sabato, Maggio 15

La Libia vista da una telecamera field_506ffbaa4a8d4

0

Locarno – Non poteva essere più puntuale, la scelta di ospitare una decina di ‘corti’ nella speciale sezione ‘Open Doors’ del Festival del cinema di Locarno, che si propone di sostenere registi e produttori provenienti da Paesi dove il cinema indipendente è più vulnerabile. La scelta di quest’anno è caduta su quattro Paesi del Maghreb: Algeria, Libia, Marocco, Tunisia; ed è la cinematografia libica la più interessante (e sorprendente: già il solo fatto che esista una cinematografia, nelle condizioni in cui versa quel Paese).

Sono ‘corti’, piccoli frammenti di pochi minuti, girati con il digitale. Messi insieme raccontano la realtà di un Paese dopo larivoluzione’ che ha defenestrato il dittatore Muammar Gheddafi. Chi sospettava che in quel così tormentato Paese ci fosse una simile produzione? Al di là del valore dei filmati (alcuni, certo, ingenui nella loro fattura), sono la testimonianza di unaresistenzaspesso anonima di personecomuni’, che letteralmente si ingegnano ogni giorno per come sopravvivere.

Vediamoli al dettaglio.

Si può cominciare, con ‘80’, sei minuti di Muhannad Lamin: per due giorni si segue un uomo in quella vicenda che è senz’altro la vicenda più importante della sua vita: la cattura, la prigione, il guadagnare la libertà grazie a una funambolica riuscita evasione.

Sconvolgenti i nove minuti di ‘Dead End’, di Ahmed Aboud: racconto di come la Libia, in preda al caos che possiamo intuire (di immagini reali, i notiziari televisivi ne possono mostrare ben poche), sia diventata territorio di scorribanda per la tratta degli immigrati, di come migliaia di disgraziati che fuggono guerre, fame, malattie, finiscono dimenticati in uno dei diciannove centri di detenzione preventiva del Paese.

Drifting’ sono undici minuti di Samer S. Omar: racconta quel modo particolare diguidare’, nel post-Gheddafi, diventata, tra i giovani libici, una sorta di passione nazionale; il filo conduttore del racconto è Mohamed, che demolisce BMW di immaginabile provenienza, rifornisce i suoi clienti di pezzi di ricambio e dispensa consigli. Sullo sfondo di una guerriglia che sembra destinata a non finire mai.

Graffiti’ di Anas El Gomati dura ancora meno, quattro minuti. Quel modo di ‘comunicare’, con Gheddafi imperante, era severamente punito. Ora sui muri di Tripoli, quelli rimasti, fanno la loro comparsa. Ingenui, nelle loro rivendicazioni, rivelatori tuttavia di stati d’animo, di aspirazioni, di frustrazioni che covano.

Land on Men’, anche questo quattro minuti di Kelly Ali, analizza, attraverso le riflessioni di una studentessa di cinema che guida un’automobile, la realtà di una società profondamente maschilista anche quando èlaica’, la questione dei tanti sogni infranti, e delle tante illusioni delle donne, dopo la rivoluzione del 2011.

The Mosque’, di Faraq Al-Sharif, documenta come, dopo la rivoluzione del 2011, Tripoli sia stata colpita da una serie di attentati e violenze perpetrati da estremisti religiosi, che hanno danneggiato e distrutto luoghi sacri per la religione, e di indubbio valore culturale, come la moschea Ahmed Pasha, un santuario sufi risalente al Settecento.

Ecco ‘The Runner’: quattro minuti di Mohannad Eissa, è il racconto di quello che è accaduto al velocista libico Al Tari Shibli, colpevole, durante una gara internazionale, di aver mostrato alle telecamere la bandiera d’indipendenza tatuate sul corpo.

Mission impossible’, infine, sedici minuti di Najmi Own: due giovani registi sognano di sfondare nell’industria cinematografica; ma come fare, in un Paese come la Libia, come è possibile girare un film in un Paese che è preda di una guerra civile atroce e senza fine?

Uno dietro l’altro, questi ‘corti’ durano in tutto un’ora. Sufficienti per avere un quadro di quello che è accaduto ed accade a pochi chilometri da noi. Poterli vedere, mostrare, è facile (lo potete fare anche da questa pagina cliccando sui titoli), la produzione è della Scottish Documentary Institute. Naturalmente occorre volerlo fare.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->