giovedì, Maggio 6

La jihad a casa nostra? 40

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Sfogliando la Costituzione della Repubblica italiana, all’Art. 7 è possibile leggere quanto i nostri Padri fondatori hanno previsto per ognuno dei cittadini, dei residenti e degli ospiti del Belpaese in materia di laicità e di libertà nel professare il proprio credo.

Una libertà che viene esercitata ogni giorno in Italia e della quale abbiamo avuto un bellissimo esempio pochi giorni fa, proprio nella città di Napoli. La ‘capitale del Sud’, infatti, è stata teatro della ‘Festa del sacrificio’, ricorrenza della cultura islamica, che ha rappresentato l’occasione, per moltissimi seguaci del Profeta Maometto, di incontrarsi e pregare presso due luoghi dal grande valore storico per la città, come piazza Mancini e Porta Nolana.

L’evento, che si è svolto sotto lo sguardo incuriosito di molti cittadini non di fede islamica e perfino di quello di turisti di passaggio, è stato guidato da due diversi imam che, alla fine delle celebrazioni, hanno ringraziato l’Italia e la città per la disponibilità e l’accoglienza, affermando (come riportato dal quotidiano ‘Il Mattino’): «Noi non viviamo in un Stato islamico, tuttavia ci è permesso di pregare e svolgere i nostri riti. Per questo dobbiamo ringraziare l’Italia perché chi non ringrazia le persone, non ringrazia Dio».

Una prova di civiltà interculturale e di rispetto non solo tra cittadini italiani e fedeli mussulmani, ma soprattutto tra esseri umani. Un esempio che si vorrebbe vedere più spesso, specialmente in questi giorni in cui moltissimi fatti di sangue si stanno accadendo tra l’Iraq e la Siria, sotto la spinta (apparente) della motivazione religiosa.
Alan Henning, 47enne cooperante della Gran Bretagna sequestrato a dicembre in Siria dove era entrato con un convoglio umanitario, è stato brutalmente ucciso dai militanti dell’autoproclamato Stato Islamico (IS), diventando la quarta vittima della crudeltà dei boia dell’ISIS, generando la condanna unanime dell’accaduto da parte del Primo Ministro britannico, David Cameron e di moltissimi altri capi di Stato e di Governo.

Pochi giorni prima, lo stesso Barack Obama nel suo discorso sul tema alle Nazioni Unite ha ribadito la ferma volontà degli Stati Uniti di mettere un freno al dilagare delle azioni barbaramente provocatorie degli esponenti dell’Isis, annunciando che già 40 Stati (tra i quali figurano, oltre a Francia e Gran Bretagna, anche Paesi mediorientali a maggioranza sunnita come Giordania, Arabia Saudita, Barhein, Emirati Arabi Uniti e Qatar) erano pronti a riunirsi in una coalizione con l’obiettivo di mettere fine a questo gruppo terroristico. Non solo. E’ in programma anche la presentazione di una risoluzione che obbligherà tutti i 193 Paesi membri dell’Organizzazione internazionale a redigere e approvare nei rispettivi ordinamenti una serie di norme atte a contrastare il reclutamento di jihadisti sul territorio dei Paesi aderenti.

Il documento dovrebbe essere presentato nei prossimi giorni al Consiglio di Sicurezza dell’Onu da parte della delegazione statunitense e che, se approvato, imporrà alle Nazioni di perseguire tutti quei soggetti che hanno viaggiato in Paesi stranieri allo scopo di unirsi alla lotta jihadista, oltre a punire anche tutti i complici e fiancheggiatori, ivi compresi i raccoglitori di fondi. Le richieste contenute nel testo saranno adottate in forza del capitolo 7 della Carta Onu, che permette al Consiglio di agire con l’autorità per elevare sanzioni e di agire anche prevedendo l’uso della forza.

In effetti, uno dei problemi più inquietanti che il mondo occidentale si trova ad affrontare nell’ambito questo scenario è  la minaccia rappresentata dal cosiddettojihadismo autoctono’, ovvero quello praticato da cittadini naturalizzati occidentali (il più delle volte figli di immigrati di seconda o terza generazione) che decidono di lasciare Paesi come quelli europei per recarsi in accampamenti di addestramento paramilitari organizzati e guidati proprio dall’ISIS per poi decidere, grazie al loro passaporto, di fare ritorno indisturbati nel proprio Paese d’origine. Il timore, ovviamente, è che questi soggetti proseguano ad operare seguendo i dettami dell’organizzazione terroristica irachena, minando la sicurezza dei territori presso cui fanno ritorno.

In questo scenario, l’Italia non sembra essere più al sicuro rispetto ad altri Paesi europei come Germania, Francia o Gran Bretagna, tutte Nazioni, però, che fanno registrare un tasso di immigrazione effettivo molto più alto e che, da molto più tempo rispetto al nostro Paese, sono diventate società di stampo multietnico.

