lunedì, Luglio 26

La Libia e la missione (im)possibile

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A Roma si discute per l’intervento militare in Libia, un’avventura che il governo sembra non volere, ma che gli alleati (specialmente quelli a stelle e strisce) desiderano ardentemente e chiedono con insistenza. Tale dibattito non è dovuto alle tristi vicende che hanno coinvolto i nostri connazionali in Tripolitania, che contribuiscono solo in parte a gettare benzina sul fuoco dell’interventismo italiano, ma soprattutto all’oggettiva constatazione che il Paese africano è molto lontano dalla agognata stabilità.

L’anarchia imperversa ed evidente è la difficoltà che le forze governative locali stanno incontrando nel dare anche semplicissimi ordini a fazioni di fatto indipendenti. In Libia non esiste un potere forte, capace di comandare in aree significative. Nel caos si stanno facendo largo tante  nuove fazioni ed altrettante nuove egemonie locali. Nonostante la crisi sia ben lontana dalla sua risoluzione, ingenti sono gli sforzi diplomatici in corso. L’Italia è in prima linea nel cercare concretamente di trovare soluzioni attraverso i negoziati con le varie correnti in campo, al fine di trovare una soluzione diplomatica allo sbriciolarsi del potere libico.

Questi sforzi non bastano, secondo l’opinione dei governi di alcuni Paesi alleati: l’Italia, secondo costoro, dovrebbe assumere la guida di una missione internazionale in territorio libico, al fine di strappare alle truppe jihadiste il controllo delle zone di Sirte e Derna, per poi avanzare nell’entroterra, eliminare il terrorismo dal territorio e garantire al Governo di Unità Nazionale il pieno controllo del Paese.

Roma dal suo canto coltiva grandi interessi il Libia: ex colonia del nostro Paese, la Libia è la cosiddetta ‘quarta sponda’ italiana, per vicinanza alle nostre coste e per motivi storico-economici. Nonostante tutto questo, considerata la natura di una eventuale guerra di Libia, l’Italia vuole evitare l’intervento armato, eccessivamente gravoso in termini di perdite umane e di fondi, oltre che potenzialmente pericoloso per la stessa Libia.

Intervenire in armi nella ‘polveriera nordafricana’ in modo indiscriminato e soprattutto ignaro delle sottili e volubili correnti politiche interne porterebbe inevitabilmente ad uno scontro contro la gran parte dei capì tribù locali e con un consequenziale potenziamento del jihadismo nordafricano e della anarchia dilagante in Libia. In una tale situazione, i Paesi impegnati in questo conflitto si ritroverebbero tra le mani uno Stato oramai inesistente da ricostruire per intero, con l’opposizione di popoli restii a rinunciare alle loro piccole egemonie e traffici locali, mentre sempre più nazioni occidentali sarebbero costrette a ritirarsi in Patria a causa delle perdite umane e materiali, della dispendiosità del conflitto e della durata dello stesso. Una guerra asimmetrica tende ad essere meno cruenta, ma notevolmente più duratura di un conflitto fra potenze. Per tali motivi, un eventuale intervento in Libia deve essere condotto attraverso una attenta pianificazione, nonché attraverso modalità precise al fine di raggiungere obiettivi a lungo termine ben determinati. Uno di questi sistemi è il cosiddetto ‘Peace Enforcement’ (Imposizione della Pace).

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