venerdì, Settembre 24

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L’Italia assume la guida dell’Osservatorio europeo per l’audiovisivo in un momento molto favorevole per il nostro prestigio culturale nel settore cinematografico. Il dato Cinetel del 15 gennaio conferma infatti un incremento del settore cinematografico tricolore, con una crescita generale del +6,56% sul dato 2012 e incassi di 618.353.030 di euro, +1,45% sull’anno precedente.

Uno sviluppo positivo, dopo anni e anni di tendenza e segno al ribasso. Il cinema italiano riprende a camminare, dopo una lunga sosta. Nell’ultimo anno sono stati venduti più di 97 di biglietti. Questo confermerebbe un rilancio e va anche determinato se il recente decreto Valore Cultura -con il reintegro dei contributi del FUS- abbia contribuito o meno. Anche il numero di film italiani aumenta, a conferma di una crescita del mercato italiano che sale del +4,52%, e conquista un terzo della quota totale dei film in circolazione.

Che piaccia o meno, la produzione dei contenuti resta la vera sfida delle industrie culturali contemporanee: dal cinema al turismo, dalla vendita dei libri fino al mercato musicale. Persino una buona pianificazione urbana non basta a mantenere le mete turistiche in cima alle preferenze dei visitatori. E il ruolo dell’audiovisivo nel promuovere le mete turistiche (città, luoghi, panorami e scenari) resta centrale.

Tuttavia, nonostante le buone performance del mondo del cinema, il 2013 ha visto una diminuzione drastica dell’occupazione, anche nel settore del turismo. -4% di lavoratori occupati, che significano 10.000 occupati in meno negli alberghi e -40.000 persone impiegate in tutto il settore. I dati sono riferiti al sistema turistico-alberghiero di Federalberghi. Ma le presenze in hotel –di italiani e stranieri- sono salite nel complesso, registrando un aumento dello 0,27% nonostante la diminuzione della presenza degli italiani. L’apporto complessivo del settore vede dunque un calo complessivo del valore assoluto.

La situazione generale dell’occupazione nazionale risulta dunque ancora lontana dalla ripresa e nonostante la produzione di contenuti, storicamente ‘a valle’ della catena produttiva, tenda ultimamente ad essere inclusa tra i fattori che producono un valore anche economico, ancora il settore culturale non è in grado di produrre sufficienti posti di lavoro. Nel 2012 le industrie culturali e creative italiane valevano il 15,3% del PIL.

Ma, proprio mentre il cinema italiano celebra il Golden Globe a Sorrentino per la Grande Bellezza, in zona OCSE la disoccupazione sta scendendo, un po’ per volta. L’Italia fa eccezione, con un drammatico 41,6% di giovani disoccupati -a fronte di una media Ocse del 15,4%. Nel solo mese di novembre l’Italia ha visto un tasso di disoccupazione pari al 12,7% rispetto al 12,5% di ottobre. Stanno peggio di noi Spagna, Portogallo e Slovacchia, mentre la Francia è al 10,8% e la Germania al 5,2%. Infine, per dare uno sguardo alla situazione generale, negli Stati Uniti, la disoccupazione scende dal 7% di novembre al 6,7% di dicembre 2013.

Ancora una volta, il problema è italiano. E non riguarda soltanto la disoccupazione, ma anche i dati sui consumi culturali. Nel 2013, più di 24 milioni di italiani con più di 6 anni d’età dichiarano di aver letto un libro soltanto, in 12 mesi, che non fosse legato a motivi squisitamente formativi o professionali. Il numero dei lettori è sceso di tre punti in un anno, passando dal 46% del 2012 al 43% dell’anno seguente. I lettori sono più donne che uomini, dopo la conclusione del primo ciclo di formazione (scuole primarie) e ovviamente la loro propensione si lega alla scuola, all’ambiente familiare e all’educazione ricevuta.

Il dato più curioso -sul quale ci si può interrogare ancora- è però la propensione dei lettori di libri ‘cartacei’ verso l’acquisto di libri. Le librerie storiche stanno chiudendo i battenti. Due casi celebri, la libreria ‘Bocca’ di Milano (fondata nel 1775 e già editore di Silvio Pellico) e la Feltrinelli di via del Babuino a Roma sono due esempi piuttosto eloquenti di quanto la libreria tradizionale attraversi una fase difficile. Anche da qui l’emorragia di posti di lavoro.

