lunedì, Aprile 12

La ‘Islam connection’ di Hillary Clinton

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Tra i membri più attivi dello staff di Hillary Clinton va indubbiamente annoverata Huma Abedin, la giovane letterata che le nel corso degli anni ha ricoperto svariati incarichi fino a divenire il capo di gabinetto dell’ex first lady. Il rapporto di fiducia instaurato tra le due sembra essere divenuto molto solido, specialmente in seguito alla separazione tra la Abedin ed Anthony Weiner, l’ex Rappresentante democratico e fortemente filo-israeliano costretto alle dimissioni dal suo partito dopo in sorgere di uno scandalo di natura sessuale. Attualmente, la Abedin può essere considerata a tutti gli effetti il braccio destro di Hillary Clinton, su cui la candidata alla presidenza degli Stati Uniti fa grande affidamento specialmente per quanto riguarda le politiche da adottare nei confronti delle minoranze musulmane. Per questo vale la pena passare in rassegna le fasi cruciali della sua carriera.

Figlia di insegnanti musulmani di origini pakistane (la madre) ed indiane (il padre), Huma Abedin nacque in Michigan ma all’età di due anni si trasferì con la famiglia a Jeddah, in Arabia Saudita, dove il padre, Syed Zainul Abedin, fondò l’Institute of Muslim Minority Affairs (Imma), un ente incaricato di promuovere il rispetto dei diritti delle comunità musulmane in tutto il mondo che nel corso degli anni si dotò anche di una propria rivista di riferimento, il Journal of Muslim Minority Affairs. Il lavoro di Syed Abedin fu molto apprezzato da Omar Nasif, che da presidente dell’Università Re Abdulaziz e segretario generale della potentissima Muslim World League assicurò all’Imma visibilità e finanziamenti affinché si trasformasse in un efficace strumento di soft power per la politica estera saudita. Nasif è tuttora considerato l’eminenza grigia dei Fratelli Musulmani, avendo partecipato attivamente alla fondazione di Rabita Trust la rete finanziaria che si occupa statutariamente di carità ma che fin dal 2001 compare nell’elenco delle organizzazione terroristiche redatto dal Dipartimento di Stato per i suoi legami con al-Qaeda. La madre di Huma, Saliha Mahmud Abedin, è invece una sociologa affiliata alle ‘Sorelle Musulmane’ e membro attivo della Muslim Wolrd League,  il cui statuto è stato redatto dai leader spirituali della Fratellanza Musulmana come Yousuf al-Qaradawi, l’ascoltatissimo telepredicatore ferocemente anti-israeliano ed anti-occidentale divenuto noto per le sue fatwa trasmesse su ‘al-Jazeera‘ (l’emittente qatariota). Il fratello di Huma Abedin, Hasan, riuscì ad ottenere una borsa di studio al Centro per gli studi islamici di Oxford, una facoltà molto vicina ai Fratelli Musulmani che riceve annualmente cospicui finanziamenti dalla Muslim World League e che annovera tra i membri del consiglio d’amministrazione lo stesso al-Qaradawi.

Il denaro guadagnato dalla famiglia Abedin grazie agli altolocati contatti con le élite saudite permise a Huma di ritornare negli Stati Uniti e di iscriversi alla prestigiosa (e costosissima) George Washington University. Dopo appena due anni, la giovane studentessa di origini indo-pakistane riuscì ad entrare nello staff dei Clinton come stagista al seguito di Hillary, che all’epoca ricopriva il ruolo di senatrice. Pur con quale breve interruzione, la Abedin sarebbe rimasta per sempre al fianco della Clinton. Per un periodo di circa due anni, Huma era allo stesso tempo stagista alla Casa Bianca e membro del consiglio esecutivo della Muslim Students Association (Msa), l’organizzazione di cui facevano parte l’operativo di al-Qaeda Anwar al-Awlaki e Muhammad Umaysh, leader dell’International Islamic Relief Organization (un ente che mira, tra le altre cose, di diffondere la sharia nei Paesi non musulmani) nonché fratello del capo della Muslim American Society, costola semi-ufficiale della Fratellanza Musulmana negli Usa.

Quando nel 2009 il presidente Barack Obama scelse Hillary Clinton come segretario di Stato, la Abedin fu immediatamente nominata vice-capo dello staff a condizione che rompesse qualsiasi legame ufficiale con l’organizzazione fondata dal padre, l’Institute of Muslim Minority Affairs. L’obiettivo era quello di evitare imbarazzanti conflitti di interessi e, soprattutto, mitigare i timori dei repubblicani, che all’epoca stavano cominciando ad organizzare sonore proteste contro l’infiltrazione della Fratellanza Musulmana negli ambienti che contano degli Stati Uniti.

