giovedì, Agosto 5

La guerra commerciale si trasferisce nel settore dell’auto

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Nonostante, i recenti fasti di Borsa legati alle operazioni tra General Motors e Peugeot-Citroën, Fiat-Chrysler Automobiles (Fca) è finita ormai sotto assedio. Poche settimane fa le autorità competenti sia statunitensi che tedesche hanno lanciato contro la compagnia accuse relative a presunte irregolarità riscontrate nel software che gestisce l’alimentazione dei motori diesel. I modelli presi di mira sono la 500 e la Jeep, che non a caso costituiscono la punta di lancia attraverso la quale la Fca ha avuto modo di concludere il 2016 con un record d’immatricolazioni e di utile netto, nonché di esercitare una concorrenza spietata agli altri grandi marchi statunitensi e tedeschi, vale a dire Ford, General Motors e Volkswagen.

Il fatto che sia stata la National Highway Traffic Safety Administration (Nhtsa) a vibrare il primo colpo non deve stupire, dal momento che Fca ha rimasto ormai ben poco di statunitense. Chrysler fu infatti salvata attraverso un intervento congiunto dell’amministrazione Obama e della Fiat, con la prima che rilevò appena l’8% delle azioni mentre il restante 20% fu acquistato dalla seconda, ma il governo Usa e i sindacati statunitensi e canadesi avevano chiaramente espresso a Sergio Marchionne la pretesa che l’azienda mantenesse un forte radicamento negli Stati Uniti. L’amministratore delegato della Fiat ha tuttavia aspettato il momento propizio per trasferire sia la produzione che il comando effettivo dell’impresa in Europa, voltando le spalle a Washington.

Uno spostamento che riflette gli interessi che Fca nutre nei confronti del ‘vecchio continente’, dove modelli come 500X, Doblò e Punto hanno iniziato a diffondersi piuttosto rapidamente. La cosa ha naturalmente preoccupato i grandi produttori tedeschi, i quali hanno esercitato forti pressioni sugli organismi preposti al controllo elle emissioni, godendo peraltro del sostegno politico di Berlino. Negli Stati Uniti, invece, Fca costruisce il proprio successo soprattutto grazie ai motori diesel. Un settore in cui né General Motors né Ford riescono ad ottenere risultati significativi nonostante i grandi investimenti. A Detroit hanno preso atto di questo divario difficilmente colmabile, e appoggiato quindi con sempre maggior convinzione la prospettiva di lanciare una controffensiva incentrata sul rilancio del motore a benzina a grossa cilindrata che per decenni ha rappresentato uno dei tratti distintivi dell’automobilismo statunitense.

La necessità di ridurre le emissioni ha inferto un duro colpo a questo modello, ma l’insediamento di Trump alla Casa Bianca potrebbe determinare un radicale riposizionamento degli Stati Uniti in materia di tutela dell’ambiente. Le prime mosse del nuovo presidente sembrano inoltre preannunciare un rapido peggioramento dei rapporti con la Germania, il cui export rappresenta uno dei maggiori ostacoli per il rilancio dell’industria statunitense. Se ne era accordo anche Barack Obama, il quale sostenne politicamente l’offensiva lanciata nel 2015 dalla Nhtsa contro Volkswagen, rea di aver installato sulle proprie autovetture alimentate a diesel e commercializzate negli Stati Uniti un software che consentiva di abbassare le emissioni durante i test per controllare l’inquinamento. Pochi giorni prima, Angela Merkel, parlando davanti ai vertici delle maggiori case tedesche riuniti al Salone dell’Auto di Francoforte, aveva sottolineato che: «il settore automobilistico è il principale motore dell’economia tedesca e contribuisce alla crescita dell’occupazione. Grazie all’industria dell’auto, abbiamo una crescita buona e stabile in Germania». Dichiarazioni poco gradevoli per coloro i quali, come i colossi del settore automobilistico Usa, navigavano in acque burrascose anche a causa della brillantezza tedesca.

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