La situazione non sembra essere particolarmente rassicurante per i cittadini italiani, in particolare dopo la decisione del Governo Renzi di fornire ai peshmerga curdi iracheni (fazione in lotta da diverse settimane contro i terroristi dell’ISIS e dell’IS) armi per un controvalore di 1,9 milioni di euro, tra mitragliatrici di diverso genere, razzi e munizioni varie (come dichiarato dallo stesso Ministero della Difesa). Il provvedimento, che attende ancora il via libera del Ministero dell’Economia e delle Finanze, da un lato pone il nostro Paese in prima linea nella lotta al terrorismo dell’ISIS, mentre ci dipinge sulla schiena il proverbiale bersaglio, dall’altro. Lo stesso Ministro degli Interni, Angelino Alfano nelle scorse settimane ha paventato la possibilità che obiettivi strategici e simbolici italiani potessero essere presi di mira per attività di stampo terroristico, indicando alle Forze dell’Ordine Forze dell’Ordine italiane di alzare il livello di allerta.

Il rischio più immediato, infatti, è che siano proprio i residenti sul nostro territorio a operare in questo senso, rischio condiviso (a diversi livelli) anche da tutti gli altri Paesi europei.

Secondo quantoci spiega l’ex Capo di Stato Maggiore della Difesa, Vincenzo Camporinisono circa 48 le persone residenti in Italia, come è possibile riscontrare dai dati diffusi qualche giorno fa dal Ministro Alfano, che sono transitate nelle fila dei gruppi della lotta jihadista dell’Isis. Questi numeri sono esplicativi di un fenomeno che in Italia è certamente una realtà, ma in una forma davvero meno grave, ad esempio, rispetto a quanto accade in Paesi come Germania o Olanda”.

Il terrorismo rappresenta una minaccia alla sicurezza di una Nazione, però, che non ha bisogno di grandi numeri per colpire. Infatti “anche un solo elemento potrebbe diventare una potenziale minaccia nel momento in cui decidesse di passare ‘all’azione’, un pericolo che è sempre immanente e che si combatte con un’attenta azione di intelligence e di sorveglianza del territorio da parte delle Forze dell’Ordine”. Secondo l’ex Generale dell’Aeronautica Militare sarebbe necessario operare “una sorveglianza molto accurata nei vari luoghi di incontro di questi particolari soggetti, ambiti nei quali svolgono un ruolo molto importante le stesse comunità islamiche presenti in Italia, specie nell’identificare e mantenere per quanto possibile sotto controllo i soggetti sospettati di essere affiliati a organizzazioni terroristiche o di operare in quella direzione”.

Ma da dove nasce questo fenomeno e qual è l’entità reale del pericolo che corre l’Italia in questo ambito?

Il punto lo chiarisce Lorenzo Vidino, senior fellow al Center for Security Studies (Centro studi sulla sicurezza) di Zurigo ed esperto accademico in Islamismo e violenza politica. Secondo quanto ci dice lo studioso “è da una trentina di anni che esistono in tutta Europa dei network che professano un’ideologia estremista e che agiscono secondo un tipo di metodologia propria della jihad. Nell’arco dell’ultimo anno e mezzo, però, queste organizzazioni, sparpagliate un po’ su tutto il territorio europeo (e non) stanno orientando le proprie simpatie verso il nuovo autoproclamato Stato Islamico il quale, sfruttando il caos del periodo post ‘primavere arabe’ e la riluttanza dei Paesi occidentali ad intervenire nella regione, è riuscito ad affermarsi”.

Un’affermazione che i Paesi occidentali, una volta fiutata la minaccia, hanno iniziato a combattere in modo più diretto, attraverso la fornitura di armi ai guerriglieri curdi o con bombardamenti effettuati  da droni comandati a distanza. Un ‘ingerenza’, secondo la visione dei vertici dell’IS, che non poteva rimanere senza risposta. Ecco che, come spiega Vidino “lo Stato Islamico usa lo strumento della minaccia di ritorsioni verso l’Occidente, soprattutto aizzandogli contro i network jihadisti sparsi in tutto il globo che, grazie alle facilità di trasporto garantita dalla loro cittadinanza occidentale (e dai loro passaporti), cercano di influenzare la politica degli Stati dell’Occidente per portare i Governi a ritirarsi dalle posizioni assunte nelle regioni mediorientali”. Motivazioni ad agire nelle quali, quindi, la religione sembra essere solo uno strumento ideologico importante, ma in fin dei conti marginale, non più rilevante di altri ‘discorsi geopolitici’ adoperati nel corso della storia, dal colonialismo in poi.

Tornando in Italia, come detto, il fenomeno del jihadismo autoctono è molto più limitato rispetto a quanto si verifica in altri Paesi europei. Recentemente “solo due casi sono stati resi pubblici” riferisce Vidino “nei quali i soggetti arrestati non sono stati nemmeno condannati per reati legati alla preparazione di attentati (quindi con un’accusa diretta di terrorismo). Il primo, Mohamed Jarmoune, ragazzo di circa vent’anni di origini marocchine e cresciuto nel bresciano, è stato arrestato per sospetti di pianificazione di attentati nei confronti della comunità ebraica di Milano. Il secondo ragazzo, sempre di origini marocchine, Anas el-Abboubi (anche lui della provincia di Brescia) è stato, invece, rilasciato dal tribunale del riesame di Brescia ed è poi scappato in Siria dove ora pare si sia unito al gruppo legato ad al Qaeda Stato islamico dell’Iraq e del Levante”. Un terzo caso, molto più eclatante, è stato quello di Ibrahim Giuliano Delnevo, ragazzo proveniente dalla zona di Genova che decise di convertirsi all’islam e di andare a combattere tra le fila di una compagine islamista contro il regime in Siria, dove è stato poi ucciso.

