venerdì, Gennaio 28

La libertà del testimone di giustizia field_506ffb1d3dbe2

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Il direttore del Servizio Centrale di Protezione Caridi ha però manifestato la sua preoccupazione perché i componenti dell’Associazione Nazionale testimoni di giustizia si sarebbero sovraesposti, scendendo in piazza e mostrando i loro volti con troppa facilità, vanificando i programmi di protezione per loro predisposti. Cosa si sente di rispondere?

L’Associazione Nazionale Testimoni nasce per difendere i diritti e stare accanto alle istituzioni. Dice bene l’ex presidente della quinta sottocommissione testimoni di giustizia, Davide Mattiello, nel suo libro, quando afferma che se le cose fossero andate bene non ci sarebbe stato bisogno di creare un’associazione. Ognuno faccia il suo ruolo non infangando gli altri, rispetto quello che hanno detto le istituzioni, noi andremo avanti per la nostra strada. Sulla sovraesposizione dico al direttore di mettersi nei miei panni, nei panni di chi ha perso tutto, di chi non riesce a pagare la bolletta della luce, di chi non ha la possibilità nemmeno di fare la spesa, dopo lo invito a riparlare, non so se direbbe le stesse cose. Noi come famiglia abbiamo fatto una scelta e viviamo così, non so se lui per la sua famiglia avrebbe voluto lo stesso. Magari togliendo lo stipendio per un anno a queste persone la penserebbero diversamente…

Quali sono i progetti e i propositi che avete come Associazione?

Noi testimoni della giustizia insceniamo proteste perché ci sono dei problemi, non è colpa dell’associazione ma di chi non applica ciò che c’è scritto nella normativa. So che ad Aprile, l’ex direttore del servizio centrale Pascali, aveva presentato una correzione della legge dove era presente un passaggio fondamentale per equiparare i testimoni di giustizia che decidono di rimanere nella propria località d’origine a quelli che sono in località protetta, cioè la previsione di una mensilità anche nel primo caso. Siamo penalizzati, sarebbe una possibilità di vita.
Anche noi, tuttavia, dobbiamo fare autocritica, perché c’è chi ha avuto tanto e continua a mungere la mucca, bisogna distinguere caso per caso e non fare di tutta l’erba un fascio come spesso si fa, questo mi fa male come testimone e come presidente dell’Associazione. Continueremo sulla nostra strada, accanto alle istituzioni, abbiamo riportato grandi vittorie ed ognuno risponde per la propria esposizione.

Rispetto al primo attentato, subito nel 1999, quali sensazioni prova oggi? Come è cambiato come uomo, come padre, come marito..

Io e la mia famiglia siamo persone libere, anche se siamo sotto tutela. Non abbiamo perso la nostra dignità, inoltre non ho denunciato io ma l’ imprenditore Ignazio Cutrò, ognuno si assume le proprie responsabilità. Io vado in giro per l’Italia trasmettendo un messaggio sano, dico sempre di denunciare in qualsiasi modo, in ogni caso e qualsiasi cosa succede, è un diritto del cittadino. Certo se poi le istituzioni mandano un messaggio devastante come la chiusura della mia azienda, per di più in un territorio fortemente colpito dalla mafia come la provincia di Agrigento, non può poi rimproverarci perché mostriamo i volti per lottare in favore delle nostre tutele. Volevo fare l’imprenditore, mi sono anche incatenato non per un fatto personale ma per una battaglia dell’associazione. Finalmente, dal 1° ottobre, porterò qualcosa a casa per sfamare la mia famiglia ma mi sento un leone in gabbia. La vittoria dello Stato come istituzione si sarebbe avuta solo non chiudendo la mia azienda.

Si è sentito abbandonato dallo Stato nella sua battaglia per il trionfo della legalità?

Mi sento abbandonato dallo Stato, lo Stato siamo anche noi cittadini e loro ci hanno abbandonato. Se si fossero messi davanti a me a dire: “In culo alla mafia o siamo contro i mafiosi” e ci fossero stati vicini, la mia famiglia non sarebbe stata un obiettivo e saremmo stati ancora più liberi. I cittadini devono scegliere da che parte stare. Che io sia stato abbandonato dallo Stato mi sembra un dato di fatto, anche se magistratura e forze dell’ordine hanno fatto quello che potevano fare in un contesto d’abbandono come quello di Bivona dove non si riescono ad avere le tutele normali che la legge prevede. Se da cittadino non pago le tasse, mi arrivano le cartelle esattoriali, non posso sgarrare, ma poi magari il politico di turno, indagato per mafia o condannato, viene tutelato con tutti gli organi previsti dall’UCIS (Ufficio centrale scorte presso il Ministero dell’Interno). Non è giusto, se mi vado a incatenare sono uno che si espone ma di sicuro non lo farei se mi dessero quello che mi spetta.

Che rapporto avete con le istituzioni?

Non vogliamo andare in televisione ma è l’esigenza, l’Associazione nazionale testimoni è una spina nel fianco per loro. Chi sta in una località protetta non può giustamente mostrare il volto e rilasciare interviste, se no viene buttato fuori. Io, restando nella mia località, sono rimasto un cittadino libero, posso parlare con te e portare avanti le battaglie dei miei fratelli testimoni. Siamo 88 a seguire un programma, 180 in tutta la storia dei testimoni di giustizia, 180 famiglie, poveri disgraziati che hanno dato la loro libertà al Paese. Dovremmo essere il fiore all’occhiello delle istituzioni ma siamo trattati come terroristi che vogliono chissà cosa, abbiamo perso la libertà. Mi manca una cosa semplicissima, il vento che arriva in faccia quando alzi il finestrino, mi manca la libertà, abbiamo una macchina blindata per proteggerci. Mi manca prendere un caffè o una pizza con amici, mi mancano tutte queste cose ma accettiamo la situazione.

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