martedì, Agosto 3

La libertà di opinione fortemente minacciata image

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Ufficio-stampa

«Il dovere di un giornale è dare le notizie, e di scatenare l’inferno».

Questa dichiarazione di Wilbur Storey, del 1861, ha sempre incoraggiato i giornalisti di tutto il mondo a voler dire la verità, anche quando va contro il sistema dominante e crea un inferno per le persone, le organizzazioni e le imprese che si siano rese colpevoli di qualcosa. 

Ispirata da questa idea, la giornalista Keya Acharya – di Bangalore – specializzata in ambiente e sviluppo, ha cercato di scavare nelle attività delle aziende delle rose recise indiane e di raccontare la storia delle sottrazioni di terre che avvengono in poveri Paesi africani come il Kenya e l’Etiopia, all’interno dei quali operano queste aziende. Acharya ha proposto la storia a IPS – Inter Press Service News Agency – che l’ha pubblicata nel suo sito web il 18 luglio 2014. 

Così come dovrebbe fare ogni giornalista, nel suo report Keya sostanzia le proprie argomentazioni con fatti, da lei cercati e trovati, e dichiarazioni da parte di persone del settore. Ha cercato di ottenere un commento da ‘Karuturi’, attività con sede a Bangalore, citata nel report, che si intitola ‘Il settore delle rose recise indiane supera le barriere’, ma Karaturi non ha voluto rilasciare alcun commento.

Ma, quindici giorni dopo la pubblicazione dell’articolo, a Keya è stata notificata una querela per diffamazione con la richiesta di 20 milioni di dollari o 100 crore (un miliardo) di rupie come risarcimento, dai consulenti legali di Sai Ram Krishna Karuturi, Amministratore Delegato di Karuturi Global Ltd. 

Altri che sono stati raggiunti da un avviso simile sono stati due uomini d’affari che sono stati intervistati da Keya e l’agenzia editoriale IPS, che ha sospeso l’articolo, probabilmente dopo aver ricevuto l’avviso legale. 

L’avviso non nega i tentativi della giornalista, per conto di IPS, di ottenere un colloquio con una persona indicata dalla sede centrale di Karuturi.

Ma, senza specificare in particolare dove, come e perché il rapporto diffamerebbe la persona interessata, nella notifica l’articolo è definito «falso, frivolo e vessatorio, pubblicato al fine di causare danni tramite diffamazione all’immagine e alla reputazione».

“Ogni affermazione nel mio articolo è vera”, dice Keya in risposta alle accusa formulate nella notifica. 

La quale spiega come il manager di Karuturi Global abbia collegamenti di alto livello con il governo dell’India e, probabilmente, anche con il partito al governo. 

La notifica dice che «Sai Ram Krishna Karuturi è stato nominato consulente onorario dell’Etiopia per il Bangalore dal governo etiope e che dirige il comitato afro-indiano della Camera di Commercio e Industria dell’Indica (FICCI). Sai Ram Krishna Karuturi è stato selezionato dal Primo Ministro indiano per lavorare nel consiglio per l’amicizia tra India e Africa»

Mi recherò all’associazione della stampa indiana; e il Forum dei giornalisti ambientali dell’India (FEJI), che dirigo, sta preparando un promemoria da presentare al Ministro per l’informazione (Information & Broadcasting) dell’India, Prakash Javadekar, lamentando queste fastidiose molestie ai giornalisti; e ancora, forse, anche al Ministro della Giustizia dell’Unione, per protestare contro questo cattivo uso delle leggi sulla diffamazione” ha aggiunto Keya. 

“Casi come questi, come sappiamo, sono chiamati SLAPP (cause strategiche contro la partecipazione pubblica), e vengono sempre più utilizzate dalle grandi aziende indiane per minacciare i media e ridurli al silenzio. Il mio caso non serve solo per intimidire me, ma per mettere a tacere tutti i report su quest’uomo e sulle sue malefatte in Africa” spiega Keya. 

Bisogna vedere che tipo di battaglia condurrà Keya per il suo coraggioso lavoro di giornalista. 

Questo, tuttavia, non è il primo caso di questo genere in India. I casi di aziende che inviano avvisi legali a giornalisti e scrittori chiedendo compensazioni sempre più alte sono in aumento in India. 

