venerdì, Agosto 6

La grande instabilità delle relazioni internazionali nel XXI secolo

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Ci troviamo in una fase in cui le relazioni internazionali vivono un forte cambiamento. Dal bipolarismo post Seconda Guerra mondiale, la guerra fredda ci ha traghettato verso l’unipolarismo ossia una condizione geopolitica in cui vi è un’unica potenza egemone che plasma struttura economica, politica e finanziaria dell’intero globo. Una condizione a vantaggio degli Stati Uniti difficile da accettare come naturale equilibrio internazionale. Infatti venuta meno la contrapposizione dell’URSS (non sconfitta bensì collassata su se stessa per gravi carenze economico-strutturali) Washington ha inteso consolidare la propria posizione egemone non considerando che la stessa potesse rappresentare una mera fase transitoria del riassesto geopolitico globale. Infatti dopo un ventennio si ripropongono nuovi poli-potenza che sempre di più reclamano un posizionamento ascendente nel panorama internazionale. Se da un lato vi sono singole sovranità capaci di ergersi a poli-potenza (es. Russia e Cina), dall’altro il partenariato regionale sembra essere il giusto escamotage per sovranità di media e piccola dimensione, per emergere e non farsi schiacciare in questo nuovo asset globale. Approfondiamo questo tema con il professore argentino Alberto Hutschenreuther, accademico e analista di relazioni internazionali, direttore della rivista di web di approfondimento Equilibrium Global e autore dei saggi “La Política Exterior Rusa después de la Guerra Fría” e “La Gran Perturbación”.

Nel 2014 l’Unione Europea su richiesta statunitense ha attivato un piano di sanzioni nei confronti di Mosca come condanna nei confronti dell’attività russa in Crimea. Le sanzioni restrittive hanno spinto Putin a cercare nuovi partner commerciali, soprattutto per evitare una contrazione delle importazioni nel comparto alimentare. Tale necessità ha riscontrato linfa vitale nella cooperazione con l’America Latina. Può spiegarci il valore commerciale che oggi ha la Russia per l’America Latina?

Il valore commerciale è molto importante in quanto i paesi latinoamericani sono produttori di quei prodotti alimentari che, come conseguenza dei diversi livelli sanzionatori dell’Occidente, hanno spinto Mosca nel 2014 a proibirne l’importazione da Stati Uniti, Europa, Norvegia, Australia e Canada (desidero ricordare che in risposta al rinnovo di tali sanzioni, nel 2015 il governo russo ha esteso tale proibizione fino al giugno 2016).

Ora, le scelte russe di proibire l’importazione di generi alimentari dai paesi sopra citati, ha creato notevoli aspettative tra i produttori latinoamericani. Tuttavia non si può dire che i risultati combaciano con l’enorme aspettativa in quanto sono sopravvenute alcune circostanze che hanno ridimensionato questa illusione e che non sono state prese sufficientemente in considerazione. Parliamo ad esempio della vicinanza geografica alla Russia di paesi produttori di alimenti come la Bielorussia, la Serbia, etc. che hanno approfittato di questo vantaggio. Ciò vuol dire che non vi è stata una sostituzione dei produttori agroindustriali europei con quelli latinoamericani. D’altro lato non si è considerato che a seguito della crisi economica il consumo degli stessi beni d’importazione, diminuirà in Russia. Infine, coloro che maggiormente hanno beneficiato della decisione del Cremlino sono stati gli stessi produttori agroindustriali russi. Diciamo, per non creare troppa delusione, che in America Latina coloro che hanno ottenuto alcuni margini di beneficio da questa situazione sono stati Brasile (il principale partner latinoamericano della Russia) e in minor parte Cile ed Ecuador.

In breve, differenti questioni hanno ‘sgonfiato’ le speranze in America Latina in relazione alla prospettiva di rimpiazzo dell’UE come fornitore di prodotti alimentari in Russia. Però ciò non sta a significare che si devono ridurre gli sforzi. Il mercato russo è molto esigente e l’America Latina eccelle nei suoi standard di competitività nel comparto agroindustriale. Sarà necessario intensificare la diplomazia commerciale, una dialettica a volte poco dinamica per alcuni attori latinoamericani.

