lunedì, ottobre 15

La Libia senza volto: tra ‘ragion di Stato’ e logiche di spartizione Il rapporto italo-francese nelle pieghe della crisi libica. Intervista a Fabrizio Maronta, Redattore e Responsabile per le Relazioni Internazionali di ‘LIMES’

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Il 12 e 13 novembre, a Palermo, si terrà un Vertice internazionale sulla Libia, come ha annunciato al Senato il Ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi.

Le due giornate verteranno sul dialogo tra le rappresentanze libiche, a partire dal premier Fayez Serraj – con la possibile partecipazione del Generale Khalifa Haftar, che finora ha confermato il suo interesse all’evento – e i diversi attori internazionali, ricercando un «approccio inclusivo», essenziale a definire le tappe di una futura stabilizzazione del Paese.   La città che ospita l’evento rappresenta un segno tangibile di quella prossimità geografica dalla quale discende il rapporto peculiare tra la Libia e l’Italia.

Le incognite si sommano, a valle delle dispute suscitate dall’iniziativa della Francia sulle elezioni libiche (fissate unilateralmente il 10 dicembre) e di una serie di tensioni politiche e rapporti di potere che interessano, con forti differenze strategiche, l’Italia e il suo vicino transalpino. L’instabilità della Libia, la perpetuazione di uno Stato assente, oltre a costituire una cancrena politica e sociale sull’altra sponda del Mediterraneo, è rivelatrice di una conflittualità contemporanea che ci tocca nel vivo: di meccanismi e ‘psicosi’ talvolta offuscate, che affondano – drammaticamente – le radici nella storia europea e nell’identità degli Stati che l’hanno scritta.

Nei frammenti di un presente difficile da comprendere, e quasi impossibile da ricomporre, si cela il il volto sfigurato di un Paese vicino, un tempo colonia italiana. Ci accompagna, in questo viaggio, Fabrizio Maronta Redattore e Responsabile per le Relazioni Internazionali della rivista di geopolitica ‘LIMES’.

 

Dottor Maronta, la dinamica Rapporti italo-francesi attraverso lo scenario libico – e non solo – è leggibile come rivelatore dell’attuale fase di ‘accentramento’ e riappropriazione di funzioni sovrane da parte degli Stati, alla quale Lei faceva riferimento nell’intervista pubblicata da ‘L’Indro’ il 10 aprile scorso? In questo processo geopolitico, l’esempio francese sembra particolarmente calzante.

La Francia è sempre stato un Paese molto centralista, fortemente restio a cedere il passo ad altri in territori ex-coloniali che ascrive alla sua sfera di influenza, e attualmente resta in linea con la tradizione. Da questo punto di vista, la Francia non sta facendo niente di nuovo: è un tratto fondamentale del neo-gollismo.

L’europeismo di Emmanuel Macron sarebbe una forma di ‘auto-declinazione’?

Quello di Macron è un europeismo alla francese: quando la Francia parla dell’Europa, in realtà parla di se stessa. Dalla fine della Seconda Guerra mondiale, ha perseguito una rappresentazione di sé allargata, affinché l’Europa funzionasse come ‘cassa di risonanza’ di una potenza ex-coloniale. In altre parole, questa Europa a impronta francese avrebbe compensato la perdita di rango – e dell’impero coloniale: la sostanziale sconfitta, nonostante Parigi sedesse al tavolo dei vincitori – da parte della Francia.

La Germania ha avuto bisogno dell’assenso politico francese per riabilitarsi. Oggi questo bisogno sussiste ancora: la Francia continua ad essere considerata dalla Germania imprescindibile in Europa, molto più di quanto non lo siano, per esempio, un Regno Unito che esce dall’UE, o l’Italia, considerato un Paese poco affidabile.

Con un debito pubblico che sfiora il 100% del PIL e una leva superiore a quella italiana, la solidità istituzionale della Francia può valere, da sola, a compensazione delle sue criticità finanziarie?

I problemi di natura finanziaria e, in parte, economica della Francia non sono certo trascurabili, anche se i mercati si fidano della Francia in virtù del fatto che è la stessa Germania a farlo. Ciò non toglie che la Francia sia, comunque, una potenza decaduta rispetto all’idea che ha di sé (la cosiddetta ‘grandeur’): rifarsi a un passato glorioso che finisce con la dismissione violenta dell’impero e la Guerra d’Algeria.

