mercoledì, Maggio 12

La lezione di Palmira Servono strumenti per la conservazione di queste vere e proprie linfe vitali dei popoli

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Una quindicina di anni fa, più o meno, su suggerimento della mia carissima amica della quale ero ospite a Nicosia, presso la dimora sua e del fidanzato americano dell’epoca, arricchii l’escursione cipriota, con una puntata in terra siriana destinazione Palmira. La città, celebre in tutto il mondo per il suo sito archeologico, si trova a circa 240 km a nord-est di Damasco. Palmira è il nome greco tradotto dall’originale Tadmor nome Aramaico, che significa palma. La situazione attuale del luogo, tra le talvolta contradditorie informazioni che giungono fino a noi, hanno in comune il dato della volontà di distruzione del sito archeologico di Palmira ad opera dei miliziani dell’Isis, come già tristemente avvenuto in altri luoghi.
La città, oltre alle tante suggestioni che offre (non ce la faccio ancora a dire offriva), ha quella meno nota del mistero nel quale è avvolta. Questo aspetto risulta essere inspiegabile, pure alla luce del ruolo ricoperto quale punto fondamentale di snodo delle carovaniere, svolto dall’oasi di Palmira. Attorno ad essa, e in virtù di questa preziosa realtà, era nata e si era sviluppata la città. Tappa di primaria importanza, per i commerci verso il mondo asiatico. Confidenzialmente i nomadi la chiamavano ‘la sposa del deserto’.
Per dare un’idea, della rilevanza di Palmira nell’antichità, basti osservare che essa viene citata nella Bibbia come Tadmor (Secondo Libro delle Cronache), quale città fortificata da Re Salomone. Dopo questa citazione, per circa mille anni, cala il buio e il silenzio sulla città. Non risulta più nominata in alcuna fonte. Cosa di difficile comprensibilità, considerando gli elementi riportati. La città riaffiora, è proprio il caso di dirlo ‘magicamente’, in notizie e citazioni dell’epoca del I secolo a.C. ancora una volta come importante centro di passaggio per i commerci. Grazie a questo la ricchezza del luogo e dei suoi cittadini, si incrementò notevolmente.
Palmira all’epoca, ebbe sempre una certa autonomia da Roma. Impero del quale faceva parte. Fino ad arrivare all’indipendenza, con la costituzione del regno della Regina Zenobia.
Il sito archeologico, oggetto della furia distruttrice dell’Isis, che ebbi in quel viaggio, occasione di visitare e che oggi al lume dei tragici accadimenti mi sembra più coretto dire il ‘privilegio’, anche se compatto, presentava in modo articolato la presenza dei beni monumentali che ospitava. Ne ricordiamo alcuni la cavea dello splendido Teatro Romano, la scena del teatro stesso, le Terme di Diocleziano, il monumento alla divinità Ball il sole. Solo per citarne alcuni ovviamente.
L’impatto emotivo che ebbi nel vedere quelle meraviglie, in più in un contesto per me inusuale quale era quello desertico, è rimasto in me indelebile. Stando alle cronache, quello che vidi e molto altro è stato in gran parte distrutto.

Nello sgomento complessivo, che provo per questi avvenimenti, mi rendo conto della insufficienza del linguaggio che ho a disposizione a fronte di tale enormità. Non riesco a trovare parole adeguate. Barbarie, orrore e quanto altro, mi appaiono assolutamente incapienti. Diventate quasi stucchevoli dall’uso protratto che se ne è fatto.

Colmi di ribrezzo, al netto di queste considerazioni, rimane lalezione’, raccapricciante, che l’Isis, con i suoi comportamenti, sta dando al colosso tecnologico finanziario del mondo occidentale. Colosso notoriamente dai piedi d’argilla.

Anche nei secoli più recenti, era prassi consolidata, e seguita da tutti, e sottolineo tutti, che gli eserciti vincitori e invasori di una Nazione, depredassero i beni, anche, se non soprattutto, artistici deivinti’. Penso agli spagnoli dell’Invincibile Armata nelle Americhe, alle truppe napoleoniche e inglesi, nei luoghi dove prevalevano. Ai tedeschi, con i loro deprecabili comportamenti durante il secondo conflitto mondiale. Tutto questo, all’ombra della mai completamente tramontata cultura deldiritto di bottino’. A differenza del gusto accertato storicamente, di noi europei per la razzia, l’Isis pone la questione in altri termini, quelli della cancellazione totale, non della cultura cristiana tout court di noi infedeli, ma di qualsiasi genere di testimonianze di culture alternative, o non perfettamente combacianti con i loro deliri. Da questo spietato e feroce attacco alle persone (ricordo mestamente la fine riservata all’archeologo responsabile di Palmira), e ai supporti della cultura, libri, quadri, monumenti etc, emerge in maniera drammatica una verità.

Colpendo, inesorabilmente, l’arte e la cultura di una civiltà, si individuano in esse le solide architravi di resistenza del nemico da annientare. Eliminare l’identità, il passato dell’avversario, comportamento finalizzato a fargli perdere qualsiasi punto di riferimento. Rendendolo ancora più vulnerabile in balia di quello spaesamento. L’aspetto militare, della conquista di territori, ha, a mio avviso, come obiettivo principale questo disegno.

La perdita per l’umanità, rappresentata dalla distruzione di Palmira, nelle sue cause e nei suoi effetti dovrebbe essere una fonte di approfondita riflessione per tutti -oramai sono mesi che parliamo del genocidio culturale dell’ISIS. A cominciare dalla comunità internazionale nel suo complesso, e quella italiana in particolare. L’Italia, la comunità internazionale si pongano, con rinvigorita consapevolezza, di fronte alla non più rinviabile esigenza di promozione e conservazione di queste vere e proprie linfe vitali dei popoli. Dopo le tragedie provocate dai militanti dell’Isis penso non sia più consentito a nessuno Stato avere un Ministro zuzzerellone, come quello passato alla sua misera storia per la frase «con la cultura non si mangia». L’archeologo capo responsabile del sito di Palmira (che per di più era già andato in pensione), Khaled al Asaad, ci ha insegnato che per difenderla e conservarla si può anche morire. Chapeau.

 

 

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