Tuttavia osserviamo un aumento dell’interazione tra la gran parte dei paesi latinoamericani e Mosca e ciò avviene da oltre sei anni. A parte il valore commerciale, tutto appare avere importanti implicazioni geopolitiche in una prospettiva di riequilibrio multipolare delle relazioni internazionali. Come vede la strategia di Putin in America Latina?

Non direi che c’è una concezione ideologica russa verso l’America Latin (forse alcune linee strategiche condivise con il Venezuela) anche se considero che esistono diverse situazioni che in termini geopolitici e geoeconomici sono state capitalizzate dalla Russia. In primo luogo, anche se non vi è una nuova Guerra Fredda, la Russia si difende dalla politica di potere che l’Occidente mantiene nei suoi confronti dalla fine del conflitto bipolare. In tale quadro, l’ampliamento dei rapporti (commerciali e non solo) con i paesi latinoamericani, alcuni dei quali appartenenti alla tradizionale area di influenza geopolitica di Washington, è stato (ed è) un’opportunità che Mosca non si è lasciata scappare pur se in molti casi si tratta più di promesse che di fatti.

In secondo luogo, la Russia aspira a trasformarsi in un attore multivettoriale, ovvero, intende seguire un modello ‘non sovietico’ e conseguire un miglior ruolo in tutti i segmenti del potere nazionale, non solo in quello strategico militare come faceva l’ex Unione Sovietica. L’ingresso della Russia nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) da pochi anni, è stato un passo in questa direzione. In terzo luogo, l’America Latina o parte di essa può liberare molto potere economico, ovvero, aprire differenti aree economiche e innovative che possono potenziare l’economia: risorse o beni naturali, iniziative spaziali, energie alternative, agroindustria, etc.. Un processo che necessariamente implica l’interazione con altri attori e la Russia ha le conoscenze necessarie in alcune di queste aree di sviluppo, come ad esempio, nel comparto energetico ed aerospaziale. Infine, il fatto che gli Stati Uniti hanno ‘trascurato’ in parte la regione (continua ad essere un attore centrale per alcune economie) vuol dire che non esiste una dottrina economica come quella sviluppata da Clinton che acquisì mercati ovunque negli anni ’90. Ciò rappresenta un’opportunità che la Russia intende cogliere in pieno e ciò spiega le frequenti missioni e visite russe nei paesi latinoamericani.

Se ampliamo lo scenario e guardiamo alle dinamiche in atto in tutto il mondo, possiamo parlare di una Seconda Guerra Fredda?

Non credo che siamo di fronte ad una seconda o nuova guerra fredda. La guerra fredda aveva delle particolarità irripetibili. Si trattava di una contrapposizione ideologica molto forte e marcata che ampliava la sua influenza in ogni angolo del mendo mediante il coinvolgimento di paesi terzi. In poche parole non vi era angolo del mondo che non fosse sottoposto alle logiche di quel grande confronto. Oggi quindi, non vi è una guerra fredda, ma situazioni di potere che ripropongono una rivalità tra Occidente e Russia. La principale politica di potere è stata ed è l’ampliamento della NATO, che appare una mera decisione atlantica, ovvero, non europea avente il fine di massimizzare il potere restringendo (preventivamente) le possibilità di un’eventuale resurrezione di una Russia revisionista. Tutto ciò è iniziato negli anni ’90, quando la Russia non aveva alcuna capacità di reagire ed era convinta che una cooperazione con l’Occidente l’avrebbe portata a tornare una grande potenza. Un pensiero non condiviso dall’Occidente. Se si può fare un parallelo tra oggi e la guerra fredda, sarebbe più opportuno parlare di una ‘Yalta senza Russia, ma diverso dalla guerra fredda dove si aveva il controllo degli eventi che potevano verificarsi e quindi si determina nei fatti una situazione di instabilità crescente.

