venerdì, Gennaio 28

La libertà del testimone di giustizia field_506ffb1d3dbe2

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Cosa dovrebbero fare le istituzioni per stare vicino a chi ha il coraggio di opporsi alla mafia?

Lo Stato civile deve scegliere da che parte stare. Non siamo supereroi ma persone che hanno avuto la dignità di denunciare liberando il territorio dei cittadini. Dovrebbero stare vicino ai testimoni, tutelare i loro affetti, proteggerli e accompagnarli nel cammino lavorativo, non chiudere le imprese che hanno denunciato, perché se no gli imprenditori potrebbero pensare di non farlo per non fare la fine di Ignazio Cutrò… Io ho il coraggio di guardare i miei figli negli occhi quando torno a casa.

C’è mai stato un momento in cui si è pentito di aver intrapreso questo percorso?

No, assolutamente. Come ribadito in passato io le scarpe le metto già allacciate e me le infilo quando sono già in piedi, non mi piego nemmeno per allacciarmi le scarpe. Sono convinto fortemente che un passo indietro non esiste, non l’abbiamo mai fatto, tutto inizia oggi, non è finita, ci saranno altre battaglie di civiltà.

Ci racconta un aneddoto particolare del suo percorso?

Il 2 dicembre 2010 mi sono incatenato davanti al Viminale, per proteggere la mia famiglia. La direzione distrettuale antimafia di Palermo aveva richiesto per noi un programma di protezione. Sono stato ricevuto dal sottosegretario Mantovano e dopo 15 giorni, dal Dott. Teresi della Dda di Palermo. Ero molto emozionato perché mi trovavo nella stanza di Paolo Borsellino. Dopo una lunga discussione, celebrandosi il processo di lì a poco, Teresi mi consigliava di rientrare nel programma di protezione e di andare via dalla mia terra. A mio avviso era un grande errore scappare dal proprio Paese perché doveva combattersi una battaglia civile e non personale. Falcone diceva che la mafia si può distruggere in poco tempo solo attraverso un popolo che insorge e dunque il segnale forte era, secondo me, quello di proteggere il cittadino nel proprio Paese. Prima di congedarlo gli dissi questa frase: “Se io e la mia famiglia dovessimo attraversare lo Stretto di Messina con le valige in mano non avremmo perso solo noi ma tutti, compreso lei. Non devo essere io ad andare ma i mafiosi”. Mi ha detto che era la scelta giusta.

Ha lanciato un bel messaggio: “Non ce ne dobbiamo andare noi dalle nostre terre, ma chi le ha infangate e continua a infangare con la sua criminalità. Pensa che il suo esempio possa portare altri a fare lo stesso percorso? La strada è ancora lunga?

Sono molto ottimista sul fatto che ci saranno altri testimoni, tantissimi hanno denunciato avendo avuto la voglia di vivere e un forte senso di Stato. Questa legge può rappresentare un’arma potentissima per magistratura e politica. Cercheremo di incontrare il ministro Del Rio e discuteremo sulla possibilità di creare una legge nazionale per riservare un certo numero di appalti per l’imprenditore che denuncia. Non lo faccio per me perché non sono più imprenditore ma per la società. Noi facciamo qualcosa per la società e loro devono fare qualcosa per starci vicino. Ancora oggi accade che esce il mafioso e si fanno inchini e applausi.

Ha mai avuto paura per sé e per i figli e ci sono stati momenti in cui la paura è prevalsa sul suo coraggio e la sua tenacia?

Chi non ha paura non è un uomo. Rifacendomi a Falcone, non si muore solo di mafia ma anche di solitudine. Abbiamo vissuto tutto nella nostra pelle e il periodo del processo è stato particolarmente duro ma siamo andati avanti. Ci ripetevamo che non ci saremmo fatti buttare fuori a pedate da nessuno, specialmente dai mafiosi.

Infine un messaggio rivolto da Cutrò ai padri: “Denunciate per i vostri figli, non lasciate loro in eredità questo cancro. Oggi non ti ribelli perché hai paura e questa può essere condivisa, perché è forte, poi sentendo che chi denuncia, magari, viene abbandonato, si desiste, tuttavia non lasciamo che questo fardello si trasmetta, incominciamo a farlo noi, un piccolo passo, un dovere come padre e cittadino”.

 

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