lunedì, Ottobre 25

La guerra delle parole

0

«Vitaccia cavallina mi scappa sempre la parolina», recitava una pubblicità del ‘Carosello’ negli anni Sessanta: se scappa la parolina unica soluzione è fare ricorso a una parola inglese? Ovviamente no, ma il fenomeno dell’utilizzo di espressioni provenienti da altri idiomi, nell’epoca di internet, sta divenendo macroscopico in considerazione del contatto continuo e costante che la lingua, per il nostro tramite, è costretta ad avere.

Tanti sono i termini presi a prestito da altri, e da sempre si ripropongono gli scontri tra puristi e non, tra chi ritiene che si debbano utilizzare le parole italiane e chi è favorevole ad accogliere nuove parole: quante volte abbiamo letto e sentito, ad esempio, sull’itanglese (in Francia lo chiamavano franglais), cioè un utilizzo smodato di parole di origine inglese o americana!

La storia ci insegna che chi vince le guerre, colonizza ed impone la propria cultura e la propria lingua: i Romani conquistarono gran parte dell’Europa ed in gran parte d’Europa si parlano lingue neolatine o, nelle lingue non neolatine, molte sono le parole con questa origine. Gli Anglo-Americani sono risultati tra i vincitori dell’ultimo conflitto mondiale, così negli ultimi decenni, l’inglese è diventato la lingua internazionale per eccellenza e molte delle sue parole ed espressioni sono entrate nell’uso di altri.

Come giustificazione all’uso di parole straniere (ripetiamo, soprattutto inglesi), sovente si dice che in italiano certe parole non ci siano: in realtà, spesso, semplicemente non sono conosciute. È il caso di ‘spelling’ che, invece, ha un perfetto corrispondente in ‘compitazione‘ (quindi a ‘fare lo spelling‘ corrisponde ‘compitare‘) ignorato dai più, oppure ‘last but not least‘ espressione di origine shakespeariana (da una frase pronunciata da Antonio nel Giulio Cesare) avente anch’essa un perfetto corrispondente italiano in ‘ultimo ma non postremo‘, peraltro bello ed elegante.

Senza voler apparire autarchici, a volte, dobbiamo dirlo, si esagera con l’uso di parole inglesi, per cui è opportuno riportare attenzione su di un uso controllato di tali termini. Ci domandiamo: potrebbero essere accettati ‘week end‘ al posto di ‘fine settimana‘, così come tutti i termini relativi all’uso del ‘computer‘ (sicuramente ormai meglio di ‘elaboratore‘ o di ‘calcolatore‘) quali ‘mouse‘, ‘download‘ (che brutto scarico!), ‘password‘ (anche se c’è ‘parola d’ordine’ o ‘codice‘), ‘file‘ etc. ormai di utilizzo generalizzato? Probabilmente sì.

Che dire di ‘selfie‘, neologismo australiano nato nei primi anni del 2000, legato all’utilizzo dei nuovi ‘smartphone’ (parola che non ha corrispondente in italiano) ed all’uso dei social media (due parole inglesi entrambe di origine latina: in italiano ‘media sociali‘) che ha un suo perfetto corrispondente in ‘autoscatto‘, ma che è stato registrato già dall’ottobre 2014 nel vocabolario Zingarelli?

Sicuramente poco apprezzabili, soprattutto per la provenienza istituzionale, sono ‘Jobs act‘ per una legge sul lavoro (denominazione che, probabilmente in gran parte, gli stessi destinatari delle normative non comprendono…) o ‘spending review’ per una legge di revisione della spesa pubblica, termini tecnici che hanno i loro facili, naturali e perfetti corrispondenti in italiano e fanno parte di un consolidato abuso di termini inglesi in ambito economico (potrebbe essere interessante indagare il perché di un tale abuso: forse la gran parte degli economisti è anglofona? Forse c’è la volontà di far rimanere quello economico un linguaggio per iniziati? Semplice provincialismo?). Brutto anche ‘boiler‘ per ‘scaldabagno‘.