D’altra parte, l’ampliamento della NATO ha creato dei problemi all’Europa ossia, ne ha palesato il limite in una propria autonomia strategica. Non credo che alla Germania sia ‘gradito’ sacrificare il proprio potere geoeconomico e nello specifico le proprie relazioni commerciali, economiche ed energetiche con la Russia (nel 2015 il commercio russo-tedesco si è ridotto di quasi il 34% in confronto al 2014). Oggi non si può contemplare il mondo solo dal punto di vista euroatlantico e continuare a mettere in atto azioni strategiche senza tener conto degli interessi tradizionali degli attori preminenti. Se si continua ad avere una prospettiva euroatlantica invece di euroasiatica, credo che si sta perdendo di vista il corso del mondo.

Il suo ultimo libro si intitola ‘La gran perturbacion’ che identifica perfettamente sin dal suo titolo, il clima di incertezza che caratterizza le relazioni internazionali di oggi. L’unipolarismo sembra una soluzione artificiosa, una distorsione del sistema e di fatto solo dopo vent’anni dalla fine della guerra fredda (bipolarismo), si inizia ad osservare una forte frammentazione del sistema con la conseguente nascita di nuovi centri di potere. Cosa ne pensa?

Lo scenario internazionale non solo presenta incertezze sul suo fluire, ma fino ad oggi ha deficitato di ciò che tradizionalmente ha permesso una parziale stabilità relativa in passato alla rete di relazioni internazionali: un regime internazionale ossia una situazione o accordo di massima condiviso da parte dei poteri politici predominanti, così come si evince l’assenza di metodologie per la risoluzione delle controversie internazionali. I differenti attori predominanti mantengono una visione differente sull’ordine internazionale da perseguire. Mentre per alcuni l’intervento nelle questioni interne dei Paesi deve essere la regola, per altri non lo è. Ad esempio Occidente e il duo Russia-Cina hanno in tal senso una visione differente sulla catastrofe siriana.

Tuttavia ciò non vuol dire che il blocco cino-russo si disinteressa del dramma che vivono le popolazioni all’interno dei paesi, ma che non sempre l’ingerenza è stata coerente nell’applicazione dei propositi per la quale era stata ammessa (ad esempio l’intervento in Libia nel 2011). Nonostante ciò, la diversa visione strategica non ha paralizzato totalmente l’iniziativa interventista come d’altronde dimostra l’azione della Francia, autorizzata dall’ONU, nelle zone di proprio interesse in Africa. Però, se in Libia non si fosse sviato agli accordi originali dell’intervento plurinazionale, probabilmente si sarebbero evitati anche tanti morti in Siria così come la trasformazione di questo spazio strategico del Medio Oriente in una sorta di ‘Siriastan’ ovvero un’area di violenza (locale e con estensione ben oltre la regione) attraversata dagli interessi di molteplici gruppi alla mercé dei quali sono rimesse le sorti delle popolazioni ivi presenti.

D’altro lato, l’assenza di un ordine è accompagnata da attività inquietanti, come ad esempio l’aumento della spesa militare su scala globale, il ‘ripristino’ dell’incertezza nucleare (come è stato esplicitato nel recente Summit per la Sicurezza Nucleare tenutosi a Washington), la definizione ‘post-patriottica’ di concetti geopolitici nazionali che estendono interessi ben oltre lo spazio nazionale, la svalutazione delle organizzazioni intergovernamentali, la profusa attività dei poteri predominanti in aree strategiche incluse quelle ‘universalmente condivise’ (teoricamente appartenenti all’umanità), il rischio dell’avvento di un nuovo ciclo di ‘imperialismo delle risorse’, divergenze di scala tra i centri di potere, etc.

