sabato, Settembre 18

La guerra non è finita image

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Obama-Karzai-Afghanistan-Agreement

In diverse occasioni istituzionali, di recente, il  presidente Barack Obama ha dichiarato che la guerra in Afghanistan stava giungendo al suo epilogo. Dopo dodici lunghi anni, l’Afghanistan  sta riacquistando autonomia e capacità di governo. Sarà, però, in grado di mantenerla una volta che la comunità internazionale avrà spostato altrove la sua attenzione? Questa la domanda ancora senza risposta. Il ‘Washington Post‘, nel weekend, ha riportato alcune previsioni poco rosee circa il futuro dell’Afghanistan, formulate da membri dell’apparato di intelligence americano. In buona sostanza, quello che emerge dalle analisi della comunità strategica è che una serie di attori, insieme ai Taliban, accresceranno il loro potere nel corso dei prossimi mesi, diventando via via più influenti su un panorama afghano “libero” dalla presenza americana. Che si tratti di necessario pessimismo analitico, o di stringente realismo, poco cambia. Il messaggio è comunque poco confortante: l’Afghanistan, da solo, potrebbe non farcela.

Con le operazioni di ISAF in fase di chiusura entro la fine dell’anno, la regione potrebbe piombare nel caos tipico dei periodi di post transizione. Le implicazioni della conclusione della missione Nato in Afghanistan e le conseguenti scelte della comunità internazionale, da un lato, e del governo afghano, dall’altro, saranno cruciali per porre le basi per un futuro afghano il più possibile solido e stabile. Una certezza, seppur ancora poco delineata nei suoi aspetti sostanziali, c’è. La Nato avvierà una seconda missione in Afghanistan a partire dalla fine del 2014, si chiamerà Resolute Support e avrà una funzione tecnica di supporto e affiancamento alla Forze di Sicurezza Afghane. L’approccio militare operativo adottato in questi anni, impostato sulle tecniche di contrasto all’insorgenza elaborate dal Generale Petraeus,  sarà definitivamente abbandonato. La natura della nuova missione, è stato più volte ribadito dai vertici Nato, sarà molto diversa da quella in fase conclusiva.

Una delle incognite legate al mantenimento di una componente militare internazionale sul territorio afghano, riguarda lo status delle truppe sul territorio. Su questo punto, per adesso, la situazione  è in una fase di stallo. Il 19 ottobre scorso, a Kabul, l’incontro fra il Segretario di Stato americano John Kerry e il presidente Hamid Karzai, non ha definito nel dettaglio quale sarà la cornice giuridica all’interno della quale le truppe americane potranno muoversi sul territorio afghano dal 2015 in avanti. È stato definito che, nel mese di dicembre 2014, una volta terminato il mandato delle Nazioni Unite che garantisce l’immunità dei militari in Afghanistan, si dovrà chiarire una volta per tutte l’accordo sul Bilateral Security Agreement tra il governo afghano e quello statunitense.

Tra i principali punti ancora oggetto di discussione, figura proprio quello dell’immunità. Questo non significa, come potrebbe pensarsi, che il governo afghano sia contrario in toto alla presenza militare americana (e Nato in secondo luogo) nel paese. È giudizio concorde quello che l’Afghanistan, la sua economia e le sue istituzioni, avranno ancora bisogno del supporto esterno negli anni a venire. La presenza internazionale non è, dunque, esclusa a priori. Karzai, dal suo punto di vista, sta cercando di fronteggiare l’opinione pubblica nazionale. Mostrarsi troppo remissivo e accondiscendente nei confronti della controparte americana, non sembra un atteggiamento percorribile. D’altro canto, la definizione ufficiale dello status di immunità per le truppe americane è un requisito necessario, una condizione sine qua non della prossima permanenza militare sul territorio dell’Afghanistan. Verosimilmente, salvo sbilanciamenti politici prepotenti, l’accordo si raggiungerà. Il problema, però, è quando. La fase di transizione che vede il trasferimento graduale  di autorità dalle truppe Isaf agli afghani, è giunta al suo quarto e ultimo stadio. Episodi ripetuti di violenza, il susseguirsi di attacchi più o meno mirati alla basi straniere ancora in attività, e una generale condizione di sicurezza precaria, non sono segnali positivi.

La fine della guerra americana in Afghanistan, non deve essere interpretata come la fine della guerra in Afghanistan. La pace e la stabilità nel paese non saranno scontate, finchè le forze di sicurezza afghane non saranno in grado di garantirle. La prova elettorale di aprile sarà determinante. Il momento politico decisivo, sarà la prova del nove per verificare il funzionamento dell’apparato di sicurezza dello stato.

Il 2014 è l’anno in cui i frutti di dodici anni di presenza internazionale in Afghanistan dovranno mostrare qualche frutto. Ma è anche l’anno “zero”, un punto di partenza decisivo e cruciale. E saranno tanti, e diversi, gli attori coinvolti nel grande gioco afghano. A partire dalla comunità internazionale, suddivisa fra Unione Europea, Nato, Stati Uniti, Paesi del Golfo, Cina, India, Russia. Senza dimenticare i vicini di casa, i paesi della regione che per primi e in prima battuta saranno coinvolti dalle conseguenza di un eventuale “fallimento” all’interno dei confini del paese. Tutti attori con diversi interessi, ma tutti concordi nello stabilire che la stabilità dell’Afghanistan è una priorità necessaria alla sicurezza internazionale. Sicurezza, che dipenderà innanzitutto dagli attori interni, quelli che prenderanno in mano le sorti del paese. Una leadership politica neo-eletta, i gruppi di insorgenza armata che potrebbero farsi largo tra i consensi, e delle forze di sicurezza ancora giovani e inesperte, che necessitano assistenza. 

 

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