martedì, Agosto 3

La Jihad anti-Isis

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Beirut – Mentre l’Iraq continua la sua discesa nelle fiamme della guerra, l’integrità delle istituzioni statali e delle frontiere nazionali sono messe a dura prova sotto uno stress senza precedenti e aggravato; il paese si trova sul ciglio di un precipizio pericoloso, che potrebbe portare a qualcosa di più grave che una semplice disgregazione politica.

Circa un secolo dopo la distruzione dell’Impero Ottomano da parte delle potenze europee, Gran Bretagna, Francia e Italia, che hanno agito da cartografi del Medio Oriente per servire i rispettivi interessi geo-strategici immediati, nel Trattato di Sevres del 1920, l’Iraq si trova a un punto di rottura, la sua integrità nazionale corre il rischio di scomparire secondo criteri religiosi, tribali ed etnici. Inghiottito in una battaglia amara per il controllo con i radicali islamici, l’Iraq, come altri paesi nella regione, Siria, Libano, Giordania, Libia ed Egitto, stanno per essere assorbiti dallo Stato Islamico, un gruppo avente ambizioni sovranazionali egemoniche, nient’altro che una pedina nella corsa al controllo della regione medioorientale .

La guerra contro il terrorismo, che ha visto opporsi le potenze occidentali e i gruppi radicali quali l’ISIS- Stato Islamico dell’Iraq, Al-Sham e Al-Qaida, dal 2011, in seguito alla Primavera Araba, sta per degenerare in una violenta guerra religiosa che costringe le popolazioni a ritirarsi dietro le rispettive linee settarie a causa di un imperante senso si paura.

Se, negli ultimi mesi, la caduta dell’Iraq nella trappola del settarismo è stata oggetto di molti Rapporti ( the Tony Blair Faith Foundation e Amnesty International ), specialmente alla luce dell’aumento del radicalismo intrareligioso in Medio Oriente, all’inizio di dicembre, gli appelli alla Jihad contro l’Isis rischiano di far sconfinare il conflitto in una crociata religiosa regionale conclamata, ponendo ovunque Sunniti contro Sciiti.

L’11 dicembre, l’illustre religioso iracheno sciita Muqtada Al-Sadr, leader del movimento sadrista ha annunciato che le sue milizie, le brigate della pace, sono pronte ad affrontare l’ISIS militarmente in quella che descrivono come jihad, guerra santa. Noi contro di loro.

Dopo mesi di attacchi brutali mirati contro la comunità irachena sciita a causa di ciò che i radicali dell’ISIS hanno definito come eresia contro Dio, ovvero l’Islam sciita, i leader sciiti cercano delle risposte al di là dello Stato, desiderosi di organizzarsi in milizie per sconfiggere l’esercito della bandiera nera e difendere la propria gente.

Il 12 dicembre ha avuto luogo l’ultimo della sequenza degli attacchi violenti contro gli sciiti musulmani, in cui i militanti dell’Isis hanno preso di mira i pellegrini vicino la città santa di Karbala, nel Souk Al-Basra, mentre eseguivano la commemorazione di Arbean (evento religioso che segna l’anniversario del martirio di Imam Hussein, il nipote del Profeta dell’Islam, Maometto).

Gli esperti hanno avvertito che una tale forma di chiusura settaria getterebbe solo benzina sul fuoco e potrebbe altresì attizzare il sentimento e le animosità settarie, al posto di promuovere la cooperazione e la solidarietà interreligiose. “La religione è diventata uno strumento politico. Tra il collasso dell’esercito e l’incapacità dei funzionari nel mostrare un senso di coesione istituzionale, la religione è diventata un potente strumento unificante. Tuttavia, per quanto possa essere efficace nel breve termine, usare la fede come appello unificante per la guerra contro l’ISIS presenterà una serie di problemi, alcuni anche seri,” ha affermato a “L’Indro” Khaled Nasir, analista politico residente a Daka (Bangladesh).

Inoltre, ha aggiunto: “Gli iracheni stanno pagando per l’inadeguatezza di Baghdad. L’Isis continua ad avanzare usando a proprio vantaggio le fratture etniche e religiose della regione. Temo che la paura abbia spinto i leader a coinvolgersi con i radicali in quegli stessi piani. Gli iracheni stanno reagendo senza pensare in modo strategico, li risiede il vero problema.” Tale tendenza verso l’isolamento religioso è stata rappresentata al meglio dall’ appello di Al Sadr alla guerra santa contro l’ISIS.

In una dichiarazione rilasciata alla stampa, il jihadista Abu Doaa Al-Issawi ha scritto: «Date le condizioni eccezionali e il pericolo imminente per la città sacra di Samarra, rappresentato dalle milizie dei terroristi, il nostro leader Al-Sadr ha ordinato alle brigate della pace di prepararsi entro 24 ore alla jihad

Figura controversa e polarizzante, Al Sadr dà ordini e ha un potere innegabile in Iraq, sia da un punto di vista politico che religioso. Un religioso sciita con una potente milizia, le brigate della pace, conosciute in precedenza come brigate Mahdi , a sostenerlo, il principale sostegno di Al Sadr rimane la strada. Uomo del popolo, Al Sadr potrebbe muovere e dirigere il popolo, sfruttandone l’identità religiosa, grazie alla sua abilità di galvanizzare gli sciiti iracheni.