Pochi mesi fa, l’uomo più ricco dell’India, Mukesh Ambani di Reliance Industries Ltd., ha fatto trasmettere notifiche di questo genere a autori e distributore del libroGuerre del gas -Capitalismo clientelare e Ambani” 

Il libro, scritto dal giornalista Paranjoy Guha Thakurta – autore principale, con due co-autori, Jyotirmoy Chaudhuri e Subir Ghosh – “racconta l’intera controversia relativa all’estrazione del gas naturale dal bacino Krishna Godavari (KG) nella baia di Bengala al largo della costa di Andhra Pradesh” dice Tehelka, rivista nota per il suo approccio al giornalismo investigativo. 

RIL, attraverso la società di servizi legali Khaitan & Co., ha anche inviato una nota legale su Debashis Basu, direttore ed editore di Moneylife, Moneywise media Pvt Ltd e Sucheta Dalal, caporedattore di Moneylife, per aver pubblicato un articolo di recensione del libro. 

L’avviso, che fa riferimento alla sig.ra Dalal, il caporedattore di Moneylife come giornalista, la accusa di «convalidare parti altamente discutibili dal libro ‘Le guerre del gas? Capitalismo clientelare e Ambani’ nel suo articolo ‘Ambani ki dukaan?». Interessante notare che l’avviso si riferisca sempre al libro come a un ‘Opuscolo’ e includa anche le notizie inviate agli scrittori e gli editori del libro, come cita Moneylife nel suo report sull’avviso. 

Condannando questo tipo di note legali, il ricorso sottoscritto da un forum di cittadini consapevoli afferma, «Abbiamo letto il libro ‘guerre del gas: capitalismo clientelare e Ambani’, co-firmato e pubblicato da Paranjoy Guha Thakurta e la recensione ‘Ambani ki dukaan?’ di Sucheta Dalal, caporedattore del sito della rivista Moneylife e i suoi messaggi su Twitter e non abbiamo trovato nulla di diffamatorio nel libro o negli articoli e nei tweet. L’impeccabile reputazione di Paranjoy Guha Thakurta e Sucheta Dalal sono esemplari per il giornalismo indiano in epoca di notizie a pagamento, giornalismo embedded e controllo draconiano delle aziende sui media»

«Questo atto antidemocratico da parte delle persone più ricche del nostro paese e da parte di persone artificiali -le imprese- è del tutto inaccettabile, deplorevole e costituisce un’illegittima azione contro i diritti dei cittadini» dice il ricorso. 

Un altro libro scritto dall’autore Tamal Bandyopadhyay sul Sahara Group ha a sua volta infastidito il proprietari che, nel dicembre 2013, ha citato in giudizio Bandyopadhyay con una causa per diffamazione da 200 crore di rupie, chiedendo la sospensione della distribuzione del libro. 

Sahara Group, tuttavia, ha ritirato la causa per diffamazione ad aprile 2014, a condizione che il libro ‘Sahara: The Untold Story’ (Sahara, una storia non raccontata) includa una dichiarazione di non responsabilità da parte Sahara, affermando: «Il libro può al massimo essere trattato come una prospettiva dell’autore, con tutto il suo contenuto diffamatorio, insinuazioni e altre obiezioni, che ci hanno spinto a esercitare il nostro diritto di ricorrere al tribunale … per ottenere la possibilità di far valere le nostre obiezioni, sotto forma di questa dichiarazione di non responsabilità … nella migliore tradizione del Sahara Group e nel rispetto per la libertà del giornalista, noi ritiriamo la querela… che avevamo presentato contro la pubblicazione del libro».

Simili azioni di rivendicazione da parte delle principali aziende dell’India non solo intimidiscono i giornalisti che hanno il coraggio di raccontare la verità al pubblico, ma limitano anche i fondamentali diritti della libertà di parola, la base fondamentale della democrazia. 

Secondo George Washington, «Se agli uomini si vieta di esprimere il loro sentimento di una questione, il che può comportare le conseguenze più gravi e allarmanti che il genere umano possa prendere in considerazione, la ragione non è di alcuna utilità per noi, la libertà di parole può essere cancellata, e muti e silenziosi possiamo essere manipolati, come agnelli condotti al macello».

 

Traduzione di Valeria Noli @valeria_noli 

 

 

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