mercoledì, Aprile 14

La libertà del testimone di giustizia field_506ffb1d3dbe2

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Non mi sono mai pentito di aver intrapreso questo percorso, io le scarpe le metto già allacciate, non mi piego nemmeno per allacciarle”.

Il coraggio, la forza, la determinazione, la dignità, emergono queste qualità insieme a tanto altro dalle parole di Ignazio Cutrò, Presidente dell’Associazione nazionale testimoni di giustizia. La sua storia inizia con una denuncia che ha come destinatari i suoi estorsori, che ha come bersaglio la mafia, particolarmente radicata nel suo Paese d’origine, Bivona, nella provincia di Agrigento. Un primo avvertimento, la sera del 10 ottobre 1999, con una pala meccanica bruciata, poi un susseguirsi di minacce e intimidazioni, fino al grande passo, nel 2006, quando diventa testimone di giustizia. Dalle risposte di Cutrò, il ribellarsi, l’opporsi ad un certo sistema, rappresenterebbe la normalità, un gesto naturale, un diritto-dovere del cittadino. Un ragionamento giusto, di buon senso, sicuramente non scevro da problematiche, da ostacoli in una battaglia in cui spesso, assenti non giustificate, sono le istituzioni. L’esercizio di un diritto e l’adempimento di un dovere non devono togliere però nulla al coraggio, all’esposizione della propria famiglia ad una vita fatta di rinunce in nome della dignità, di una libertà che forse vale più del caro prezzo pagato ogni giorno. Grazie alle sue testimonianze, tutti i suoi estortori sono stati arrestati e condannati, ma nel frattempo, Cutrò, ha perso il suo lavoro da imprenditore. Un’impresa fallita perché i cittadini gli hanno voltato le spalle, non dandogli più commesse, il tutto nell’indifferenza totale dello Stato. Adesso però è il tempo delle rivincite perché grazie alla legge regionale siciliana, in una Regione che spesso arriva molto dopo gli altri ma che, stavolta, ha agito da apripista con efficacia, il Presidente dell’Associazione nazionale testimoni è stato assunto al Comune di Bivona e potrà lavorare nel luogo in cui ha sempre vissuto e in cui ha sempre combattuto. Non è il primo e non sarà l’ultimo caso perché sono ben 25 i testimoni di giustizia assunti alla Regione.

A livello nazionale, colpevolmente, si sonnecchia. Nell’agosto 2013, infatti, il Governo Letta ha approvato un decreto legge che permette ai testimoni di giustizia di essere assunti nella pubblica amministrazione, poi trasformato in legge. La solita burocrazia ha posticipato il decreto di attuazione addirittura a Febbraio di quest’anno. Uno dei tanti casi dove la legge c’è ma manca la sua concreta applicazione.

Nel frattempo, Cutrò, deve difendersi anche dalle critiche mosse dal Direttore del Servizio Centrale di Protezione Andrea Caridi, che non nasconde la preoccupazione per l’esposizione mediatica di alcuni soggetti sottoposti al regime di protezione. Ecco le sue parole.

 

Cosa significa per lei essere stato assunto nel posto in cui è nato, nel luogo in cui è vissuto e in cui ha combattuto e continua a combattere la sua battaglia per la legalità?

Rappresenta un segnale fortissimo da parte delle istituzioni, un segnale devastante contro i mafiosi. Tutto è nato a Bivona, lì è iniziata la mia storia e si sono susseguite le denunce, io ho vinto contro la mafia ma le istituzioni, inizialmente, avevano perso con me perché mi avevano fatto chiudere l’azienda. E’ una scelta che ha un sapore particolare, sa di vittoria, iniziare a lavorare a Bivona, dove siamo stati in parte isolati, ha un significato speciale.

Dire che la Regione Sicilia si è finalmente data una svegliata in tal senso le sembra una provocazione? Sono stati infatti assunti altri testimoni di giustizia…

Ci sono state altre tre assunzioni oltre la mia, un testimone non si è presentato per motivi personali. Non mi sembra una provocazione ma un dato di fatto, voglio ringraziare tutta la politica siciliana che finalmente ha dato un duro colpo alla mafia attraverso la legge regionale, una norma nata a Bivona, a casa mia, assieme ad altri testimoni. Da vittime ci siamo trasformati in legislatori, creando una bozza di legge alla buona. Ricordo benissimo quel 19 Dicembre 2012 quando mi sono recato dal Presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta per presentarla, non mi sarei mai aspettato la reazione del governatore, che, dopo aver letto quella decina di pagine, l’ha firmata. Ci ha subito detto di considerarla legge, che era bellissima, anzi si rammaricava di non averci pensato prima. Ad Agosto 2014 è stato approvata in Regione. Purtroppo la burocrazia ha dato il via libera alle assunzioni solamente ad Aprile.

Com’è la situazione, invece, a livello nazionale?

L’iter ha avuto inizio nel 2013 quando siamo riusciti, grazie ai presidenti della Commissione antimafia Musumeci e dell’Ars Ardizzone, ad incontrare l’allora ministro D’Alia. Era maggio, in dieci sembravamo l’armata Brancaleone, andavamo alla conquista di sogno. Vi era già una bozza di legge del senatore Lumia, il ministro rispose che avremmo potuto considerarla legge e che avrebbe fatto ciò che avrebbe potuto fare. Ricordo ancora l’emozione quando abbiamo appreso dalla tv, dall’allora Presidente del Consiglio Letta , l’emanazione del decreto per l’assunzione dei testimoni di giustizia, è stata una grande vittoria. Ad ottobre 2013 c’è stata la conversione in legge, tuttavia i testimoni sono stati privati della libertà e la speranza. Il decreto attuativo risale infatti al 6 Febbraio di quest’anno. Alla fine l’’importante è che ce l’abbiamo fatta, in Sicilia sono stati assunti coloro i quali disponevano dei requisiti, a livello nazionale si sta smuovendo qualcosa, attendiamo un grande riscatto.

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