domenica, Settembre 26

La libertà accademica sotto attacco

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Nel marzo del 2014 Robert Chung, uno dei sondaggisti più influenti di Hong Kong, fu oggetto di una polemica rivolta contro la sua integrità personale e la correttezza dei suoi sondaggi i quali mostravano un calo costante della popolarità del Governo della Regione Amministrativa Speciale.

I suoi critici mettevano in discussione l’imparzialità e la metodologia dei suoi sondaggi. ‘Wen Wei Po’, un quotidiano considerato vicino al PCC (Partito Comunista Cinese), mise in dubbio la veridicità delle fonti di Chung, arrivando persino ad accusarlo di avere ricevuto finanziamenti da organizzazioni straniere, fra cui l’intelligence statunitense. ‘Ta Kung Pao‘, un altro giornale filopechinese, accusò Chung di ipocrisia.

La controversia fu addirittura portata all’attenzione della Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese (CPCPC), uno degli organi di Stato più importanti della Repubblica Popolare Cinese (RPC). Peter Lee, un membro della Conferenza e il figlio maggiore di Lee Shau-kee, uno degli uomini più ricchi di Hong Kong, lanciò un attacco contro Robert Chung, accusandolo di pubblicare sondaggi in ‘momenti critici’ in modo da influenzare l’opinione pubblica e danneggiare Leung Chun-ying, il Capo dell’Esecutivo di Hong Kong.

Durante il discorso di Lee era presente anche Zhang Dejiang, uno dei membri del Comitato Permanente del Politburo e presidente del Congresso Nazionale del Popolo (CNP). Per controbilanciare l’impatto mediatico dei sondaggi di Chung, Peter Lee avanzò la proposta di fondare una nuova agenzia di sondaggi.
Robert Chung difese il suo lavoro, paragonando se stesso al bambino della fiaba ‘I vestiti nuovi dell’imperatore’ di Hans Christian Andersen. Nel racconto, due imbroglioni convincono l’imperatore e la sua corte di potergli confezionare bellissimi abiti di un tessuto che gli ingenui e gli stupidi non possono vedere. In realtà, i vestiti non esistono, ma né l’imperatore né i sudditi ammettono di non vedere nulla, per paura di essere considerati stolti. Il sovrano sfila per la città e tutti continuano a fingere di vedere gli splendidi abiti, finché un bambino grida che l’imperatore non ha nulla addosso.

«Il bambino lo ha fatto per intuizione» dichiarò Chung in un’intervista. «Ma i miei sondaggi sono basati su dati scientifici.» Riferendosi al Capo dell’Esecutivo, Chung lo paragonò all’imperatore. «Coloro che stanno dietro all’imperatore non gli dicono la verità così da renderlo felice.»

Prima di essere nominato direttore del Programma di Opinione Pubblica dell’Università di Hong Kong, Robert Chung era già stato al centro di un’altra polemica di ben maggiore rilevanza politica, una polemica che è diventata il simbolo dell’ingerenza del Governo nell’attività accademica della città.
Il 7 luglio del 2000, Robert Chung pubblicò un articolo sul ‘South China Morning Post‘, il maggior quotidiano in lingua inglese di Hong Kong, sostenendo di aver subito pressioni da parte di figure istituzionali dell’Università di Hong Kong per abbandonare i suoi sondaggi. In quel periodo Robert Chung stava realizzando una serie di sondaggi sulla popolarità dell’allora Capo dell’Esecutivo, Tung Chee-hwa. Questi era stato nominato da Pechino nel 1997 e, dopo aver goduto di una breve luna di miele con la cittadinanza dell’ex colonia, cominciò a perdere consensi. Secondo Robert Chung, i risultati dei sondaggi erano sgraditi al Governo che ne temeva l’impatto negativo sull’opinione pubblica.
«Più di una volta ho ricevuto dei chiari messaggi da parte di Tung [Chee-hwa] attraverso terzi. Egli mi ha fatto sapere che le mie attività erano sgradite e che non voleva che io facessi sondaggi sulla sua popolarità o sulla credibilità del Governo,» scrisse. Inizialmente Chung non fece i nomi dei terzi. Rappresentanti del Governo, però, lo accusarono di dire il falso e gli chiesero di rivelare chi gli avesse fatto pressione. Egli allora disse di aver ricevuto avvertimenti da parte del vice cancelliere dell’università, Cheng Yiu-chung. Questi gli aveva fatto sapere che l’università gli avrebbe tolto i fondi se avesse continuato a fare sondaggi sul Capo dell’Esecutivo. Le rivelazioni fecero scalpore e portarono all’istituzione di una commissione d’inchiesta dell’università. A causa delle forti polemiche, Cheng Yiu-chung e il sostituto vice cancelliere, Wong Siu-lung, si dimisero. Nonostante si fossero dichiarati innocenti, dissero di non voler danneggiare la reputazione dell’università.
Il ‘caso Robert Chung’ contribuì a delegittimare ulteriormente il Governo di Tung Chee-hwa, il quale veniva accusato di fare più gli interessi di Pechino che quelli della popolazione di Hong Kong. Lo scandalo del 2000 fece riaffiorare in molti il timore che dopo la fine dell’era coloniale britannica il Governo comunista stesse lentamente corrodendo le libertà di Hong Kong, fra cui l’indipendenza delle università dalla politica.
Le università, in quanto luoghi di formazione dell’elites della città e di libero dibattito, hanno assunto un ruolo di primo piano nella battaglia per il suffragio universale. Nel gennaio del 2013, Benny Tai, professore di legge all’Università di Hong Kong, pubblicò un articolo in cui propose di organizzare un movimento di disobbedienza civile se Pechino non avesse concesso l’elezione del Capo dell’Esecutivo per suffragio universale entro il 2017. Questo articolo fu l’inizio di Occupy Central‘, il movimento che paralizzò per più di due mesi il centro di Hong Kong. Fra i leader della protesta vi erano, oltre agli studenti, anche altre professori, come Chan Kin-man, docente di sociologia all’Università Cinese di Hong Kong.

