lunedì, Settembre 20

La guerra al terrore dell'Iran Via alle esercitazioni congiunte con il Pakistan nello stretto di Hormuz

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L’8 aprile Iran e Pakistan hanno avviato le esercitazioni militari congiunte nello stretto di Hormuz, attraversato dalle petroliere verso il Golfo Persico.
Come ogni anno, le navi da combattimento e i sottomarini partecipano al grande gioco della guerra. Ma quest’anno il clima tra Teheran e Islamabad è particolarmente teso.
La recrudescenza del terrorismo islamico, che l’Iran subisce nelle regioni di frontiera, ha messo a dura prova la fiducia tra i due Governi, legati a doppio filo dal maxi cantiere per la costruzione del gasdotto della Pace dal campo del South Pars a Karachi, ma in braccio di ferro da mesi.
L’ultima frizione risale al pressing diplomatico, dopo il sequestro, il 6 febbraio scorso, delle cinque guardie di confine iraniane vicino alla città di Sarbaz, nella Provincia sud-orientale del Sistan e Balucistan. Nella settimana scorsa, attraverso il canale saudita satellitare ‘al Arabiya’ i salafiti di Jaish al Adl hanno annunciato il rilascio di quattro dei rapiti dai loro covi in Pakistan.

La liberazione è stata confermata da fonti anonime anche ai media iraniani e infine dal Governo di Teheran. Una delle guardie però, mentre la Repubblica islamica sollecitava Islamabad ad agire, sarebbe stata uccisa dagli estremisti. Dichiarato morto il soldato, l’Iran attende la restituzione della salma. «Non ne confermiamo ufficialmente il martirio», ha commentato il Ministro dell’Interno iraniano Abdolreza Rahmani Fazli, «ma il Pakistan è responsabile per la sicurezza ai suoi confini. E, se i terroristi si rifugiano nel suo territorio, deve renderne ufficialmente conto».

Il rapimento ha innescato un tam tam di petizioni sui social network e tra gli attivisti iraniani e internazionali della Rete: solo l’appello Free iranian soldiers ha raccolto oltre 66.300 firme.
La Repubblica islamica ha richiamato l’Ambasciatore del Pakistan a Teheran, ammonendo Islamabad a prendersi maggiori responsabilità nei controlli, pena il «danneggiamento delle cordiali relazioni bilaterali». Nonostante il protocollo di cooperazione tra i due Paesi del febbraio 2013 per «prevenire e combattere la criminalità organizzata, il terrorismo e le attività che minacciano la sicurezza nazionale di entrambi gli Stati», a ottobre il medesimo gruppo fondamentalista ha ucciso 14 guardie di confine iraniane e ne ha ferite altre sei nella stessa area del rapimento: anziché debellarsi grazie ai controlli congiunti sulle frontiere orientali, il male si è acutizzato, con l’accrescere dell’instabilità e il proliferare delle cellule qaedista e salafite in Siria e Iraq.
Citando fonti francesi, la rete satellitare libanese di ‘Al Manar(affiliata agli sciiti di Hezbollah), ha legato l’apparizione del «nuovo e misterioso gruppo Jaish al Adl» a gruppi salafiti, «finanziati e addestrati dall’Arabia Saudita», come rappresaglia per il coinvolgimento delle milizie del Partito di Dio, braccio armato e politico dell’Iran in Libano, in sostegno al Presidente siriano Bashar al Assad. E, più in generale, come parte dell’offensiva radicale sunnita lanciata da Riad in Medio Oriente, nella lotta per l’egemonia contro l’asse sciita che, dall’Iran, attraverso l’Iraq si snoda fino alla Siria e al Libano.