Sappiamo però -dai dati 2013- che il mercato mondiale della musica digitale vale ben 5,8 miliardi di dollari in tutto. Alla tendenza molto positiva che si era registrata negli acquisti digitali di musica per il Natale 2012, che vedeva un aumento del download a pagamento del 22% e della vendita di cd del 13,5 segue un rallentamento, legato alla diffusione dello streaming. Nel 2013, per la prima volta, la vendita digitale di album musicali ha così registrato un segno negativo, in Italia e nel mondo. In controtendenza le vendite di dischi ‘analogici’ in vinile. (dati relativi all’Italia nel sito FIMI – Federazione Industrie Musicali Italiane). Le piattaforme di streaming che consentono di ascoltare la musica in rete la fanno da padrone, modificando ulteriormente le tendenze di un mercato molto mobile.

Un rapido riferimento al mondo dell’editoria e del giornalismo evidenzia due esempi contrapposti: da un lato, ‘Financial Times’ che passa dal cartaceo al digitale, abbandonando l’idea di mantenere le rotative con la pubblicità e passando alla vendita di copie digitali per non mandare a casa la redazione. Dall’altro, l’esempio è Newsweek, che invece torna al cartaceo mantenendo il digitale come alternativa. Il messaggio appare paradossalmente chiaro: nessuno dei due mondi, né il cartaceo, né il digitale, è in grado di sostentarsi autonomamente.

Servono azioni congiunte e sinergiche? Forse sì. Il recente decreto Valore Cultura, accolto con molti contrasti, determina un credito d’imposta a favore dei produttori di opere audiovisive e per le imprese che producono ‘fonogrammi e videogrammi musicali’, spettacolo dal vivo e altre forme di promozione degli artisti emergenti.

I dati si intrecciano e contraddicono a vicenda: è in atto una trasformazione del settore delle industrie culturali e la situazione è troppo fluida per consentire valutazioni ferme. Prendiamo così come riferimento la questione dell’occupazione. Se la cultura è un valore e tale valore si determina al 15% circa del prodotto interno lordo, chiediamoci in che cosa si debba materialmente concretizzare. Quanti sono i posti di lavoro che la produzione culturale e di contenuto dovrà determinare in futuro?

Serve ancora mettersi d’accordo su come si debba misurare, questo valore del mondo della cultura e quanto il settore culturale, sommato a quello creativo, contribuisca alla produttività del paese. Restano ancora imprecise e inadatte a dare risposte bastanti tutte le elaborazioni che si sono succedute negli anni, dal PIL come standard internazionale (criticato già nel 1968 da Robert Kennedy in un celebre discorso) alle elaborazioni fatte in tema di economia della felicità da parte del Bhutan e dall’ONU (indice di sviluppo umano). Si approda ai ragionamenti di ‘Sbilanciamoci’ sul livello di benessere regionale -senza dimenticare le classifiche annuali del Sole24Ore- che indicano quale sia il tema vero: la cultura vale, sia in denaro, sia in benessere, se aumenta il benessere dei cittadini.

Di ieri la dichiarazione della BCE sulla lentezza della ripresa del 2014-15 (contenuta nel bollettino mensile): « Guardando al 2014-15, è attesa una ripresa della produzione a passo lento, in particolare grazie ad alcuni miglioramenti nella domanda interna, sostenuta dalla politica monetaria accomodante. » Ma i rischi per l’Eurozona sono ben lungi dall’essere superati. Gli sviluppi finanziari dei mercati continueranno infatti ad influire sul benessere economico, determinando un rallentamento nella ripresa. Si può dunque parlare di crescita, molto lenta, praticamente equivalente a una stabilizzazione delle condizioni in attesa che succeda qualcosa di nuovo.

Accontentiamocik dei successi della ‘Grande Bellezza‘, incoronati dall’ingresso del film nella cinquina degli Oscar per i film di lingua straniera, e… speriamo bene!

 

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