martedì, Novembre 30

La lobby delle armi la spunta in Lombardia field_506ffb1d3dbe2

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lobby delle armi lombardia

Non sarà potente e agguerrita come la consorella americana, ma la lobby delle armi italiana si è dimostrata all’altezza di un’azione di pressione efficacemente congegnata, che ha visto l’approvazione di una mozione, presentata presso il Consiglio Regionale della Lombardia dello scorso 7 gennaio, destinata a sollecitare l’Esecutivo Letta a snellire l’applicazione della disciplina europea in materia di esportazione di armi prodotte in Italia.
Non è un caso che l’azione di rappresentanza degli interessi si sia concentrata sulla assemblea legislativa regionale della Lombardia.  I dati relativi alla presenza di realtà imprenditoriali del settore in Lombardia parlano chiaro. Con due distretti industriali dedicati, nelle Province di Brescia e Varese, dominati rispettivamente da soggetti imprenditoriali come Beretta e Alenia Aermacchi, e la presenza di due imprese, come Finmeccanica e Agusta Wesland, collocate tra le prime 25 imprese produttrici al mondo da SIPRI, lo Stockholm International Peace Research Institute, la Lombardia si presenta come la capitale del comparto delle armi italiano, con un valore di un punto percentuale del PIL nazionale e con la capacità di garantire sussistenza ad oltre 100.000 persone, appartenenti alle famiglie degli addetti nel settore e nell’indotto. Una vera e propria eccellenza del Made in Italy, come rivendicano i principali soggetti imprenditoriali del settore, tra cui ANPAM, l’associazione di categoria dei produttori di armi a scopo sportivo e civile, affiliata a Confindustria. E tuttavia, questa realtà produttiva ha recentemente riscontrato nell’applicazione particolarmente restrittiva della nuova disciplina europea da parte del Governo Letta una serie di ostacoli di tipo burocratico alla consueta attività di export della produzione.

In questo senso, la situazione normativa dell’export del comparto delle armi è stata profondamente modificata dall’applicazione del Regolamento (CE) 258/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio, volto ad armonizzare i sistemi disciplinari degli Stati aderenti alla UE in materia di commercio estero di armi. La nuova disciplina è stata introdotta nella legislazione italiana con il Decreto Legislativo n. 121 del 29 settembre 2013, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 21 ottobre e successivamente entrato il vigore il 5 novembre dello scorso anno.
Il testo del decreto è frutto del lavoro collegiale di più dicasteri, coinvolgendo il Ministero dell’Interno, degli Esteri, degli Affari Europei, della Difesa, della Giustizia, della Salute, dell’Economia e dello Sviluppo Economico, della Pubblica Amministrazione e Semplificazione del Governo Letta.
Secondo l’associazione di categoria che riunisce i principali soggetti imprenditoriali nella manifattura delle armi italiane per scopi  sportivi e civili – è il caso di ricordare che il comparto vede un altro importante soggetto associativo in Conarmi, il Consorzio degli Armaioli italiani, con sede a Gardone Val Trompia, in provincia di Brescia-  il nuovo regime introdotto a novembre, appesantirebbe le procedure amministrative e burocratiche per l’esportazione di tale tipologia di armi, giungendo a far produrre un dossier di 86 pagine di pratiche contro le precedenti 16 previste dalla legislazione prima vigente.

La mozione 154 è stata avanzata il 18 dicembre scorso da Fabio Rolfi, Consigliere regionale bresciano della Lega Nord, ma il testo della proposta è stato firmato anche da parte di esponenti di tutti i gruppi consiliari del centro-destra e da un consigliere del Partito Democratico, anche egli bresciano, Corrado Tomasi. La mozione 154, approvata con delibera X/257 del 7 gennaio, impegna la Giunta regionale a: «sollecitare il Governo nazionale a modificare la normativa di recepimento comunitario in questione al fine di ridurre, senza venire meno alle necessità di controllo, il gravame burocratico sulle imprese armiere lombarde che sta ostacolando l’attività di export con gravi danni economico finanziari che rischiamo di compromettere la produzione ed il bacino occupazionale».

Nicola Perrotti, il Presidente ANPAM, ha dichiarato a seguito della approvazione: «Il Consiglio Regionale della Lombardia vuole fare pressione presso il Governo affinché si trovi il modo di applicare correttamente la normativa europea … L’Anpam è soddisfatta della vicinanza dimostrata dal Consiglio alle imprese, impegnate da alcuni mesi alla lotta alla burocrazia inutile sulla esportazione di armi sportive e civili verso Paesi in cui non ci sono problemi di sicurezza o di tipo umanitario e civile.»

Un’ opposizione consistente alla approvazione della mozione è provenuta dai consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle che si sono presentati in aula consiliare indossando una t-shirt contraria alla presenza della lobby delle armi e hanno votato in senso contrario alla mozione.

Da un punto di vista analitico, si tratta di un caso interessante, di lobbying per conto di terzi.  Le associazioni imprenditoriali presenti sul territorio esercitano pressione sui rappresentanti regionali nel Consiglio affinché la Giunta regionale, ovvero un organismo di natura pubblica legato al territorio, faccia lobbying sull’esecutivo nazionale per salvaguardare gli interessi dei soggetti economici che  sono collocati nei distretti industriali lombardi della manifattura delle armi. Un giro di rappresentanza incrociata degli interessi molto complesso, in grado di miscelare, secondo misure e modalità diverse, interessi territoriali legati ai distretti produttivi, interessi economici privati e interesse pubblico. La pratica secondo cui i governi regionali si propongano a livello nazionale come promotori degli interessi legati ai distretti industriali presenti sul territorio è diffusa e nota. Le finalità di coesione sociale delle comunità presenti sul territorio regionale vengono spesso impiegate dai rappresentanti regionali come schermo dietro al quale, molto spesso, si trincerano la difesa di grandi interessi economici.

E tuttavia questa vicenda specifica ripropone in termini sempre più attuali quanto segnalato da Anthony Downs, politologo statunitense, nel suo importante volume ‘Teoria economica della democrazia‘. Se la molla che spinge i politici -e in particolar modo i politici regionali, che sono legati al territorio in maniera peculiare- all’azione è la ricerca del potere, ottenibile esclusivamente grazie al consenso elettorale, come è possibile garantire il prevalere dell’interesse collettivo laddove gli interessi economici organizzati hanno una sostanziale capacità di muovere, meglio e di più, la leva del consenso sul territorio? Di fatto, laddove, come scrive Downs «ogni Governo cerca di massimizzare il sostegno politico di cui gode», diventa molto più facile per esso fare appello alla ricerca del consenso mediante il ruolo e la funzione dei gruppi di pressione organizzati sul territorio. E in questo modello della teoria dello scambio politico, saranno sempre le lobby più grandi, strutturate e organizzate gli interlocutori principali della classe politica. Proprio come ci insegna la vicenda delle pressioni delle lobby delle armi sulle istituzioni regionali lombarde.

 

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