domenica, Settembre 19

La guerra in Siria sulla propria pelle Intervista a Francesca Borri: "Per i giornalisti italiani la guerra è sexy e non sanno cosa sia il rispetto"

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In queste settimane, negli USA, è stata pubblicata la traduzione del libro ‘La guerra dentro‘, della giornalista italiana Francesca Borri. Una guerra vissuta da vicino, quella siriana, che Francesca Borri racconta con una certa semplicità nella forma ma non nel contenuto. La guerra, in questo libro, assume le più cupe sembianze della normalità e della solitudine, che si edificano in una realtà dove la normalità è morire, avere paura e non saperlo raccontare se non attraverso le emozioni e i sentimenti in prima persona, sulla propria pelle. Si può imparare molto dalla guerra fra uomini. Ma si può imparare ancora di più, da una guerra dentro se stessi in mezzo agli uomini.
Se un racconto di guerra può dirsi tale quando ha esposto ogni caratteristica del contesto in cui si articola; un racconto di chi la vive è ben diverso: può dirsi tale quando chi la racconta rende l’idea del dramma e della solitudine che si mimetizzano nella normalità, sulla propria pelle. Questo è quello che fa Francesca Borri. Un racconto di chi vive la guerra è anche un racconto di chi trova la forza di raccontarla per l’ossessione travolgente di farlo con gli occhi di chi sa che quella guerra, dovesse durare cinque, dieci o vent’anni, sarà sempre insensata. E proprio per questo, chi ne è travolto, colpevole o vittima, merita di essere capito.

 

Francesca, cosa ti ha spinto a decidere di vivere sul campo la guerra civile siriana?

Io ho deciso di raccontare la Primavera araba. L’ho deciso perché mi sento un po’ come la generazione che l’ha scatenata, una generazione simile alla mia in cui mi sono identificata totalmente. Una generazione senza diritti, per cui non importa se sei egiziano o italiano: oggi i giovani del Medio Oriente e dell’Europa del sud condividono la mancanza di diritti. I ragazzi arabi hanno solo avuto il coraggio di cambiare tutto. Io ho deciso non di raccontare la guerra in Siria ma la Primavera araba, che è in Siria. Che è quello che sento di fare ancora oggi. Non è mai stato un onere stare qui ma un onore stare con ragazzi che hanno molto più coraggio di noi. Ho deciso di raccontare le cose più vere della guerra, per questo ho usato la prima persona. Infatti non ho scritto un libro sulla Siria ma sulla solitudine, la Siria è uno sfondo. Il lettore ha la sensazione di essere qui con me, questo per me è raccontare come è la guerra. I giornalisti italiani, invece, pensano che ci siano due categorie: quelli che stanno a Roma a scrivere in redazione e quelli che vanno sul campo, vivono la guerra e la raccontano. Per me è frustrante tutto ciò, perché guardi le cose mentre stanno accadendo e intanto non puoi cambiarle e quello che scrivi non conta assolutamente niente. Perchè non solo non puoi cambiare la realtà, ma non sei nemmeno in grado di spiegare chi è Bashar al-Assad, chi lo sostiene. Non sei in grado di sfidare la logica secondo cui al-Assad, per l’Europa e non solo, è il male minore. Però lo sai che non è così e che non può essere il male minore. Lo sai quando ti ritrovi davanti ai barili esplosivi e a cinquecentomila morti e pensi che non può essere il male minore morire senza scelta, così, a caso, insensatamente. Tutto è meglio dei barili esplosivi, persino lo Stato Islamico, persino il peggiore regime che ti costringe al silenzio, perchè almeno lì puoi scegliere se vivere o morire. Queste cose puoi farle capire soltanto se le racconti in prima persona, non in redazione. Altrimenti non si capiscono.

 

Tu e la popolazione civile avete compreso fin da subito come si sarebbe evoluto lo scenario siriano, immaginando una così progressiva avanzata del conflitto?

No assolutamente. Anzi la caratteristica di fondo di questo conflitto, non solo per me, è che in varie fasi c’è stata una progressiva radicalizzazione della violenza. Ogni volta pensi “non può essere peggio di così”. E invece poi ogni volta che rientri in Siria è sempre peggio, la gente va via e c’è sempre più violenza. Io non pensavo di diventare una giornalista di guerra invece lo sono diventata. Una di quelle che cammina con l’attrezzatura da guerra. Eppure non sono assuefatta dalla violenza al punto da ritenerla normale o sensata. Per me continua a non aver senso e forse questo è l’unico segno di sanità mentale che mi sia rimasto.

 

In molti sostengono che una parte dell’opposizione al regime di al-Assad si sia fuso con il gruppo fondamentalista dell’IS, cosa ne pensi? Ci sono prove di questa sinergia d’intenti?

Se parliamo dello Stato Islamico, no. Abbiamo alcune aree di contiguità tra lo Stato Islamico e i più radicali dei ribelli. Contiguità nel senso che si dividono lo stesso territorio e non si attaccano a vicenda. Direi che, invece, sotto questo punto di vista, è molto più profonda la contiguità tra lo Stato Islamico e la Turchia che compra il suo petrolio di contrabbando. Una cosa è sicura qui: se vuoi stare al sicuro, vai nello Stato Islamico, che è l’unico a non essere colpito. C’è buon 70% degli islamici con cui è assolutamente possibile negoziare, poi c’è il restante 30% che magari sostiene il peggiore dei nostri immaginari e con cui non è possibile negoziare. Insomma, le proporzioni sono queste. È molto facile credere che lo Stato Islamico sia il nemico da combattere, il nemico di tutti, perchè nel frattempo sostenendo ciò ognuno fa i propri interessi. La Siria oggi è l’inferno nell’immaginario collettivo, ma nessuno pensa che in realtà la guerra è guerra. È uguale da sempre in tutte le parte del mondo.

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