giovedì, Aprile 22

La Libia e il National Building creativo

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In un clima di totale instabilità politica, la Libia ha finalmente in suo Governo. Un Governo che almeno in teoria avrebbe dovuto portare una ventata di pacificazione nella regione, iniziando ad aprire un dialogo costruttivo tra tutte le parti. Guardando l’attualità si evince chiaramente che questo dialogo sarà difficile perché Fayez Serraj, premier designato, ha intorno a sé una serie di grandi interrogativi posti soprattutto da quei rivoluzionari che ancora vedono nella caduta di Gheddafi un futuro possibile. Attraverso la mediazione dell’ONU, Fayez Serraj si sta dunque imponendo come premier dell’unico governo legittimo.

Per gran parte delle forze politiche presenti in Libia questo è un governo palesemente imposto ed illegittimo, non sono mancati gli scontri ( anche piuttosto violenti ) per evitare che il leader designato facesse tappa a Tripoli. Quello che vediamo in queste ore ricorda tristemente altri casi del passato in cui l’ingerenza occidentale si è dimenticata di dialogare con le parti chiamate in causa nel processo di transizione verso la democrazia.

L’Iraq è l’esempio lampante di come la Libia potrebbe ritrovarsi tra qualche anno, con una missione militare che ha perso di slancio in preda dalle milizie mercenarie dell’una o l’altra parte.  Il lavoro diplomatico che Serraj e l’ONU dovranno portare avanti nelle prossime settimane sarà proprio quello di integrare il maggior numero di interlocutori nel nuovo governo perché non si creino delle sacche di resistenza ingestibili sul lungo periodo. Quella che già si presentava come una delle più complesse operazioni politico-militari degli ultimi anni ora rischia di diventare il banco di prova di molte dottrine ONU citate e decantate.

Il secondo governo libico di stanza proprio a Tripoli ha dovuto, con l’arrivo di Serraj, ricorrere alla guerriglia spiccia per continuare a mantenere una parvenza di credibilità. La notizia della rapida fuga (che molti chiamano ritirata) dalla capitale libica del premier autoeletto Khalifa Gweil lascia spazio all’immaginazione collettiva. Una fuga o ritirata per paura del nuovo potere? Fuga strategica per coordinare le operazioni di disturbo al nuovo governo da un posto sicuro? Oppure semplicemente Serraj ha chiesto spazio di manovra e il leader all’opposizione gli sta dando il suo beneplacito. Tutte domande a cui ancora non abbiamo una reale risposta considerato che le fonti ufficiali parlano di uno spostamento di Khalifa Gweil a Misurata per le festività del venerdì in famiglia.

Sono molti gli analisti che sostengono una tesi diversa e cioè che Khalifa Gweil in realtà stia rimanendo sempre più solo mentre il suo entourage starebbe già prendendo accordi nemmeno troppo sotterranei per essere coinvolti nel nuovo governo. Evidentemente il concetto di trattativa non è proprio insito nelle istituzioni libiche. Nel caos di un Paese sull’orlo del baratro si stanno delineando finalmente anche se non spontaneamente diversi scenari possibili. Da una parte abbiamo la nascita di un governo libico con a capo Fayez Serraj indubbiamente voluto dalle cancellerie di mezzo mondo e che dunque gode di un dialogo privilegiato con interlocutori di tutto rispetto, capaci di dare supporto ad ogni tipo di operazione che si richieda necessaria. Operazioni non solo di tipo militare anche e soprattutto di guerra psicologica, la creazione del consenso intorno a Serraj sarà un lavoro che richiederà una capacità comunicativa capillare con un consistente esborso di denaro. Un secondo scenario è quello di una fortissima opposizione al nuovo governo portata avanti soprattutto da nuovi leader in crescita che punteranno la loro retorica sul lavoro oscuro dietro la nascita della figura istituzionale di Serraj. Khalifa Gweil è diventato una presenza poco rilevante che potrà riprendere vigore (internazionale ed interno) solo dando veramente il suo contributo affinchè i concetti della rivoluzione che ha portato alla caduta di Gheddafi siano rispettati.

La sua esclusione dal dialogo internazionale sulla nascita del nuovo governo sicuramente non ha contribuito a conferirgli l’appellativo di dialogatore per la controparte. Da non sottovalutare in tutto questo è la sempre crescente minaccia dello Stato Islamico che ha visto nella Libia una seconda casa e un hub di reclutamento non indifferente. Proprio l’imposizione di un governo non condiviso potrebbe portare alcune delle milizie più estremiste ad allearsi con l’IS in cambio di potere e denaro. La radicalizzazione di cui si è dunque tanto parlato avrebbe le sue radici nella volontà di avere un governo stabile ma non condiviso, aumentando il rischio di terrorismo nel Mediterraneo già più di quanto non ve ne sia ora. Uno degli scenari più preoccupanti è che lo Stato Islamico riesca ad allearsi con qualche fazione scontenta che controlli anche piccoli sbocchi sul mare, allargando la sua sfera d’influenza.

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