venerdì, Gennaio 28

La Libia e il National Building creativo

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Andando al di là dei semplici scenari futuri, una nota piuttosto importante a favore di Fayez Serraj arriva da una delle componenti principali della società libica: il petrolio. Il Noc, l’ente petrolifero libico ha dato la sua benedizione al nuovo governo rendendosi disponibile ad intavolare un dialogo che riporti la produzione di greggio direttamente nelle casse dello Stato. Sarraj incassata la fiducia del Noc, ha da subito iniziato a esercitare i suo potere prendendo il controllo della Bank of Lybia.

La banca libica è un passaggio fondamentale per la costruzione di un potere unitario, nel corso degli anni infatti l’istituto è diventato fonte di continui scontri e fomentatore di violenza. I suoi 130 miliardi di depositi in valuta e oro, ereditati dall’era Gheddafi, hanno finanziato infatti non solo il milione e mezzo di ‘dipendenti statali’, garantendo reddito a milioni di libici, ma anche tutte le 200 milizie e soprattutto i loro raìs. I 60 miliardi sinora dilapidati hanno infatti permesso l’accumulo illecito di enormi ricchezze personali di ‘signori della guerra’ e leader politici, alcuni dei quali avevano e hanno tutto l’interesse a continuare a ‘mungere’ le casse statali mantenendo alta l’instabilità interna.

Detto questo, è ovviamente troppo presto per pensare che tutto filerà liscio per al Sarraj. Tuttavia i segnali positivi non mancano uno di questi è riconoscimento di Ibraim al Jidiran, a capo delle milizie di Brega che difendono le raffinerie e i terminali di Sidra e Las Lanuf, alla nuova autorità libica. Las Lanuf e Sidra sono poli cruciali per la rinascita economica della Libia, l’appoggio di Ibraim al Jidiran potrebbe portare molto presto a pompare denaro nelle casse della esausta Bank of Lybia. La notizia è di tale rilievo che Majid al Harari, portavoce della Noc, l’ente petrolifero di Stato libico, ha subito annunciato che, se questi terminali riprenderanno a funzionare ‘la esportazione di petrolio potrà passare dagli attuali 350.000 barili al giorno a 800.000’ (la metà della produzione massima, regnante Gheddafi).

Davanti al nuovo governo libico si apre dunque un cammino arduo e impervio, sicuramente sanguinoso, che però parte da una base che fa acqua da tutte le parti. Le mire espansionistiche di molti Paesi europei e di altrettanti Paesi della regione mediterranea creano i presupposti per un Governo non veramente operativo ma semmai di facciata. Ancora non si è ben compreso quanto della nostra sicurezza futura derivi da questo paesi così economicamente rilevante ma soprattutto così vicino a noi.

La Libia non è l’Afghanistan e nemmeno la Siria, non si può chiudere gli occhi sperando di riaprirli per vedere un Paese risollevato e democraticamente funzionante. La Libia ha una sua storia e una sua struttura sociale che tutti stanno palesemente ignorando, troppo sordi per ascoltare le voci della popolazione rispetto a quelli dei bombardieri che si vorrebbero far decollare. Tripoli e la sua nuova politica rappresentano un nuovo punto d’arrivo della politica internazionale, così come nessuno si è preoccupato di valutare le conseguenze della primavera araba non possiamo permetterci di non valutare anche le conseguenze di un governo imposto e lasciato allo sbando. L’Occidente e il national building creativo basato su interessi e potere dovrebbero mettersi parte per una volta non solo perché hanno fallito miseramente in passato ma perché oggi in gioco c’è la sicurezza di un’intero continente: l’Europa.

 

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