In questa visione, ogni volta che un leader francese – e Macron non fa eccezione – parla di Europa, lo fa pensando a uno spazio e a una modalità di proiezione della propria nazione come potenza. Il discorso vale anche in politica estera, concepita dalla Francia come uno strumento di influenza neo-coloniale (a differenza della Germania, che la intende come una politica di aiuto allo sviluppo e/o assistenza umanitaria).

Sulla scorta di queste considerazioni, come è intervenuta la Francia in Libia dal 2011?

Dalla caduta di Gheddafi (perseguita da Francia e Gran Bretagna) all’ultimo tentativo di imporre un’agenda elettorale di fatto irrealistica, sostenendo il Generale Khalifa Haftar contro il Governo di Tripoli, Parigi si è mossa secondo i dettati del rapporto neo-coloniale cui facevo riferimento, tentando senza infingimenti di attrarre le risorse petrolifere a favore delle proprie compagnie nazionali. Questo esula totalmente dagli schemi tedeschi.

Potrebbe rendere con un esempio questa differenza radicale di approccio rispetto alla Germania?

In ambito energetico, la politica tedesca ha un perno nel gas russo: Russia e Germania sono due Paesi che dialogano sullo stesso piano e fanno accordi. In un rapporto bilaterale osmotico e paritario, la Germania giunge a ‘prestare’ i propri ex-cancellieri – nel caso specifico, Gerhard Schröder – agli organigrammi di Gazprom, la principale azienda russa di idrocarburi.

Nel caso francese, l’asimmetria del rapporto è evidente. Tutto questo – ripeto – non è assolutamente una novità: Macron tende a perpetuare schemi inscritti nel DNA politico della Francia, a prescindere dalle tattiche di volta in volta adottate dalla leadership. Questo DNA vede l’Europa come moltiplicatore di una potenza francese diminuita rispetto alle proprie aspirazioni, e una politica estera soprattutto verso Paesi della sfera ex-coloniale, che per molti aspetti si può definire ‘neo-

Il macronismo potrebbe definirsi un ‘europeismo di facciata’?

Non intendo questo. Il macronismo è sincero, ma lo è nell’accezione strumentale propria della visione francese: non un europeismo fine a se stesso, che abbia l’Europa come fine; il fine è la Francia, mentre l’Europa è lo strumento. L’esempio libico ne è un indicatore, come anche il fatto di voltare le spalle all’Italia sulla questione migratoria, erigendo barriere a Ventimiglia e lungo il confine alpino. Premesso che, sulla gestione dei flussi di persone, ognuno ha le sue colpe – dalle quali l’Italia non è esente – si tratta di problematiche che non possono essere tagliate con l’accetta.

Sulla tenuta europea di fronte al fenomeno migratorio, la Germania ha dato prova di equilibrio, malgrado le difficoltà interne al nuovo esecutivo.

Nel complesso, Angela Merkel è stata, nonostante l’austerità, molto più europeista e continua a essere sinceramente terrorizzata all’idea di un disfacimento dell’Europa.

Con questo non sto dicendo che la Francia sia una nazione diabolicamente machiavellica: dipende dalla prospettiva con cui si guardano le questioni. La Germania ha interesse che l’Italia non esca dall’euro (affinché, poi, non svaluti e quindi non faccia concorrenza all’industria tedesca); la Francia, dal canto suo, si giova della sua indispensabilità per la Germania, però allo stesso tempo soffre dei vincoli di bilancio – che sono, sostanzialmente, di matrice tedesca. Le sfumature sono tantissime e dipendono anche dalle ‘singole questioni’: che si tratti di migrazione o di euro, di finanze pubbliche o di debito privato…. Di volta in volta, i blocchi di interessi reagiscono a determinate logiche.

Nel rapporto italo-francese, se pensiamo alla gestione della crisi libica e alle strade finora percorse, la ricerca di un’influenza sulle leadership sembra preponderante, provocando un’erosione del rapporto privilegiato tra l’Italia e la Libia.