Nella Cina neo-maoista di Xi Jinping, però, non vi è spazio per il dissenso aperto e il suffragio universale. Il Governo di Pechino si oppose sin dall’inizio a ‘Occupy Central’. I manifestanti dovettero infine accettare la sconfitta e ritirarsi. Ma le università sono ormai esposte. Esse vengono viste dalla leadership comunista come covi di intellettuali che non solo creano caos e si oppongono al PCC, ma che addirittura commettono atti di alto tradimento. Alcuni segnali fanno capire come il Governo di Pechino e i suoi alleati di Hong Kong vogliano dare un freno alla libertà accademica della città più liberale della Cina.
A gennaio, nel suo discorso inaugurale, il Capo dell’Esecutivo Leung Chun-ying condannò un articolo pubblicato sulla rivista studentesca ‘Undergrad intitolato ‘I cittadini di Hong Kong decidano il proprio destino’. Nell’articolo si analizzava la questione dell’identità, un tema poi ulteriormente sviluppato dagli autori in un libro intitolato ‘Il nazionalismo di Hong Kong’. Leung criticò gli studenti, sostenendo che essi avessero «interpretato male alcuni fatti. Dobbiamo stare attenti. Dobbiamo anche chiedere ad alcuni rappresentanti politici … di scoraggiarli dal pubblicare certi concetti sbagliati.» Alex Chow, segretario generale della Federazione degli Studenti di Hong Kong e uno dei leader della ‘Rivoluzione degli Ombrelli‘, accusò il Capo dell’Esecutivo di non riuscire a «tollerare l’indipendenza, la libertà e l’atteggiamento di sfida degli studenti.»

Le università hanno inoltre subito pressioni per punire i professori e gli studenti che hanno partecipato a ‘Occupy Central’. Di recente, Johannes Chan, il decano della facoltà di legge dell’Università di Hong Kong, un esperto di diritti umani, liberale, ed ex capo di Benny Tai, è stato al centro di una campagna diffamatoria da parte di quotidiani vicini a Pechino. Quest’anno Johannes Chan si è candidato alla cancelleria dell’università, cosa sgradita all’establishment filopechinese a causa delle simpatie del professore per il movimento democratico.

Wen Wei Po‘, quotidiano filocomunista, ha accusato Chan di intromettersi in questioni di politica. Il giornale ha inoltre sostenuto che la qualità della facoltà di legge sia peggiorata durante il decanato di Chan, citando i risultati di una recente classifica. A febbraio, durante un discorso tenuto all’Università di Cambridge, Chan ha negato le accuse mosse contro di lui e ha lanciato una nuova critica nei confronti dei rapporti fra il sistema politico e quello accademico di Hong Kong. «Il Governo ha un potere considerevole sulle università, e questo non mi sembra giusto,» ha detto. Egli ha poi criticato il fatto che il Capo dell’Esecutivo è anche per legge cancelliere di tutte le università finanziate con denaro pubblico, anche se per tradizione egli non dovrebbe esercitare alcun controllo personale su di esse.
Intanto, l’attuale Capo dell’Esecutivo è stato accusato dai media di aver interferito nell’elezione del nuovo sostituto vice cancelliere chiamando personalmente membri del consiglio dell’università e chiedendo loro dei rapporti fra Chan e ‘Occupy Central’. Il Consiglio Legislativo di Hong Kong lancerà un’inchiesta per determinare la veridicità dei fatti.
Diversi professori che hanno partecipato a o espresso solidarietà nei confronti dei movimenti democratici hanno ricevuto pressioni ed intimidazioni di vario tipo, che vanno dalle lettere anonime alle minacce di denuncia fino a giungere alle campagne mediatiche.
Ad esempio, dopo aver lanciato ‘Occupy Central’ Benny Tai ha ricevuto minacce di morte. In alcune, veniva chiamato ‘il Diavolo’. Una lettera conteneva un rasoio.
Anche Chan Kin-man ha ricevuto lettere contenenti minacce di morte scritte. «Sapevo che dopo aver partecipato al movimento mi avrebbero attaccato e trattato come un nemico» ha dichiarato all’agenzia Reuters il docente.

Joseph Cheng, docente di scienze politiche e simpatizzante del movimento democratico, è stato accusato dal quotidiano filopechinese ‘Wen Wei Po‘ di plagio ed evasione fiscale. Delle lamentele al riguardo sono state presentate alla sua università, che ha aperto un’indagine. Cheng ha negato le accuse. Il docente ha dichiarato che da quando ha cominciato a prendere parte ad attività politiche il suo computer è stato attaccato da hacker, i suoi rapporti con docenti della Cina continentale sono deteriorati, e fatica a trovare finanziamenti per le sue ricerche. Gruppi filopechinesi sono entrati in aula durante le sue lezioni, hanno pedinato lui e sua moglie. «Se alzi la testa ti possono distruggere,» ha detto. «Ti possono davvero fare tante pressioni.»

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