venerdì, Settembre 24

La guerra al terrorismo disintegra l'esercito 40

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Kampala – La guerra contro il gruppo terroristico islamico Boko Haram sta distruggendo all’interno l’esercito nigeriano evidenziando tutta la sua fragilità principalmente manifestata dalle violazioni di massa dei diritti umani, dai fallimenti all’interno della catena di comando, mancanza di armi, supporto logistico e Intelligence adeguate. Le protese e ribellioni dei soldati stanno aumentando causa le povere condizioni di vita all’interno delle caserme. L’esercito è inoltre sotto accusa da parte dell’opinione pubblica nazionale a causa della sua incapacità di trovare e liberare le 276 ragazzi rapiti da Boko Haram e di prevenire attacchi terroristici nelle principali città come Lagos.

Amnesty International afferma che l’esercito nigeriano ha commesso varie atrocità tra la popolazione del nord Nigeria durante la guerra contro Boko Haram. Le denunce ricevute da Amnesty International si riferiscono a violazioni dei diritti umani principalmente attuate nello stato del Borno, la principale roccaforte del gruppo estremistico islamico. Tra le atrocità vengono riportati: torture e trattamenti disumani dei prigionieri, esecuzioni extra giudiziarie, esecuzioni di massa dei prigionieri, atti crudeli e repressione rivolti alla comunità mussulmana del nord. L’organizzazione internazionale in difesa dei diritti umani ha pienamente documentato diversi massacri avvenuti all’interno delle prigioni, mostrando orribili video di detenuti sgozzati uno ad uno e gettati in fosse comuni. Queste gravi violazioni dei diritti umani sono compiute anche dalla Civilian Joint Task Force, una milizia para militare creata dal governo con il compito di supportare esercito e polizia nella lotta contro Boko Haram.

I crimini commessi dalle forze dell’ordine sono così vasti e documentati che è ormai impossibile per il governo e le autorità militari negare il rapporto di Amnesty International. Le autorità si limitano a promettere indagini e di punire i responsabili, specificando che queste barbarie non appartengono alla cultura dell’esercito nigeriano. Una affermazione storicamente contraddetta, basta pensare alle violazioni dei diritti umani e ai crimini commessi dall’esercito nigeriano durante la guerra del Biafra dove la maggioranza della popolazione fu sospettata di sostenere il movimento indipendentistico e per questa ragione perseguitata e uccisa.

Le pessime condizioni di vita nelle caserme e le inadeguate strategie militari hanno spinto varie unità dell’esercito nigeriano a ribellarsi contro i loro superiori. Le mogli dei soldati hanno recentemente iniziato una protesta nazionale contro la guerra a Boko Haram. Accusano il governo di inviare i loro mariti a morire sul fronte senza adeguata preparazione e supporto. L’epicentro della protesta è collocato nelle principali caserme della città nord est di Maiduguri. Le autorità sono state costrette ad rinviare la riconquista della città di Gwoza, controllata dalle milizie Boko Haram, per poter affrontare la protesta delle mogli dei militari che potrebbe facilmente trasformarsi in una rivolta di massa. Da vari mesi i soldati nigeriani si lamentano che Boko Haram possiede miglior armamenti, addestramento militare ed Intelligence. Questi vantaggi rendono difficile sostenere il confronto con questo gruppo islamico. Il rischio di rivolte di massa all’interno dell’esercito nigeriano è preso in seria considerazione dalle autorità dopo l’assassinio del Maggiore Generale Ahmed Mohamed avvenuto in una caserma di Maiduguri. Il Generale è stato abbattuto dai propri uomini dopo averlo accusato di essere responsabile della morte di molti loro commilitoni causa ordini sbagliati e scarso supporto logistico che hanno inflitto pesanti perdite sul fronte.

Le violazioni dei diritti umani e le repressioni contro la popolazione mussulmana non è una prerogativa esclusiva dell’esercito nigeriano. Il Kenya dal 2013 ha subito 95 attacchi terroristici di cui 72 rivendicati dal gruppo terroristico somalo Al-Shabaab che ha scatenato una ondata di terrore in Kenya come risposta all‘invasione della Somalia da parte dell’esercito keniota. Un intervento militare giustificato dalla guerra contro il terrorismo e dalla necessità di stabilizzare la Somalia dotandola di strutture democratiche. In realtà l’intervento keniota è teso a creare un protettorato nella regione del Jubaland e ottenere il controllo dei giacimenti petroliferi scoperti lunga la costa somala confinante con quella keniota. A questo proposito il governo keniota ha firmato contratti non ufficiali con la compagnia petrolifera italiana ENI per lo sfruttamento dei giacimenti somali rivendicando la sovranità di una parte delle coste somale.