Il nostro grande dramma è che il rapporto privilegiato esisteva tra l’Italia e Gheddafi. Quest’ultimo non era un accidente: Gheddafi ‘era’ lo Stato libico. La ‘Jamahiriya’ (‘Stato delle masse’), la veste istituzionale conferita alla sua dittatura, meccanismo di coercizione e mediazione allo stesso tempo, era il collante in grado di mettere d’accordo o di pacificare, di fatto ‘comprandole’, le tribù libiche che oggi si fanno la guerra.

Questo rapporto affondava le sue radici nel nostro passato coloniale. Tuttavia, l’Italia lascia dietro di sé contesti molto più destrutturati rispetto alla Francia o alla Gran Bretagna. Il dramma algerino o l’area mediorientale mostrano che nemmeno quelle due potenze hanno lasciato le cose a posto: si tratta di domini coloniali, di confini arbitrari imposti su realtà di cui non si è minimamente tenuto conto nelle loro specificità (sociali, culturali, economiche). Paradossalmente, però, la Francia è vittima della sua stessa impostazione: contribuendo grandemente a dar forma allo Stato-nazione moderno (che ha la sua origine nella Pace di Westfalia del 1648), essa traspone il suo modello nelle colonie, che lo assorbono e glielo rivolgeranno contro.  La guerra algerina, sanguinosissima, rappresenta il de profundis dell’impero coloniale francese: la colonia si fa nazione e si rivolta contro la madrepatria.

Nel caso italiano, si potrebbe dire, con una battuta, che ‘a madrepatria debole corrisponde colonia istituzionalmente debole’. Sia in Somalia che in Libia, abbiamo lasciato contesti nei quali la matrice tribale è particolarmente forte. Venuto meno Gheddafi, è venuto meno lo stato libico.

Qual è, oggi, il volto della Libia?

In questo momento la Libia è ridotta a un mercato in cui vince il miglior offerente: se non è l’Italia, per ragioni di posizione geografica e interessi energetici, non sarà un passato storico più o meno recente e continuativo a porla in una situazione di vantaggio rispetto ad altri. I francesi lo sanno benissimo, come lo sanno gli attori locali libici, che non si fanno scrupoli. Del resto, non si faceva scrupoli nemmeno Gheddafi, che usava l’energia, i migranti e la minaccia del terrorismo per estrarre concessioni all’Italia. La grande differenza, però, è che l’Italia dialogava con un singolo attore, nonostante tutto, legittimato – malgrado incidenti disdicevoli come il Lockerbie – e quindi era più facile. Oggi non è più possibile.

Da interlocutore, la Libia è diventata un ‘problema’…

Un problema difficilmente gestibile nella sua specificità e per la nostra politica estera, collettore di altre dinamiche per noi problematiche, come la dinamica migratoria africana. Anche qui la Francia trae vantaggio da questa situazione.

L’ Italia cerca di mettere a frutto le conoscenza che ha. Un esempio è l’accordo stretto dall’ex-Ministro Marco Minniti con il governo di Tripoli. Il problema principale è che i ‘clienti’ da pagare sono tanti, e tutti alzano la posta. Non è detto che, a prescindere dal risvolto economico, gli interessi strategici degli attori libici siano convergenti. Le milizie di Misurata che controllano i terminal petroliferi ricercano, naturalmente, un massimo di rendita da questa loro posizione. Il Generale Haftar ha dietro l’Egitto, che ha mire sulla Cirenaica, e la Francia, che tenta di mettere le mani sui pozzi – sui quali l’ENI, a sua volta, ha interesse – facendosi accordare concessioni a prezzi favorevoli.  Tripoli è un contesto particolarmente investito dalla dinamica migratoria. La Capitale ha, fisicamente, al suo interno realtà come la Banca Centrale libica e la sede della National Oil Corporation (NOC), le ultime istituzioni funzionanti in Libia.

Come si articolano i diversi interessi locali di fronte all’offerta esterna?

Come dicevo, al netto delle disponibilità, occorre capire se ciò che si offre incontra l’interesse dei vari attori, i quali a loro volta si affidano al referente esterno secondo la propria valutazione. Certamente, non si potranno sostenere Tripoli e Haftar allo stesso tempo, se si vuol dare alla Libia una prospettiva di stabilità. Pagare Tripoli con una mano e la Cirenaica con l’altra: potrebbe apparire una soluzione dorotea, che mette d’accordo tutti, ma la realtà è diversa.