Benché gli sciiti iracheni abbiano organizzato a lungo le proprie difese, le brigate della pace sono state incaricate di proteggere i siti sacri dei musulmani sciiti contro gli assalti dell’Isis dello scorso giugno. Il concetto di jihad, l’idea che i musulmani sciiti possano dichiarare guerra santa ai sunniti, sfidando così uno dei principi più preziosi di non violenza interreligiosa dell’Islam, non era stata ancora considerata.

“Chi uccide intenzionalmente un credente, avrà il compenso dell’Inferno, dove rimarrà in perpetuo. Su di lui la collera e la maledizione di Allah e gli sarà preparato atroce castigo.” Corano 4:93

La rapida escalation di violenza senza precedenti degli ultimi mesi contro I musulmani sciiti in Iraq ha portato a uno spostamento dall’autodifesa alla militarizzazione attiva.
Si è passati da una situazione che vedeva gli iracheni contro i terroristi Isis a un “Noi contro di loro” ha sottolineato a L’Indro Nasir. “Invece di intendere gli attacchi dell’Isis come una dichiarazione di guerra contro gli iracheni, sia cristiani che musulmani, Yezidi o appartenenti ad altri gruppi religiosi, è diventata una guerra dell’Islam. Se non controllata la situazione attuale potrebbe condurre a una campagna distruttiva. Dietro l’Iraq c’è la regione che sta per incendiarsi,” ha aggiunto.

Quando l’ingegneria politica fallisce

Mentre l’ISIS ha accelerato, abbastanza chiaramente, la rovina dell’Iraq, destabilizzando le sue istituzioni e composizione nazionale tramite l’esasperazione delle storiche tensioni etno-religiose, I colpevoli sono I giochi di ingegneria politica delle potenze occidentali,” Ha sottolineato l’analista politico del Strategic Foresight Group , Marwa Osman, in un’intervista rilasciata a ‘L’Indro’. “Le potenze imperialiste hanno tracciato delle linee artificiali nel Medio oriente, dividendo zone che un tempo erano intere e riunendo persone che non avevano niente in comune. Il Medio Oriente è stato soltanto un “mosaico” di nazioni costrette a vivere sotto la stessa bandiera. Dato che non è mai stata trovata una vera unità nazionale, I paesi stanno crollando sotto la pressione dell’ISIS,” ha aggiunto.

Ironicamente l’ISIS attribuisce la colpa delle tensioni attuali alle potenze coloniali, sostenendo che la regione sia sempre stata una creazione occidentale, un’invenzione che bisogna affrontare e risolvere. La loro visione non implica autodeterminazione politica ma asservimento religioso e pulizia etnica. In un video pubblicato a Giugno, l’Isis addita l’occidente come fonte di ogni problema nella regione, promuovendo la propria campagna militare come movimento di liberazione.

In un altro interessante momento storico di svolta, in realtà, gli Stati Uniti espressero forti riserve verso la politica della divisione. Quando il Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson notoriamente ammoni dicendo: «I popoli e le province non devono essere barattate da una sovranità all’altra come beni e pedine di un gioco geopolitico. Ogni insediamento territoriale coinvolto in questo guerra (prima guerra mondiale) dev’essere fatto nell’interesse e a beneficio delle popolazioni coinvolte.»

Ma se la rovina dell’Iraq si situa entro i suoi confini nazionali creati artificialmente, essa rappresenta, tuttavia, una minaccia alla stabilità regionale, specialmente da quando I radicali terroristi rivendicano il controllo politico e istituzionale sulle vestigia dell’Impero Ottomano.

Giocare col fuoco. Architetto del caos e delle guerra, l’ISIS ha sfruttato le problematiche etno-religiose preesistenti e perduranti, traendo vantaggio dalle antiche instabilità per promuovere le proprie ambizioni religiose imperialiste.

Considerando la questione religiosa, Nasir ha ricordato che l’Iraq rischia di perdere molto di più della propria sovranità nazionale: “Esiste una profonda separazione all’interno della società irachena. Le tribù si sentono alienate, le minoranze religiose rappresentate in modo distorto e fraintese e lo stato è diventato un guscio istituzionale vuoto controllato da potenze straniere.” ha affermato a “L’Indro”. “In queste circostanze può davvero sorprendere che l’Iraq stia disintegrandosi? Penso di no. A meno che Baghdad non trovi un modo per unire tutto il proprio popolo, l’ISIS avanzerà. Finché non si troverà un denominatore comune nel caos, gli Iracheni si considereranno innanzitutto sciiti, sunniti o curdi.

Ribadendo la valutazione di Nasir sull’imminente crollo dell’Iraq, Patrick Cockburn, giornalista ed esperto di Medio Oriente ha scritto, a ottobre, in una relazione per il CounterPunch: «L’incapacità del governo di Baghdad di spiegare un esercito nazionale e la fiducia posta nelle milizie significano che l’Iraq si trova all’ultimo stadio della disintegrazione. Le poche zone miste abitate da sunnti e sciiti stanno scomparendo. Il crollo finale dell’Iraq è diventato un dato di fatto

Ma nel mezzo di tanta disperazione e delle grida dei conflitti di guerra risiede l’opportunità di un nuovo inizio e di guarire vecchie ferite, sottolinea Ahmad Kazemzadeh, analista politico residente in Iran. “Le potenze regionali e interregionali dovrebbero elevarsi al di sopra delle immediate differenze per opporsi all’ISIS attraverso la cooperazione militare, religiosa e politica, in questi modo la retorica terroristica perderebbe la propria influenza. Quello che manca alla regione è un’identità comune, un filo che lega insieme le comunità.

Traduzione di Emanuela Turano Campello

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