domenica, Maggio 16

La guerra ibrida di Daesh

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Inchiodato tra il fiume Eufrate e il fiume Tigri, l’autoproclamato Califfato islamico è ancora lungi dal dichiararsi sconfitto. Seguendo l’esempio dei colleghi di Mosul, anche le forze siriane dello Stato Islamico hanno inaugurato una nuova campagna offensiva, diretta con azioni terroristiche in molte principali città siriane e con attacchi diretti alla perduta Palmira, dove i Russi hanno provveduto a erigere una base aerea avanzata, al fine di estendere il raggio di azione dell’aviazione russa fino al cuore del Califfato.

Risulta assai facile spiegare la rinnovata aggressività di Daesh: le restanti forze russe sono occupate a consolidare il loro controllo su Palmira, nonché a proteggere e ad addestrare le ancora inadeguate truppe di Assad, mentre i Curdi vengono colpiti dai Turchi (che incalzano i membri del PKK anche in territorio iracheno e siriano), Hezbollah si sta riorganizzando dopo la perdita del suo Comandante militare Mustafa Badreddine e infine l’esercito siriano sta prioritariamente lottando contro i ribelli sunniti nella parte occidentale del Paese. Tutti i nemici di Daesh stanno dunque allentando la pressione sul fronte della lotta allo Stato Islamico, permettendo ai jihadisti di riorganizzarsi per attaccare. L’attacco si rivela l’unica strategia efficace per il Califfato: inferiori per numero e mezzi, i Comandanti del Califfo preferiscono affrontare un nemico alla volta, cogliendone di sorpresa le forze, piuttosto che attendere un lungo e sicuramente disastroso assedio nella loro ultima roccaforte di Raqqa.

In questo tipo di manovra si può notare un vero cambiamento nella strategia jihadista in Siria: più ardita e aggressiva, la tattica del Califfato non si mostra passivamente difensiva come quella vista a Palmira. Sebbene gli attacchi contro Palmira vengano prontamente respinti dai Russi e la maggior parte delle azioni terroristiche riveli un potere di distruzione limitato (se si pensa che nel frattempo i civili di ogni fazione sono quotidianamente massacrati dagli attacchi di Assad da una parte e di altri partiti sunniti dall’altra), la strategia di Daesh risulta essere sufficientemente efficace. Costringere i filo-russi a difendersi per evitare ulteriori danni collaterali e garantire la protezione delle forze rende la pianificazione delle operazioni offensive su Raqqa più lenta per la coalizione anti-jihadista. La mancanza di una nuova offensiva contro il Califfato, dunque, sta consentendo a Daesh di rialzare la testa e modificare il proprio modus operandi: da milizia parastatale a organizzazione ibrida, in bilico fra il terrorismo e la guerriglia.

In realtà questo modello misto di azioni non è per nulla nuovo allo Stato Islamico: visto già in Libia e in Iraq, non era ancora stato definitivamente applicato al  territorio siriano.

Si potrebbe pensare a questo nuovo approccio strategico alla guerra da parte dei jihadisti come a un fenomeno dovuto ad una ‘innovazione’ sul piano di Comando. La crisi militare che ha colpito lo Stato Islamico dopo la battaglia di Palmira (terminata il 27 marzo 2016) ha reso i Comandanti di IS molto prudenti, ma al tempo stesso aggressivi e fulminei: scontri prolungati e contro forze superiori tecnologicamente vengono evitati; si colpisce il nemico in modo talmente rapido da rendere impossibile una sua reazione. Dopo aver ripiegato, le forze di Daesh pubblicizzano una breve imboscata come una grande vittoria, tentando di riguadagnare successo mediatico, con i conseguenti proseliti.

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