 Anziché l’attuale contendersi di fazioni sui diversi interessi gioco, è irrealistico tentare di anteporre al mercato una soluzione diplomatica a livello internazionale?

Quella via presuppone che tutti gli attori esterni abbiano gli stessi interessi sulla Libia. Non è così, questo è il dramma. La Libia è un po’ come la Siria: un ‘posto’ in cui ciascuno cerca di fare il proprio gioco.

Non sarebbe neanche ipotizzabile un accordo ristretto tra i principali interessati?  

In parte, l’Italia ci ha provato, ma la Francia non ha risposto in maniera particolarmente positiva, proprio perché fa il suo gioco. Credo che, nel caso di un Paese come la Francia – ma ciò vale, in parte, anche per il Regno Unito – ci sia anche qualcosa di più profondo del solo interesse tattico e strategico.

In che senso?

Se vogliamo, c’è una sorta di riflesso pavloviano, uno schema culturale contenente una ‘coazione a ripetere’ in cui le ex-grandi potenze coloniali si trovano imprigionate quando si tratta di avere a che fare con le ex-colonie.

Le chiederei un esempio.

Il modo in cui è stato abbattuto Gheddafi è sintomatico di tale tendenza. Quell’epilogo non è stato necessariamente un grande affare per la Francia, perché la Libia è, di per sé, una fonte di instabilità: per tutti, non solo per l’Italia, nonostante i problemi oggettivi che riguardano la gestione dei flussi di persone (a prescindere dal fatto che la sbandierata ‘emergenza migratoria’ sia una sciagurata tattica elettorale). Quando in Libia si è profilato un accenno di ‘Primavera araba’, in realtà un opportunistico tentativo da parte delle fazioni tradizionalmente avverse a Gheddafi di sfruttare quell’onda per regolare un po’ di conti, Francia e Gran Bretagna non si sono lasciate sfuggire l’occasione, agendo contro il volere degli Stati Uniti e dell’Italia – per quello che conta – stanando letteralmente Gheddafi con gli F35 nel  bunker in cui si era asserragliato.  L’intento, di fronte alla piazza libica, era far vedere che sono ancora le potenze di riferimento. Nel discorso presidenziale, la Francia ‘non avrebbe lasciato da solo’ il popolo libico…

Questo è un modo di agire totalmente a-strategico. Posso sbagliarmi, ma è un aspetto che mi sembra ancor più pericoloso, perché porta a commettere errori macroscopici. Non si agisce per calcolo (per quanto possa rivelarsi sbagliato o miope) né per ideologia (come fecero, anche qui con grosso danno, gli USA ai tempi dell’Amministrazione Bush, con l’intento di riplasmare a propria immagine l’Afghanistan e il Medio Oriente). Da parte francese e inglese, c’è invece questa retorica un po’ ‘alla Kipling’ degli europei buoni che soccorrono gli africani oppressi: un retaggio romanzesco, che trovo francamente penalizzante anche per loro. Il problema è che, tra la Francia e la Libia, ci siamo noi. È un accidente geografico da cui non possiamo prescindere.

La questione delle elezioni anticipate è parte di questo riflesso o qui abbiamo una strategia?

In questo caso, l’idea francese è che, con le elezioni, le fazioni libiche si contino, in qualche modo. In quest’ottica, procedere a tappe forzate verso una presunta stabilizzazione della Libia che possa quantomeno cristallizzare la situazione presente, permetterebbe di applicare una sorta di schema o sfera di influenza.

Nondimeno, lo hanno detto tutti ai francesi, anche l’ONU, che è un’idea totalmente irrealistica. Ammesso che le elezioni possano essere effettivamente spese come legittime, si terrebbero in un clima di relativo caos, intimidazione e insicurezza – anche fisica – per chi va a votare. L’immagine è quella di un Paese comunque frammentato al quale non penso che le elezioni, in questa fase, gioveranno particolarmente.

Cosa comporta il conteggio delle fazioni?

Si vuole dare un peso ai propri alleati e ai propri (e loro) nemici, ai propri clienti in loco, e poter dire che la Libia è ufficialmente stabile, così che ognuno possa farsi gli affari suoi.

Peraltro, per l’Italia questo schema non funziona: lo status quo non è accettabile nel lungo termine, in quanto è una fonte di instabilità troppo grossa. Nella nostra impellenza geografica, questo rimane un problema dell’Italia.