Accettabile ed accettato ‘gay‘ per omosessuale; del resto il volgare ‘frocio‘ è sempre stato dispregiativo ed è ormai fuori legge (seppure abbia la stessa origine: viene dal tedesco froh, gaio, lieto, quindi stesso significato di gay) così come dispregiativo è ‘recchione’ o ‘ricchione‘, quantunque resista ancora, soprattutto nella seconda forma, in ambito più popolare, nell’area campana.

Un discorso a parte merita il sostantivo ‘negro‘ (più usato dell’aggettivo) che nella nostra lingua non aveva e non ha alcuna connotazione razzistica e che, sulla scia di un utilizzo negativo che ne viene fatto nell’inglese d’America, è stato sostituito da un più banale ‘nero‘. Esso deriva dall’aggettivo latino niger, nigra, nigrum che sta a significare nero, scuro, senza accezioni negative se riferito al colore della pelle. Quindi si potrebbe tranquillamente continuare ad usare (anche meglio di “moro”, sempre in voga nei rebus) se quella sciocchezza del ‘politicamente corretto’ (banale tendenza dei nostri giorni ad eguagliare tutto, distruggendo le differenze invece di rispettarle) non avesse manifestato una volontà ostativa al suo uso. A tal proposito è utile ricordare la canzone ‘Angeli negri‘ portata al successo da Fausto Leali nel ’68: solo pochi anni fa, quindi, la parola non aveva alcun connotato razzistico! Oggi sarebbe politicamente scorretto ascoltare quella canzone? Andrebbe emendata in ‘Angeli neri‘? Fausto Leali deve chiedere scusa?

Questo utilizzo della parola ‘nero‘ al posto di ‘negro‘ ci obbliga ad alcune ulteriori riflessioni relativamente a termini aventi analoga origine. Ad esempio ‘negriero‘ nel senso di schiavista (ma anche in quello figurato che può essere quello di un esigente ed odiato capufficio) deve diventare ‘neriero‘? E le navi che caricavano gli schiavi ‘neri’ sulle coste occidentali dell’Africa diventano ‘neriere’? E l’amaro Montenegro diventato Montenero, non lo si confonderà con il paese di Antonio Di Pietro? E la ‘Negritudine‘ di Léopold Senghor (il grande politico e poeta senegalese), che definisce l’insieme dei valori culturali dell’Africa nera, andrà modificata in ‘neritudine‘? Ridicolo!

E che ne sarebbe dei tanti versi di Dante Alighieri e Francesco Petrarca, in cui ricorre l’odiata parola ‘negro’, o di quelli di Giosuè Carducci in ‘Pianto antico«Sei nella terra fredda/Sei nella terra negra» (stavolta aggettivo), dove, ahinoi, qualora la terra diventasse ‘nera‘ non farebbe più rima con ‘rallegra’ del verso successivo («Né il sol più ti rallegra»)? Infine, la (politicamente) scorrettissima espressione lavorare ‘come un negro‘, modificata in ‘come un nero‘ perderà totalmente la sua ‘vis‘; e chi scrive libri o articoli o musica per conto di altri, senza però apparirne come autore, diventerà ‘il nero‘? Assolutamente insignificante quanto inameno!

Voi come la pensate? Credete che l’italiano debba ricavare nuove parole attingendo alla propria tradizione, non utilizzando, quindi, termini provenienti da altri idiomi (specialmente l’inglese), soprattutto quando ci sono già le parole corrispondenti, oppure credete che l’innesto di vocaboli stranieri vada accettato ed apprezzato anche se determina la decadenza dei vocaboli italiani con lo stesso significato? In sostanza, fate una scelta di campo filosofica anche per la lingua: tutto scorre e tutto cambia (il Divenire di Eraclito) o tutto resta, comunque, immobile ed immutabile (l’Essere di Parmenide)?

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->