Una serie di eventi che, comunque la si giri, dimostra che (anche se in scala molto ridotta rispetto al resto d’Europa) in Italia questa realtà esiste e rappresenta certamente una minaccia, costringendo a porci tutta una nuova serie di problemi connessi alla sicurezza dei nostri confini. Questi, infatti, possono essere tranquillamente valicati da soggetti in possesso di passaporto europeo (in questo caso italiano) che sono virtualmente nella disponibilità di riuscire ad arrivare a qualsiasi obiettivo sensibile o zona popolata del Paese per agire in modo potenzialmente ostile.

E’ il problema che si pone con la questione ‘foreign fighters’. Come spiega Vidino “esistono circa 3mila soggetti su scala europea con passaporti occidentali che al momento sono presenti in Siria e schierati nelle file dell’IS e sono tutti cittadini al 100 per cento europei, ai quali vanno aggiunti una certa percentuale (piuttosto esigua) di convertiti (ossia di nativi europei che sono passati all’estremismo islamico), che in certi paesi arriva a toccare una quota pari al 25 per cento del totale dei soggetti che hanno deciso di partire alla volta dei campi di addestramento siriani”.

Tutti soggetti tenuti d’occhio dalle nostre Forze dell’Ordine. Questi sorvegliati speciali, però, godono (com’è giusto che sia, dato che viviamo in uno Stato democratico) di quello che legalmente si potrebbe definire come ‘beneficio del dubbio’. Secondo anche quanto riferisce Vidino, “è molto difficile, per la Polizia italiana ed europea, dimostrare che i viaggi effettuati da questi soggetti abbiano avuto scopi diversi dal semplice turismo. Grazie alle informazioni raccolte a livello di intelligence sappiamo che alcuni soggetti sono effettivamente pericolosi, ma dal punto di vista legale non è possibile (giustamente) formulare accuse in assenza di prove concrete”. E allora? Come fare per difendersi?

Uno dei metodi più efficaci sembrerebbe essere la sorveglianza attiva, con il monitoraggio giornaliero 24 ore su 24 di questi sospetti. Una soluzione che, però, ha il suo prezzo, ed è salatissimo per le casse dello Stato (e per quelle dei cittadini). “Questo tipo di operazioni”, spiega Vidino, “necessitano di un organico effettivo di circa 20 unità operative per ogni soggetto posto sotto sorveglianza sia nelle attività operative, sia in quelle telematiche”. Un bell’impegno economico per l’Italia che, secondo quanto riferito dallo stesso Alfano dovrebbe tenere sotto osservazione stretta quasi 50 soggetti a rischio. Anche altri Paesi europei si trovano nella stessa situazione, anzi peggio: il Belgio è, infatti, alle prese con oltre 90 soggetti tornati di recente dalla Siria. “E’ ovvio che, a questo punto, è necessario scegliere” spiega Vidino “tra chi vale la pena sorvegliare e chi no, una decisione che lascia comunque viva una consistente alea di rischio”.

Ma come mai soggetti che vivono, lavorano e si rapportano positivamente da decenni nelle realtà occidentali come quella italiana, decidono di fare questa scelta di vita? C’è chi sostiene che è la scarsa integrazione di questi soggetti negli ambienti in cui vivono il vero problema. In realtà “l’integrazione è certamente un fenomeno che va favorito, ma se guardiamo i fatti e i profili dei soggetti che sono partiti per la Siria o per l’Iraq, è possibile osservare che questi, nella maggior parte dei casi, sono soggetti ben integrati nelle realtà in cui hanno vissuto in occidente. Soggetti, quindi, pienamente inseriti nelle società occidentali, che hanno frequentato l’università e che si sono sempre trovati bene nel nostro Paese”.

Un fenomeno che, ad ogni modo, deve essere osservato, anche a livello europeo, nella giusta proporzione: “sono circa 3mila gli europei che fanno effettivamente parte di queste formazioni terroristiche a fronte, però, di circa 25 milioni di fedeli musulmani presenti nell’intero continente” spiega Vidino. Certo è che anche 3mila soggetti, se non tenuti sotto controllo, possono certamente rappresentare una minaccia per la sicurezza.

Il problema in Italia, per quanto sia serio e presente, sembra essere anch’esso limitato. “Esistono analisi dei servizi decisamente sobrie ed equilibrate sulla questione che parlano di una cinquantina di soggetti attivi, certo, ma sono numeri che vanno presi per quello che sono: lo specchio di un problema presente in una piccola parte della popolazione di fede islamica che risiede in Italia e che certamente non coinvolge i circa 2 milioni di soggetti restanti che professano pacificamente tale fede nel nostro Paese”. Cautela e prevenzione, quindi, ma con la giusta misura.

 

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