Nel giugno 2012, Michele Bachmann, deputata repubblicana del Minnesota redasse, assieme ad altri quattro colleghi che come lei facevano parte del Comitato per i Servizi Segreti del Congresso, un dettagliato rapporto in cui si documentava come diversi personaggi associati a vario titolo ad organizzazioni legate alla Fratellanza Musulmana fossero penetrati nelle alte sfere del governo statunitense, specialmente in seguito al discorso di Obama al Cairo del giugno del 2009, nel corso del quale l’ex senatore dell’Illinois aveva auspicato un ‘nuovo inizio con l’Islam’. Anche se sottoposto all’attenzione degli ispettori generali dei Dipartimenti di Difesa, Esteri, Giustizia e Sicurezza Nazionale, il memorandum non fu oggetto di alcuna discussione ufficiale e i suoi redattori non ottennero alcuna risposta formale alle questioni che avevano posto.

Eppure, il fenomeno delle cosiddette ‘primavere arabe’ si stava propagando all’epoca ormai da circa un anno e mezzo consacrando l’ascesa, appoggiata con decisione da Washington, dei Fratelli Musulmani. In Egitto, Mohamed Morsi era divenuto presidente con il supporto degli Stati Uniti, mentre in Libia le forze statunitensi avevano collaborato con Francia e Gran Bretagna per abbattere la Jamahiriya di Muhammar Gheddafi, da sempre acerrimo nemico dei Fratelli Musulmani. In Siria, gruppi riconducibili alla Fratellanza Musulmana avevano beneficiato dell’appoggio Usa per rovesciare il regime di Bashar al-Assad.  È forse questo proficuo legame tra Washington e il movimento islamista fondato nel 1928 dal professore egiziano Hassan al-Banna ad aver indotto il senatore repubblicano John McCain a prendere pubblicamente le difese di Huma Abedin di fronte agli attacchi della Rappresentante Bachmann e dall’ala radicale del suo stesso partito tacciata di ‘islamofobia’.

Secondo la testata ‘Breitbart, dalle indagini condotte dall’Fbi sarebbe emerso che fu proprio la Abedin a convincere Hillary Clinton ad avvalersi di un server privato per la posta elettronica, in violazione delle più elementari norme di sicurezza vigenti. Lo stesso giornale si è poi spinto a raccogliere e pubblicare materiali comprovanti il ruolo centrale svolto dalla Abedin nel fornire ai più ricchi finanziatori della Clinton Foundation un accesso privilegiato alle attività del Dipartimento di Stato. Le centinaia di e-mail pubblicate dal sito ‘Judicial Watch hanno indotto numerosi analisti ad avanzare il sospetto  che l’ex first lady abbia sistematicamente sfruttato le prerogative spettanti alla propria posizione – di segretario di Stato prima, e di candidato alla Casa Bianca poi – come merce di scambio per ottenere finanziamenti. Un modus operandi che si sarebbe rivelato particolarmente proficuo con le monarchie e gli emirati sunniti del Golfo Persico; è sufficiente incrociare i dati finanziari della Clinton Foundation con le e-mail dell’ex first lady trafugate da ‘Wikileaks per rendersi conto di come la Clinton abbia consapevolmente ricevuto enormi quantità di denaro da Paesi che finanziano il terrorismo (Qatar e Arabia Saudita).

Come ha evidenziato il giornalista russo-israeliano Alexander Nepomnyashchy, «ora che Hillary Clinton è candidata alla presidenza degli Stati Uniti, molti osservatori ritengono che la stessa Huma Abedin sia uno dei candidati con le maggiori chance di diventare segretario di Stato e addirittura, di attivare al vertice del Partito Democratico entro il 2024. Quindici anni fa, quando al-Qaeda, il ramo più oltranzista dei Fratelli Musulmani, perpetrò una serie di attentati contro gli Stati Uniti, si poteva ipotizzare che la rete del terrorismo internazionale divenuta uno dei problemi più annosi del XXI Secolo avrebbe subìto un colpo decisivo. Di certo, non si poteva prevedere che, in meno di vent’anni, i suoi rappresentanti sarebbero giunti così vicini alle più alte cariche dell’amministrazione Usa».

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