Le forze di difesa keniote e il governo stanno rispondendo alla ondata di violenza terroristica con misure simili a quelle adottate in Nigeria: violazioni di massa dei diritti umani, esecuzioni extra giudiziarie e repressione delle comunità somale e mussulmane. Queste risposte sono considerate totalmente inadeguate e accusate di aumentare il supporto terroristico tra le comunità colpite dalla repressione. Il crescente malcontento dei Paesi Occidentali e delle proprie popolazioni riguardo il livello di preparazione ad affrontare la minaccia terroristica stanno creando forti pressioni ai presidenti Jonathan Goodluck e Uhuru Kenyatta. La scorsa settimana il Kenya ha risposto alle accuse nazionali ed internazionali, costringendo il capo dei servizi segreti Michael Gichangi a dimettersi.

Considerati paesi in prima linea nella guerra mondiale contro il terrorismo, Nigeria e Kenya riceveranno aiuti militari ed economici dagli Stati Uniti per rafforzare la loro capacità di contrastare la criminalità internazionale, come dichiarato nel recente Summit USA-Africa. Gli Stati Uniti hanno stanziato 65 milioni di dollari per combattere il terrorismo in Kenya, Nigeria, Ghana, Mali, Niger e Tunisia. Il finanziamento riguarda il periodo 2014 – 2015 e fondi supplementari saranno stanziati nei successivi anni. Washington ha espresso a piú riprese riserve sulla capacità di combattere il terrorismo dimostrata da Kenya e Nigeria. In entrambi i paesi la corruzione di vari ufficiali superiori di esercito e polizia è stata identificata come una delle principali cause dei fallimenti registrati contro il terrorismo. Gli ufficiali superiori di esercito e polizia sono spesso accusasti di facilitare i crimini e la libera circolazione di terroristi nel paese. Le guerre civili in Libia e Siria contribuiscono alla diffusione del terrorismo e all’instabilità in Africa. Accuse a livello mondiale sono rivolte contro Stati Uniti e Unione Europea rei di finanziare gruppi estremisti islamici che combattono in Libia e Siria. Washington, Parigi e Londra sono accusati di armare e addestrare le milizie terroristiche che combattono contro il governo siriano. Sono inoltre accusati di favorire il reclutamento di propri cittadini di fede mussulmana promosso online dai principali gruppi terroristici presenti nel teatro di guerra siriano.

Venerdì 15 agosto 2014 RT (la versione inglese di Russian TV) ha pubblicato la notizia di un reclutamento pubblico nel centro di Londra fatto dal gruppo estremistico Islamic State of Iraq and Syria (ISIS), meglio conosciuto come The Islamic State. Il reclutamento pubblico non è stato fermato dalla polizia che ha promesso di vietare tali manifestazioni a seguito di una generalizzata indignazione dell’opinione pubblica e della comunità mussulmana londinese. ISIS è stato armato e addestrato da consiglieri militari occidentali per combattere il governo siriano.

L’utilizzazione di gruppi terroristici islamici per rafforzare le geo strategie occidentali sta evidenziando l’approccio sbagliato verso il problema terroristico che potrebbe compromettere gli sforzi contro i gruppi islamici estremisti in Africa creando orribili e imprevedibili effetti collaterali. I gruppi terroristici hanno proprie agende ed obiettivi oltre ad un appoggio totalmente opportunistico verso le alleanze con le potenze occidentali. ISIS ha cessato di essere uno dei piú importanti gruppi armati che lottano contro il regime siriano per promuovere il suo obiettivo: la creazione di un Califfato Islamico nel nord est della Siria e nord ovest del Iraq. Progetto in fase di realizzazione come dimostra l’attuale crisi Irachena che crea nuove sfide e minacce alle sicurezza e stabilità internazionali.

 

 

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