sabato, Ottobre 23

La grande ricchezza: i siti Unesco italiani In Italia i siti sono 49, numero che è il più elevato nella prestigiosa classifica

0

Agrigento_concordia-temple

Molti sanno dell’esistenza di siti dichiarati Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, ma forse non tutti sanno quale avvenimento è alla base della decisione presa dalle Nazioni Unite di istituire la Lista.
La comunità internazionale fu coinvolta dai Governi dell’Egitto e del Sudan quando, nel 1960 all’avvio della costruzione della diga di Aswan, si comprese che la conseguenza più grave sarebbe stata l’inondazione della valle dove si ergevano i templi di Abu Simbel, rara testimonianza per valore e bellezza dell’antica civiltà egizia. L’UNESCO intervenne lanciando una campagna internazionale per finanziare lo smantellamento e la trasposizione dei templi di Abu Simbel e della Nibia in un luogo protetto. Fu un enorme successo e fu anche l’occasione per comprendere come alcuni tesori del nostro passato appartengono non già alle comunità locali o alle Nazioni nelle quali si trovano, ma all’Umanità intera.
Si arrivò, dunque, alla Convenzione del 1972 i cui primi presupposti recitano testualmente: «il patrimonio culturale e il patrimonio naturale sono vieppiù minacciati di distruzione non soltanto dalle cause tradizionali di degradazione, ma anche dall’evoluzione della vita sociale ed economica che l’aggrava con fenomeni d’alterazione o distruzione ancora più temibili … la degradazione o la sparizione di un bene del patrimonio culturale e naturale è un appoverimento nefasto del patrimonio di tutti i popoli del mondo».
È di tutta evidenza come queste affermazioni siano purtroppo ancora attualissime.

In Italia i siti sono 49, numero che è il più elevato nella prestigiosa classifica (la World Heritage List  comprende 981 siti di cui 759 culturali, 193 naturali e 29 misti, suddivisi in 160 Paesi membri). Tuttavia, la Cina segue da presso e, se l’Italia rischia, per la negligenza e spesso per l’incuranza, di vedere cancellato dalla lista uno o più dei suoi siti (si pensi ai casi di Matera o di Pompei), la Repubblica Cinese non solo per l’estensione del suo territorio, ma soprattutto per la politica di sviluppo che caratterizza l’evoluzione verso conquiste sempre più concorrenziali in ogni settore, potrebbe soffiare il primato.
Il mantenimento del primato, del resto, non è obiettivo così facilmente raggiungibile.
Nella mentalità corrente si tende a dare per scontata la ricchezza di cui il Paese è dotato, come fosse un bene non soggetto a svilimento alcuno. Insomma, sembra che sia sufficiente possedere un patrimonio particolarmente prestigioso per assicurarsi un flusso turistico costante, tale da far  registrare un’enorme quantità di visitatori ogni anno. Si tratta di un grave errore.

La Lista dell’UNESCO, in fondo, annovera solo una minima parte dei tesori del passato giunti fino ai nostri tempi; l’Italia può ben essere considerata una penisola-museo, ma non certo trattata alla stregua di un contenitore di oggetti preziosi da custodire come gioielli inerti offerti alla contemplazione, ma anche e purtroppo, al tatto di cultori o curiosi. Investire sulla cultura, sul patrimonio architettonico, artistico, monumentale, valorizzare le tipicità, il paesaggio culturale, esaltare le tradizioni con opportune azioni di tutela e investimenti di capitali è forse l’unica strada da percorrere per dare impulso alla nostra economia. Senza contare che la diffusione della conoscenza del Patrimonio può costituire un formidabile strumento per la convivenza pacifica dei popoli.
Non è esagerato sostenere che la cultura, nell’era della globalizzazione, è soprattutto un’occasione di crescita sociale, di aggregazione tra realtà differenti. In Italia le differenze fanno parte della storia, sono tangibili già quando si passa da un contesto a un altro nella stessa regione. Dunque, che la Lista annoveri esempi di realtà completamente diverse una dall’altra, dall’Arte Rupestre della Valle Camonica, alle Cinque Terre, alle Ville Venete o al Monte Etna, non può che costringere a riflettere sulle immense potenzialità, ancora tutte da sviluppare, del nostro splendido territorio.
Di contro, c’è che, secondo le ultime statistiche, in Italia di questo territorio si fa strage, cementificandone circa otto metri quadri ogni giorno. Si pensi, per esempio, all’anfiteatro greco di Siracusa, immerso, fino a trent’anni fa, nel silenzio rotto solo dallo sporadico fischio di un treno in lontananza e oggi circondato da edilizia scadente, intorno alla quale ruota un elevato traffico automobilistico. L’accrescimento della consapevolezza passa attraverso la comunicazione e la formazione.
I cittadini, specialmente quelli che si trovano in età scolare, hanno diritto di sapere e chi governa ha il dovere di  formare e informare, e correttamente!

Il primo posto nella Lista, insomma, è un primato di cui quasi vergognarsi: possibile, viene da chiedersi, che i siti italiani siano solo49? Non dovrebbero, forse essere molti, molti di più?
L’UNESCO ammette l’inserimento solo di due nuovi siti ogni anno e le candidature vanno costruite con estrema attenzione e cura. Ipotizzando di non vedere cancellato alcun sito dalla Lista e di aggiungerne due ogni anno, l’Italia può conservare il primato.
La condizione principale è che si rafforzi il senso di appartenenza dei singoli individui, che sia incentivata ogni forma di investimento sui beni culturali, che, si ricorda, non sono soltanto quelli appartenenti al Patrimonio cosiddetto (dall’UNESCO) tangibile, ma anche quelle esclusività intangibili  -l’Italia ne conta nella lista già quattro: IL CANTO A TENORE (Sardegna) L’OPERA DEI PUPI (Sicilia), LA DIETA MEDITERRANEA e il SAPER FARE LIUTARIO DI CREMONA– perché la crescita sia sempre più riguardosa del concetto di bene collettivo, e le politiche di tutela vadano incontro alle nuove esigenze di avanguardia culturale. Senza dimenticare che parte delle nostre bellezze è già andata perduta per sempre.  

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.
End Comment -->