giovedì, Aprile 22

La green economy passa dai giovani field_506ffb1d3dbe2

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L’Italia diventa sempre più verde, almeno dal punto di vista economico. È quanto emerge da vari rapporti realizzati da associazioni e centri di ricerca specializzati nello studio delle energie rinnovabili e di tutto quel complesso di azioni che rientrano sotto il concetto di green economy. Il rapporto GreenItaly 2013, realizzato da Symbola e Unioncamere, indica infatti che ad oggi esiste un’Italia green composta da un 22% di imprese che reca occupazione e ricchezza in questo settore e che il 38% delle assunzioni complessive programmate nel 2013 si deve a queste realtà. Grazie alla green economy, secondo il rapporto «sono stati prodotti nel 2012 oltre 100 miliardi di euro di valore aggiunto e vengono impiegati 3 milioni di green jobs. I lavoratori green rappresentano il 61% delle assunzioni nei settori della ricerca e sviluppo nel 2013». Dal rapporto emerge, inoltre, che le imprese green sono quelle più competitive, con maggiori esportazioni, e quelle più giovani, constatando che «il 36% delle assunzioni programmate nel 2013 dalle imprese green sono rivolte ad under 30 contro il 30% delle imprese standard».

A rafforzare i dati rilevati da Symbola e Unioncamere è il recente rapporto Green economy on capital markets, realizzato da VedoGreen, la società del gruppo Ir Top specializzata nella finanza per le aziende green quotate e private. Secondo questo rapporto «il 2012 è stato per la nostra green economy un anno decisamente positivo con una crescita media del 3% in termini di ricavi e del 13% in termini di Ebitda (indicatore di redditività di un’azienda in base alla sua gestione caratteristica, ndr) e con un indice Green Italia in borsa del +20% da inizio anno. Analoga crescita si registra a livello europeo con un +10% in termini di ricavi e un +22% di Ebitda». Il rapporto rileva anche la presenza massiccia di investitori stranieri nella green economy italiana. Il 75%, infatti, è di provenienza statunitense, britannica e svizzera. Significativi sono anche i dati rilevati da Fise Unire, l’associazione di Confindustria che rappresenta le aziende del recupero rifiuti, relativo alla crescita dell’industria del riciclo dei rifiuti nonostante la crisi dei mercati internazionali e dei consumi.

I temi della produzione di energia da fonti rinnovabili, di efficientamento energetico, di recupero e riciclo degli scarti di produzione e di consumo stanno riscontrando una grande adesione in molti Paesi del mondo, che hanno preso coscienza della limitatezza delle risorse naturali e del fatto che lo sviluppo e il rilancio economico non possono che essere legati alla salvaguardia dell’ambiente. Una consapevolezza assunta anche dall’Unione europea, che ha proclamato il 2014 come l’anno europeo dell’economia verde. In questo anno cadrà anche il semestre di turno italiano alla presidenza del Consiglio dell’Unione europea e, secondo l’onorevole Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente della Camera dei deputati e del gruppo di lavoro congiunto sulla green economy, sarà una «straordinaria occasione per rilanciare la competitività delle nostre imprese e l’economia a partire dalla green economy, e per offrire una prospettiva anche ai nostri giovani».

L’obiettivo che si pone l’Ue è quello di aumentare, nei prossimi 12 mesi, di 20 milioni i posti di lavoro legati all’ambiente. Una priorità, per raggiungere questo obiettivo, sarà quella di sostenere le imprese nella transizione, aiutandole ad acquisire le competenze e la formazione necessarie per lavorare nella green economy, permettendo loro di competere a livello globale. Un percorso che è già stato avviato da alcune aziende italiane. Dai dati rilevati dall’Eurobarometro 2013 su “Pmi, efficienza delle risorse e mercati verdi”, emerge che 9 imprese su 10 hanno già adottato almeno una misura di miglioramento della propria efficienza energetica o delle risorse ottenendo anche una notevole riduzione dei rifiuti, risparmio energetico e dei materiali.

Per rendere efficienti gli investimenti nella green economy, però, occorrono imprenditori formati e capaci di utilizzare al meglio gli strumenti a disposizione. Non a caso sono nate alcune scuole, master e corsi dediti proprio alla formazione professionale di operatori green. Una di queste si chiama Mastergem, ed è stata creata tre anni fa proprio in risposta alle richieste avanzate dalle aziende per avere personale formato e competente da impiegare nel settore della green economy. Il direttore del master, Giovanni Hausmann, racconta cosa è stato fatto per quella che viene definita green economy e cosa ancora si può fare per agevolarne lo sviluppo e sfruttarla come risorsa per uscire dalla crisi.

 

Dottor Hausmann, qual’è lo stato attuale della green economy italiana?

La green economy è diventata una foglia di fico per tante iniziative, alcune delle quali non c’entrano niente con il significato della parola. Il concetto è molto ampio, non si tratta solo di produzione energetica, ma anche di efficientamento, riuso degli scarti, smart cities e tanto altro. Dire quale è lo stato dell’arte, quindi, è difficile. Da una parte la green economy rappresenta una grande opportunità per uscire dalla crisi, ma dall’altra non sono stati mai definiti i modelli di riferimento e si va avanti senza avere un filo strategico ben preciso. Ad oggi, mentre gli obiettivi 20 20 20 del pacchetto Clima Energia sono a portata di mano, ci sono altri settori che sono molto indietro. Stiamo lavorando molto con i giovani, in particolare con il master, che ha visto una grande partecipazione e un buon placement. Anche lì, però, salvo i grandi investitori, da Enel a scendere, in realtà sotto c’è una massa di soggetti che sono più che altro investitori finanziari. Siamo di fronte a uno scenario articolato, ma credo che nel giro del prossimo anno si chiariranno alcuni scenari e alcune condizioni. Purtroppo, senza una strategia chiara da parte del governo e delle organizzazioni professionali, questo settore fatica ad avere lo sviluppo che merita.

