sabato, Maggio 8

La Libia e la missione (im)possibile

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Le ‘Peace Enforcement Operations’ (secondo la nomenclatura NATO) sono operazioni militari diverse dalla guerra volte a costringere le fazioni in causa all’abbandono delle armi. Questo tipo di intervento viene considerato per regole di ingaggio e per utilizzo della forza il più simile alla vera e propria azione di guerra: consiste infatti nell’intervenire e disarmare milizie armate o veri e propri eserciti attraverso l’uso legittimo della forza, creando aree demilitarizzate e garantendo la formazione di corridoi umanitari volti ad alleviare le sofferenze della popolazione civile.

Questo genere di operazione, i cui criteri sono previsti dalla Carta delle Nazioni Unite, può essere richiesto dalla Comunità Internazionale per volontà del governo legittimo del Paese ospite oppure, in caso di situazioni critiche, dove la guerra lascia ampio spazio ai massacri e ai genocidi, l’intervento di Peace Enforcement può avvenire anche senza l’autorizzazione dell’attore governativo.

Un eventuale Peace Enforcement in Libia, tuttavia, non sarebbe mai realmente efficace senza il consenso di una buona parte degli attori in campo della lotta. Si parla comunque di intavolare relazioni diplomatiche con numerosissimi capi locali, i quali, desiderosi di ottenere per se stessi e per le proprie tribù dei posti d’onore nella futura Libia, sarebbero assai interessati nell’ascoltare le proposte della Comunità Internazionale. Da un altro punto di vista, nonostante tutto, bisognerebbe dare delle garanzie concrete a questi leader locali, affinché la nuova pace libica non venga basata sul mendace compromesso ma su un serio e rispettabile accordo. Alla luce di questo, è impensabile poter fare garanzie senza chiamare in causa un governo libico che sia moralmente e legalmente legittimato dalla Comunità degli Stati stessa.

Un altro criterio che le operazioni di Peace Enforcement prevedono è quello dell’imparzialità tra le parti: il mancato disarmo di una fazione a scapito di un’altra rigetterebbe la Libia nel caos che sta vivendo in questi mesi, in più si scatenerebbero odi contro le Coalizioni operanti nell’area, causando così una dura reazione politica e militare contro i soldati spiegati sul territorio. In caso di intervento libico, è auspicabile che la Comunità Internazionale operi proprio seguendo questi principi, continuando il lavoro di mediazione tra le parti che si contendono il potere, garantire la nascita e la crescita di una istituzione locale indipendente, legittima e sovrana (seguendo i principi del Diritto Internazionale), per poi offrire il proprio appoggio a tale ente governativo attraverso l’invio di contingenti che addestrino le truppe locali e le affianchino nelle delicate operazioni di disarmo delle milizie, di smantellamento dei loro apparati bellici e di contrasto ad una eventuale reazione di guerriglia.

Una volta fatto ciò, non è detto che la vera missione della Coalizione sia finita: per ricostruire un Paese frammentato come la Libia potrebbero occorrere decenni, nei quali le forze militari impiegate sarebbero costantemente impegnate a reprimere ogni violenza, diventando occasionalmente o sistematicamente anche il bersaglio di fazioni scontente.

Per tali motivi, essendo un’operazione di imposizione della pace una modalità di intervento assai invasiva, la sua conduzione deve assolutamente essere chirurgica nel trovare e risolvere le problematiche che potrebbero minare la pace. Si rivela inoltre necessario condurre una attività informativa costante e precisa, unita ad una non comune abilità nel negoziato con le parti in conflitto. Il tutto sarebbe più arduo se non vi fosse l’appoggio di un ente governativo locale legittimato, oltre che dalla comunità internazionale, dagli stessi capi locali. Senza tale alleanza, una operazione di Peace Enforcement in Libia sarebbe destinata al totale fallimento.

 

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