lunedì, Settembre 20

La lezione di Montanelli image

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«Eravamo abituati a considerarlo quasi immortale, un uomo capace di vincere tutte le battaglie, un punto di riferimento. Ci mancheranno la sua arguzia, i suoi commenti, le sue osservazioni» commenta dolorante la Redazione del Corriere il 22 luglio 2001, quando Indro Montanelli muore nella clinica milanese che aveva ospitato anche Dino Buzzati. Dei maestri si pensa che non debbano morire mai, soprattutto quelli dalla pesante eredità di pensiero e storia come Montanelli. La ‘Storia d’Italia‘ che pubblicò è la storia d’Italia che portava sulle spalle, che raccontava sulla carta stampata del giorno in modi sempre diversi.

I miti diventano spesso ingombranti, osservarli, studiarli, testimoniarne il valore una responsabilità, perpetuarne il ricordo un’incombenza che non tutti sono disposti ad assumersi.

Per questo Paolo di Paolo, autore di ‘Tutte le speranze‘, decide di ‘alleggerire questo monumento’, permettendoci di guardare da lontano il mito Montanelli, come lo stesso giornalista gli consigliò di fare qualche anno fa, già ottantenne, di fronte al giovanissimo mittente delle lettere sempre più frequenti alla Stanza, rubrica sul ‘Corriere‘. A guardarli da lontano i miti diventano insegnanti, resta di loro come hanno mosso le mani nella storia.

Un’operazione ‘scultorea’ che ci permette di osservare Montanelli con l’occhio di un secolo che è finito e del quale abbiamo davvero troppo da conservare, molto da ricordare. Lo stesso metodo che accompagnava il giornalista nella sua scrittura, con la convinzione  -poi diventata monito-  che «in un editoriale basti un’idea, meglio nessuna».

Ieri, durante la Serata Montanelli, all’università eCampus, il profilo del più grande giornalista del Novecento è stato osservato da vicino e da lontano, da chi c’era e da chi non c’era (la generazione dell’autore) e da chi con lui ha lavorato, condiviso, affrontato battaglie. Sopra il collage di eventi, incontri, esperienze, articoli che viene fuori dall’articolata discussione campeggia la lungimiranza di Montanelli, che rende ogni discorso su di lui una completa lezione di giornalismo. Sostenibile, vivace, nuovo.

Giancarlo Mazzuca, direttore de ‘Il Giorno‘ e che ha diretto con Montanelli ‘La Voce‘, ne racconta la missione, quella di mettere al centro il Lettore, come primo investitore, come unico metro di successo di un’esperienza editoriale. Il consiglio: quello di evitare lo scoop, la strumentalizzazione delle notizie, e di passare all’analisi dei fatti.

Sull’antiretorica e l’antideologia di Montanelli si è espresso Marco Travaglio, uno delle decine di giornalisti che lo seguirono nell’esperienza dell’allontanamento volontario da ‘Il Giornale‘ berlusconiano. Nel panorama attuale di Redazioni che abbandonano i free lance in trincea, o malretribuiscono i collaboratori è quanto mai confortante che ci si ispiri a modelli deontologici così integri. Sono queste le risposte che i giovani allievi delle scuole di giornalismo ottengono dalla sua figura, dal momento che, spiega Travaglio, chiedersi se Montanelli fosse di destra o di sinistra è banalmente un’ossessione ideologica.

Un anticonformismo che confonde, quello di Indro, dalla guerra di Eritrea all’antifascismo, dal carcere alla condanna a morte, dall’ostinata adesione democristiana  allo sguardo lungo sui fatti di Ungheria, dal filoberlusconismo alla rottura, alla “gambizzazione” da parte delle BR. Ma confonde solo chi persiste nell’inserire l’apertura al nuovo, la perspicacia, la curiosità nel girone della scarsa coerenza. La ‘lezione’ che Travaglio ci ricorda è quella di un giornalismo che «sta sempre all’opposizione». ‘Il Giornale‘ (ma anche La Voce) di Montanelli costituiva «un argine, un freno alla carenza di qualità e alla stampa grigia» di questi tempi che mancano di bipolarismo ma -forse ancora peggio- di una linea originale, decisa, meno trasversale, più chiara.

Proprio su questo «coacervo di contraddizioni» punta la penna Paolo di Paolo, intento a indagare di più l’aspetto tormentato, semmai di debolezza, di rischio, di paura delle conseguenze, la grandezza di un personaggio che «occupava da vivo meno spazio del vuoto che lasciò la sua morte» come ironizza Paolo Mazzanti.

Non aveva sbagliato Montanelli nella cura e nella coltura delle nuove leve, racconta Gabriele Paci, dell’ex redazione romana de La Voce. E i frutti di questo nuovo giornalismo resistono ai tempi, se li leggiamo intenti ad apprendere ancora dai maestri recenti.

Eppure chi non ha lavorato con Montanelli potrebbe avere imparato di più di chi gli sottoponeva quotidianamente i propri pezzi, ha sostenuto Paolo Gambescia, ex direttore de ‘L’Unità‘, de ‘Il Mattino‘ e de ‘Il Messaggero‘. Se il giornale è la preghiera laica del lettore, Montanelli era la preghiera laica del giornalista. «Un occhio sempre diverso» in grado di far impallidire le conclusioni di ogni altro articolo, fondo, lancio di agenzia. Perché capace di mettere in dubbio una storia o un personaggio con prontezza, intuizione, sintesi. A servizio di un Lettore che riconosce la qualità e la pretende. Una scrittura che «accende il cervello» quella di Montanelli da un punto di vista che non ti saresti aspettato esistesse prima di leggerlo.

Un giornalismo limpido, ironico, un tono a volte eccessivo ma sincero, un’impaginazione dettata dalle priorità del pensiero e non da quella degli investitori, frutto di «un’anima libera e critica» che dalle prime linee degli eventi ha raccontato un difficile Novecento. Un insegnamento senza tempo che si muove sulla parola e sul fatto, sulla leggerezza e sul monumento che coinvolge tutte le generazioni.

Montanelli scriveva di Toni Negri: «Per un Paese non c’è nulla di peggio che i cattivi maestri». Di conseguenza, diremo noi,  non c’è niente di meglio che i buoni.

 

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