cibi tipici per strada in cambio di pochi centesimi, buona parte dei quali vengono consegnati a degli ‘appaltatori’ un po’ meno poveri che gestiscono il racket. Qualcosa di simile ai venditori ambulanti che si vedono sulle spiagge italiane durante i mesi estivi. Naturalmente, queste centinaia di milioni di indiani costrette a condurre lavori di fortuna per sopravvivere non hanno un conto in banca e si sono ritrovati a fare i conti con una tremenda rarefazione monetaria, che complica drammaticamente l’accesso a beni indispensabili quali cibo e medicinali. E il clima di disperazione ha inesorabilmente provocato un aumento esponenziale dei casi di truffe e furti, in una guerra tra poveri che ha seminato il caos in tutto lo sterminato territorio indiano.

I principali promotori di questo esperimento social-finanziario vanno ricercati nella United States Agency for International Development (Usaid), la quale, nel corso degli ultimi anni, ha sottoscritto una serie di accordi di cooperazione con il Ministero delle Finanze indiano. Tra di essi spicca Catalyst: Inclusive Cashless Payment Partnership, un’iniziativa introdotta durante lo scorso dicembre dichiaratamente rivolta  a limitare dell’uso dei contanti in favore di pagamenti digitali. Come si legge nel comunicato stampa pubblicato sul sito dell’Usaid, Catalyst «rappresenta la fase più avanzata nella partnership fra Usaid ed il Ministero delle Finanze per facilitare l’integrazione finanziaria universale», a cui l’agenzia avrebbe stanziato finanziamenti per oltre tre anni.

Nel gennaio 2016, l’Usaid aveva pubblicato un rapporto intitolato Beyond cash, in cui si analizzavano i problemi legati all’uso massiccio del contante e si ipotizzavano soluzioni percorribili. Partendo dalla constatazione che le banche indiane impongono una tassazione del 2% per ‘commissioni’ su ogni singola operazione finanziaria, lo studio segnalò la necessità di elaborare misure atte a rendere l’utilizzo di carte di credito e bancomat convenienti sia per i venditori che per gli acquirenti. La limitazione pilotata del contante in circolazione da parte del governo indiano è indubbiamente funzionale allo scopo. Inizialmente, come ha dichiarato Badal Malick, amministratore delegato di Catalyst, l’obiettivo del programma era quello di «focalizzare l’attenzione su una singola città ed applicarvi misure tali da fare in modo che i pagamenti digitali crescano di dieci volte in un arco temporale compreso fra i sei e i dodici mesi», ma dopo una serie di ripensamenti si è optato per estendere l’operazione di limitazione dei contanti a tutto il territorio indiano. Beynond Cash gode del supporto di numerose organizzazioni internazionali, tra cui spiccano la Gates Foundation, la Dell Foundation e la Omidyar Network, riconducibili quasi sempre ad aziende che forniscono servizi informatici per i pagamenti.

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