Il 2014 sarà l’anno europeo dell’economia verde. Quali sono le prospettive di sviluppo della green economy per quest’anno?

Io sono ottimista, anche se abbiamo uno scenario talmente variabile che non è possibile dire con precisione cosa accadrà. Esiste un mercato enorme, che rappresenta un cambiamento epocale per i giovani e per i piccoli imprenditori, le pmi e gli artigiani. Il quadro normativo e strategico, però, è confuso e disorienta gli imprenditori. Da una parte abbiamo una normativa volatile, ma dall’altra ci sono molti soldi che sono stati messi a disposizione anche a livello europeo, sia dalla vecchia che dalla nuova programmazione. La tavola è apparecchiata ma la gente non si fida, c’è una propensione all’investimento molto bassa. Io credo che una volta iniziato ci saranno buone opportunità per tutti.

Quali vantaggi può avere la green economy, soprattutto per l’occupazione giovanile?

Obama disse che in America la green economy avrebbe portato un milione e mezzo di posti di lavoro, sottostimando il fenomeno. In Italia le cifre potrebbero essere significative, anche se non so dire con precisione quanto. I soldi ci sono e bisogna solo ritrovare la fiducia dei ragazzi in questo settore. Nelle ultime edizioni del master abbiamo trovato ragazzi molto interessanti ma, purtroppo, poco formati nell’imprenditoria. Buone capacità tecniche ma scarse capacità manageriali.

Quali sono le reali opportunità che offre la green economy per uscire dalla crisi economica?

Dalla crisi si esce solo con nuovi prodotti. Pensare di replicare un’offerta come quella dei primi anni 2000 verso il mercato e pensare di avere successo, é un utopia. Questo significa che devono essere fatti investimenti nella ricerca, bisogna capire le richieste del mercato e convincere il consumatore/imprenditore a investire nella green economy. Gli imprenditori considerano i costi energetici come costi non controllabili, invece il costo energetico, che fino a qualche anno fa rappresentava un peso limitato nel conto economico, oggi ha un valore consistente. Se riusciamo a far capire che risparmiare energia autoproducendola o con l’efficientemento energetico, significa ridurre i costi e recuperare elementi di competitività dei prodotti, la situazione potrebbe sbloccarsi.

Quali limiti incontra lo sviluppo della green economy nel nostro paese?

Ci sono tanti limiti, che dipendono dai vari settori. Per esempio, la rete di distribuzione di energia è obsoleta. La rete energetica è one way, se l’utente vuole rivendere energia non lo può fare. Sull’efficientamento energetico abbiamo un parco edifici obsoleto. O certe situazioni consolidate vengono messe in discussione, oppure se niente cambia non si attraggono investimenti. Oltre ai limiti normativi e strategici, quindi, ci sono anche limiti strutturali. Occorre investire sul rinnovamento, con una visione dell’ambiente non più come qualcosa di statico ma dinamico. Coniughiamo sviluppo con ambiente, e allora i limiti possono essere superati.

A che livello di sviluppo è la green economy italiana rispetto agli altri paesi europei?

Prendendo la produzione energetica e l’efficientamento come campi di analisi, possiamo vedere che per produzione energetica l’Italia dovrebbe essere tra i primi, grazie ai vantaggi climatici, invece siamo molto distanti dalla posizione che potremmo occupare. I modelli tedeschi, francesi o olandesi non sono replicabili in Italia, per una serie di elementi climatici e non. Dovremmo studiare, quindi, una via italiana alla produzione energetica, cosa che è stata fatta ma siamo ancora distanti. Nel Nord Europa è molto sviluppata la produzione di biogas con mais, che richiede grandi consumi di acqua che in Italia non abbiamo. Ma abbiamo allevamenti di bufale e potremmo fare biogas con i reflui zootecnici. Possiamo andare verso lo sviluppo ricercando soluzioni adatte all’Italia. Per questo ribadisco che c’è bisogno di ricerca.

Cosa si può fare per sostenere lo sviluppo della green economy?

Prima di tutto si tratta di un fatto culturale. Bisogna cercare di trovare il modo di produrre energia in proprio. Poi, occorre provare a sviluppare la ricerca e la produzione nazionale, cercando di essere competitivi con i pannelli importati dalla Cina, e ci sono già dei buoni esempi da questo punto di vista. È necessario, infine, migliorare e garantire un quadro normativo che deve essere chiaro, e snellire le pratiche per abbattere i costi di investimento. I giovani, poi, hanno un forte gap manageriale, hanno strumenti eccezionali e non sanno come usarli. Credo che sia necessario investire sul job training, per consentire ai ragazzi di entrare a lavorare e di non fare solo formazione.

Quali sono gli obiettivi, in tal senso, che si pone il vostro master?

Il nostro master nasce da una richiesta delle aziende che hanno bisogno di forze nuove, formate. Sono previsti stage che possono confermare anche la continuità nel lavoro. Il placement prevede contratti di vario genere, ma in queste edizioni diciamo che si attesta intorno al 70%. I protagonisti del master non sono i professori, ma sono le aziende, i centri di ricerca, le associazioni professionali. Sono loro che hanno chiesto il master e sono molto interessati a queste persone, che rappresentano una visione più moderna della green economy. Coloro che hanno più creatività, infatti, nello sperimentare nuove soluzioni.

 

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