La fonte è di parte, come ‘al Arabyia‘. Ma il rinfacciarsi continuamente accuse tra fronti contrapposti e l’inconfutabile ripresa del terrorismo alla frontiera est dell’Iran danno la misura di come le ostilità anche latenti della regione, anziché stemperarsi, abbiano ripreso vigore con l’esplosione della cosiddetta Primavera araba.
Tutt’altro che pentiti dell’alleanza con i reali sauditi, gli americani tornati a dialogare con la Repubblica islamica hanno gestito le rivolte in maniera confusa e ondivaga, dimostrandosi incapaci di una chiara e coerente politica estera.
Paradossalmente, come dopo l’attacco di al Qaeda dell’11 settembre 2001, gli Usa del Presidente George W. Bush compagno d’affari della famiglia di Bin Laden si trovarono a trattare con l’Iran riformista del Presidente Mohammad Khatami, con la nuova ripresa di al Qaeda Teheran e Washington si trovano di nuovo a convergere contro l’integralismo islamico in Afghanistan e gli emirati islamici in Siria, alle porte della Turchia.
Dalla provincia iraniana sotto attacco parte il tunnel verso Quetta: il capoluogo del Balucistan pachistano dilaniato dalle bombe dei kamikaze, per gli Stati Uniti il quartier generale dei talebani e che, dall’uccisione di Bin Laden, un santuario di al Qaeda.
Come la per cattura dello sceicco del terrore, l’intelligence americana non poté fidarsi fino in fondo dei pachistani, allo stesso modo Teheran ora dubita che parte degli 007 di Islamabad facciano il doppio gioco con Riad.
Stretto a est tra il Pakistan e l’Afghanistan e a ovest tra la Turchia e l’Iraq, l’Iran è una potenza cerniera che ambisce ad allargare la sua influenza in Medio Oriente. Ma con la perdita del controllo statale in almeno tre dei Paesi confinanti, la posizione centrale e dominante dell’antico Impero persiano da forza rischia di trasformarsi in handicap.
Nel Khuzestan, la regione occidentale alla frontiera con l’Iraq, operano altre reti che si ispirano ad al Qaeda e, questo mese, i Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato lo «smantellamento di una cellula in grado di condurre sabotaggi in diverse parti del Paese». L’esperto iraniano Farzan Sabet, fondatore del sito indipendente ‘IranPolitik‘, ha detto all”Indro‘ che “la Repubblica islamica può essere davvero centrale e cruciale nella lotta ad al Qaeda. Questa probabilmente, è una delle aree di maggior sovrapposizione di interessi con l’Occidente”.

Con l’uscita di scena del contingente americano e internazionale entro il 2014, le presidenziali del 5 aprile in Afghanistan sono un test cruciale anche per Teheran.
Stefano Lupo, esperto del think tank indipendente ‘Iran Progress‘, ha scritto per l’Istituto di politica internazionale (Ispi) come il «ritiro americano nella modalità zero option (smobilitazione completa) arrecherebbe un danno rilevante alla stabilizzazione dell’Afghanistan».
L’anarchia sarebbe sgradita sia al Governo pachistano che cerca di liberarsi dalla rete di infiltrazioni, sia all’Iran, che per «allargare la propria penetrazione geostrategica, necessita obbligatoriamente di un Paese in via di pacificazione». Il vuoto politico a Kabul e una conseguente nuova deriva talebana sono lo spettro di tutte le potenze limitrofe: dalla Repubblica islamica, all’India – dove in teoria dovrebbe estendersi la pipeline della pace irano-pachistana – alla Cina e alla Russia, tutti fanno il tifo perché il Presidente afghano in pectore sconfessi l’uscente Hamid Karzai, firmando l’accordo di sicurezza con Usa (Bilateral Security Agreement) per mantenere nel Paese unità ridotte di marines a scopo di «training e assistenza».
Alla vigilia delle manovre congiunte, il Parlamento iraniano ha infine approvato il rafforzamento della cooperazione con Islamabad, per stroncare la rete di Jaish al Adl e altre vecchie sigle.
Una scelta di fiducia probabilmente obbligata: incassati gli aiuti economici da un «Paese islamico amico» e ammesse le «pressioni esterne», a febbraio il Pakistan ha accantonato il cantiere del gasdotto inaugurato un anno prima, perché (proprio una volta sbloccate) le «sanzioni internazionali contro l’Iran sono un problema molto serio». Quasi una beffa: si teme l’ingerenza saudita e i negoziati con l’Occidente, come con l’Afghanistan, saranno un aiuto.

 

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