martedì, Aprile 13

La lezione economica che i tedeschi hanno dimenticato field_506ffb1d3dbe2

0

Manfred-Weber

A margine del discorso del Presidente Matteo Renzi, tenuto ieri al Parlamento europeo, il capo gruppo PPE, il tedesco Manfred Weber (Cdu), ha affermato che «i debiti non creano futuro, lo distruggono», aggiungendo poi che «dobbiamo continuare» sulla linea del rigore, chiedendosi «l’Italia ha il 130% di debito sul PIL, dove li prende i soldi?»

L’occasione è ghiotta per  rispondere all’Onorevole Weber (che porta un cognome illustre certo non onorato dal tono del suo intervento) e per intrattenere il Lettore sull’opera del Governatore della Reichsbank  (la banca centrale tedesca) Hjalmar Schacht.

Schacht nell’affrontare la crisi del 1929, ribaltò la politica di ortodossia monetaria fatta di  incremento dell’imposizione fiscale e di compressione dei salari (suggerita oggi da Weber) che portò la Germania in una spirale recessiva disatrosa ed all’insolvenza dello Stato. All’epoca in Germania, la produzione industriale, infatti, crollò del 40%, i salari del 50%, il commercio con l’estero del 60%, le riserve auree si ridussero prossime allo zero, il risparmio delle famiglie fu ridotto al lumicino e comunque quel poco rimasto non venne investito per mancanza di prospettive.

La grande intuizione (ed il coraggio) di Schacht fu quella di abbandonare  completamente la politica di ortodossia monetaria e di invertire il processo di finanziamento della produzione facendo seguire il risparmio agli investimenti.  In altre parole si investirono nella produzione risorse che ancora non esistevano. Queste disponibilità (future) investite nell’industria, nell’agricoltura, nei servizi fecero crescere la produzione, provocarono nuove assunzioni, generarono una distribuzione di maggiori salari e profitti. Puntualmente, dopo qualche anno, si ricostituì il risparmio in modo da coprire gli investimenti anticipati.

Il sistema così si riequilibrò.

La manovra, per più di un miliardo di marchi,  fu avviata nella metà del 1932 con la concessione di crediti (congelando i rimborsi dei debiti che lo Stato tedesco aveva verso l’estero, poi condonati nel 1952 insieme ai danni di guerra del secondo conflitto mondiale) e portò nel giro di un triennio ad un eccezionale sviluppo dell’economia tedesca che, putroppo, fu poi utilizzato per il riarmo da parte del Nazismo.

Si può applicare il metodo Schacht all’Italia in questa attuale congiuntura?

Con i dovuti aggiustamenti, penso che ciò sia possibile attraverso un mix di interventi che potrebbero avere come avvio iniziale proprio il metodo Schacht mediante: la costituzione (da parte del Tesoro)  di una società per la realizzazione di opere pubbliche (penso alla sistemazione idrogeologica del territorio, alla realizzazione di linee metropolitane per le grandi città, alla messa in sicurezza delle scuole pubbliche, al completamento delle innumerevoli opere incompiute, ecc.); la stipula di una convenzione con la quale la società per le opere pubbliche (SOP) sarà pagata dallo Stato soltanto dopo la realizzazione, la consegna  ed il collaudo dell’opera pubblica, eventualmente anche rateizzando l’importo negli anni successivi.

E’ evidente che la SOP  dovrà finanziarsi dal sistema bancario o mediante emissione di obbligazioni. In questo modo si aggira il divieto imposto alla BCE di finanziare direttamente gli Stati membri.

Un piano di investimenti per 100 miliardi di euro potrebbero in un paio d’anni dare un forte incentivo allo sviluppo, incrementare l’occupazione, ridare impulso alla domanda di beni di consumo.

L’incremento del PIL derivante dagli investimenti della SOP,  e gli altri provvedimenti quali l’abbattimento del debito pubblico mediante le dismissioni (utilizzando i fondi comuni, come suggerito in un altro mio articolo), ed i tagli della spesa pubblica improduttiva, consentiranno di emettere poi titoli di Stato a copertura del debito verso la SOP.

Con buona pace della Signora Merkel e del Signor Weber ai quali si può sempre ricordare che quanto posto in essere rientra nella tradizione della politica economica germanica da quasi un secolo.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->