martedì, Giugno 15

La Grande Muraglia sfaldata field_506ffbaa4a8d4

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Bangkok – Si è squarciato il velo del Tempio. Quello che sta accadendo negli ultimi giorni a proposito della ufficializzazione dello stato di crisi in Cina, e la quasi contemporanea notifica della svalutazione dello Yuan, hanno gettato lo scompiglio sulle piazze finanziarie di tutto il Pianeta ma, in fondo, anche se nessuno lo affermava a viva voce fino a qualche giorno fa, un po’ tutti si era coscienti del fatto che in Cina si stava per assistere a una vera e propria esplosione di una bolla economico-finanziaria di proporzioni mai viste in precedenza. Per la nota Legge dell’Entropia, che anche in Economia e Finanza esplica i suoi effetti, ciò che sta accadendo a Pechino sta manifestando ripercussioni anche nell’Unione Europea, negli Stati Uniti, in tutto il Globo, e ovviamente anche in Asia, quel Continente variamente decantato come locomotiva planetaria ma che – scendendo nel dettaglio – va guardato con maggiore circospezione e attenzione. È nel dettaglio che si nota la differenza. L’Asia è un continente -anche dal punto di vista economico e finanziario – ‘a macchia di leopardo’, come si suol dire. E una cosa è una crisi di produzione, come quella cui si sta assistendo in Indonesia (mentre in Vietnam si sta pianificando l’ascesa delle future sorti e progressive del Paese); ben altra è la crisi cinese, non solo produttiva (sta venendo meno l’acquirente globale, sempre più in difficoltà anche nell’acquistare merci scadenti o di qualità più bassa rispetto ai propri standard cui normalmente si è abituati) ma anche di tipo finanziario e oggi monetario.

In ogni caso, a partire da giovedì, le valute asiatiche hanno ripreso lentamente a riguadagnare terreno, riprendendo un po’ fiato dopo la disfatta di tre giorni fa, la peggiore degli ultimi vent’anni, soprattutto dopo che la Cina ha rassicurato i mercati che non avrebbe ingaggiato una guerra di valute monetarie. Alcune monete di Paesi emergenti quali la Rupia indonesiana, il Peso filippino e il Won sudcoreano hanno ripreso a salire nel rapporto col Dollaro USA, in particolar modo dopo che la Cina – appunto giovedì scorso – ha deciso di svalutare lo Yuan dell’1,1%.

Il taglio, risultato poi essere più piccolo di quelli attuati nei due giorni precedenti, e le notizie relative al fatto che la Banca Centrale è intervenuta per stabilizzare lo Yuan – Mercoledì scorso – hanno rassicurato gli operatori economici che Pechino non avrebbe permesso alla sua moneta di colare a picco senza freni. Patrick Bennett, uno stratega operativo presso la Canadian Imperial Bank of Commerce a Hong Kong, ha riferito a Bloomberg News: «È probabile che il peggio sia passato. L’intervento della Banca Popolare di Cina (PBoC) ha contribuito a calmierare il mercato. D’altro canto, non si può immaginare che lo Yuan si possa sempre indebolire».

Nel tardo pomeriggio di ieri, il Dollaro è passato di mano per un controvalore di 124,49 Yen contro i 124,24 Yen a New York, dove ha subito un certo colpo a causa delle paure che provenivano da Pechino sui suoi movimenti, in particolare le notizie riguardanti le forti flessioni dell’economia cinese, il che potrebbe indurre a ritardare la decisione USA di rialzare i tassi di interesse.

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