Da parte italiana esiste qualche alternativa esperibile nel breve periodo?

L’unica alternativa, a un livello ufficiale, è una mediazione ONU. Continuare ad offrire alla Libia – al Governo legittimamente riconosciuto – aiuti economici tali da convincerli e permettere loro di farsi carico di alcune problematiche come i flussi e la tutela dei diritti umani, oltre a eventuali implicazioni terroristiche, che disgiungo dall’immigrazione perché si parla in gran parte dei reduci del teatro siriano-iracheno, che filtrano verso Sirte – ciò che residua della ‘sezione locale’ dello Stato Islamico e di altre cellule.

Parlando di ‘aiuti’ occorrerà considerare la funzione di controllo ai confini delle tribù, dal Sahara alla costa, affinché aiutino a gestire questi fenomeni… E rammentare che ci muoviamo in un contesto mercenario: le tribù fanno quello che gli rende di più. Rende di più fare il poliziotto o il trafficante di uomini o di armi?

Il concetto che si nasconde dietro la retorica dell’aiuto è, fondamentalmente, questo.

Il 12 e 13 novembre, a Palermo, data in cui si terrà una conferenza internazionale sulla Libia, si porterà avanti un discorso costruttivo in cerca di una possibile stabilizzazione?

Finora, in Libia l’ONU ha dato prova di una capacità che altrove non ha. Probabilmente perché la Libia è una sorta di ‘buco nero’ in cui non sono in molti a voler mettere le mani, quantomeno con nobili scopi.  Ritengo personalmente che i margini ci siano, anche se queste iniziative avvengono in assenza di un accordo di massima tra le diverse volontà europee. Assodato che il problema di fondo rimane l’instabilità del contesto (alle liste non troviamo un sostituto dell’autorità unica che, nel male e nel bene, Gheddafi esercitava), incontriamo la cacofonia delle voci e degli interessi. Non credo che Palermo potrà cambiare effettivamente il quadro. L’unica chance che questo possa in parte avvenire potrebbe dipendere dallo scontro tra il nostro Governo e gli altri Governi europei, soprattutto su questioni di natura economica e finanziaria. Naturalmente, ci muoviamo nel dominio delle ipotesi: di fronte a una seria minaccia di tenuta istituzionale dell’UE, la Francia – in tal caso, soprattutto su pressione tedesca – potrebbe acconsentire ad allineare un po’ di più la propria azione in Libia alla nostra. Forse, in quel frangente, dal lato europeo l’onesto mediatore potrebbe essere la Germania, nella misura in cui l’attuale Kanzlerin abbia la voglia e la forza politica di imporsi. Non so quanti margini politici abbia Macron, la cui agenda di riforme arranca (e che ha subito la defezione di diversi Ministri, ultimo il Ministro dell’Interno) per essere più accomodante, in politica estera, nei confronti della Libia.

Da parte della classe politica italiana c’è la consapevolezza di un’ipotesi simile: forzare sulla tenuta dell’UE per ottenere un cambio di politica in Libia?

Credo che il calcolo attuale, da parte dei vertici di Lega e 5 Stelle, sia soprattutto un calcolo di politica interna. Vedo una serie di azioni piuttosto scomposte dal lato dei 5 Stelle, che mirano a guadagnare consensi in vista della futura campagna elettorale – che si tratti delle europee, di elezioni anticipate o, magari, di entrambe. Nella modalità di azione giallo-verde, l’orizzonte appare tattico, non strategico. Quindi non so dire in che misura una composizione del quadro libico, quantomeno su livelli di minima sostenibilità per l’Italia, sia effettivamente oggetto di calcolo.

Oggettivamente, guardando ai fatti, all’uso politico che si è fatto in termini securitari di una presunta emergenza che non c’è – il nostro problema è l’integrazione -: le ‘invasioni’ non ci sono, come sappiamo ormai benissimo da prima che Matteo Salvini assumesse il proprio incarico ministeriale.

Ciò porta a pensare che una Libia eccessivamente stabile, o quantomeno pubblicizzabile come tale, taglierebbe l’erba sotto i piedi a chi fa del caos libico, e della presunta minaccia che da questo promana, un fattore di consenso.

 

 

 

 

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