sabato, Settembre 18

La guerra di Erdogan al Pkk genera mostri Un conflitto che allontana Ankara dagli alleati, già freddi, e offre possibili sponde all'avversario russo

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Al Presidente turco Recep Tayyp Erdogan si può probabilmente imputare il fallimento della politica estera turca dell’ultimo lustro e, con un margine di dubbio ancora minore, la degenerazione della politica interna. Non solo la Turchia sta conoscendo una spirale di crescente autoritarismo da parte del Presidente – che bolla come ‘terrorista’ chiunque gli si opponga, censura i media, fa arrestare giornalisti e intellettuali e, secondo molti esperti, getta l’ombra inquietante della ‘strategia della tensione’ sugli attentati che si susseguono incalzanti nel Paese -, ma è oramai in stato di guerra aperta con il Pkk (il partito marxista autonomista curdo-turco) nell’est del Paese. Una guerra che, considerato il suddetto fallimento della politica estera turca e i suoi cascami nei rapporti con gli Stati della regione, rischia di diventare un pendio sempre più ripido e scivoloso per gli interessi di Ankara.

La guerra contro il Pkk ricomincia, dopo due anni dalla tregua propiziata proprio dal Presidente Erdogan, nell’autunno 2015, secondo gli analisti per almeno due ordini di motivi. Il primo riguarda l’andamento della guerra in Siria, dove nel corso dell’anno i curdi-siriani del Ypg (legati a quelli turchi del Pkk) ottengono importanti vittorie contro l’Isis e arrivano a controllare la maggior parte dei territori al confine con la Turchia abitati in maggioranza da curdi. Preoccupato per i successi sul terreno e per il crescente consenso internazionale intorno all’Ypg, Erdogan decide – nel momento in cui oltretutto è costretto dalle pressioni americane ad aumentare l’impegno nel contrasto all’Isis, fino a quel momento un contrappeso de facto all’avanzata curda e per questo implicitamente supportato da Ankara – di riaprire le ostilità con il Pkk (e a volte anche contro l’Ypg), nel tentativo di convincere l’Occidente della natura terroristica degli alleati scelti per contrastare l’Isis in Siria. Questa tattica della Turchia non va a buon fine: ancora adesso i curdi-siriani sono sostenuti dalla comunità internazionale come fanteria contro lo Stato Islamico e godono di un vasto consenso. Il secondo ordine di motivi (dove invece la tattica di Erdogan porta i risultati sperati) riguarda la politica interna. Con l’avvicinarsi delle elezioni – le seconde nel giro di pochi mesi, visto lo stallo seguito alle prime in cui il partito di sinistra filo-curdo Hdp aveva ottenuto un ottimo risultato – il Presidente spera che, riaprendo le ostilità coi curdi del Pkk, riuscirà a rubare consensi al partito nazionalista (Mhp) e a ridurre le percentuali per l’Hdp. L’obiettivo viene raggiunto e l’Akp (il partito islamista fondato da Erdogan, al potere dal 2002) ri-ottiene a novembre la maggioranza che aveva perso a giugno. Il prezzo è la guerra che imperversa da mesi nell’est del Paese, con decine di vittime tra i militari turchi e centinaia tra i combattenti curdi, e gli attentati che insanguinano le città turche dell’ovest.

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