Appare chiaro che il mondo non può più esser ‘gestito’ da un solo polo. Il problema è che a parte questo, i centri di potere non sembrano troppo interessati alle questioni di ordine internazionale se non nelle questioni che hanno una rilevanza di interesse collegato alla propria sfera di potere e la sicurezza nazionale. Qui non ci troviamo d’avanti a nulla di nuovo, le relazioni internazionali sono state sempre relazioni di potere e di ‘interessi nazionali anteposti’ alle relazioni di diritto. Tuttavia, la rilevante tematica che oggi ha luogo nel mondo richiede più che mai la cooperazione internazionale e ciò non sta accadendo. Però non dobbiamo pensare solo ai grandi poteri, ma anche a quei paesi di medio potere per i quali il coinvolgimento appare irrinunciabile. Parliamo ad esempio dell’Arabia Saudita e dell’Iran, paesi che hanno potere in Siria ed anche altrove.

Regionalismo per piccole e medie sovranità è la miglior strada per avere un posto nel nuovo sistema internazionale che si sta configurando? O il loro destino è quello di essere sottomesse all’influenza di uno dei centri di potere che anno una sovranità unitaria (Russia, Cina, Stati Uniti)?

Bene, tutto dipende dalla situazione in cui si trovano i paesi ossia se si alleano ad un paese egemone o se ne stanno lontani. Per quegli attori situati in aree di interesse per i grandi centri di potere, le loro politiche di difesa così come le loro speranze di rientrare in determinate aree politito-econimiche e strategiche saranno limitate. È ad esempio il caso dell’Ucraina. Allo stesso modo possiamo affermare qualcosa di simile per le aree adiacenti alla Cina. Recentemente una presidentessa asiatica ha affermato che nella regione dell’Asia-Pacifico esiste, in merito alla concezione di ‘difesa attiva della costa’ da part della Cina, una situazione simile a quella che viveva l’Europa nel 1939: nessuno può opporsi, come avvenuto all’epoca con la Germania, all’attore centrale o di grandi dimensioni e quando si cercherà di farlo potrebbe essere troppo tardi.

Questo ci porta a considerare quanto complesso risulta la configurazione di ‘ordini internazionali regionali’ come suggerisce anche Henry Kissinger nella sua opera ‘Word Order’. Soprattutto quando in alcuni di questi scenari operano attori preminenti e esterni, come ad esempio gli Stati Uniti che sono presenti nelle due regioni geopolitiche più sensibili del mondo: Asia-Pacifico-Oceano indiano dove nel 2020 avrà dispiegato il 60% della sua forza navale ed Europa Orientale dove ha già concentrato forze militari e realizza operazioni di piccola portata.

In questo quadro i paesi latinamericani, almeno quelli che non fanno parte del ‘Mare Nostrum’ statunitense, possiedono un potenziale geopolitico importante nel fatto che non vi è una potenza egemone che ridimensiona le sovranità adiacenti né che tanto meno che chiede ciò ad altre potenze maggiori ed esterne. È un dato di fatto e di importanza per la regione e il progresso del regionalismo in essa insito.

Argentina nella multipolarità: quale sarà il suo ruolo? Sembra che il paese ha un grande potenziale inespresso, sempre in equilibrio tra la leadership regionale e il declino. Cosa manca a Buenos Aires per affermarsi potenza?

L’Argentina ha tutte le carte in regola per essere una potenza di livello medio rispettata e influente nella regione di appartenenza e oltre. In alcuni momenti è stata un attore rilevante: desidero ricordare che basti andare al principio del XX secolo per trovare un’Argentina candidata ad essere una potenza di rilevanza internazionale insieme ad Australia e Canada. Negli anni ’50 addirittura l’economia Argentina superava quella brasiliana. Allo stesso tempo, lo sviluppo culturale del paese rispondeva pienamente ai requisiti che Lawrence Harrison riteneva fondamentali affinché i paesi crescano e si sviluppino: il così detto fattore culturale. Però negli anni ’70 si è creato un frazionamento interno che danneggiò il paese. Con il ripristino della democrazia, nel 1983, anche se ci sono stati notevoli progressi, ci sono grandi questioni nazionali che non trovano una soluzione in termini di politiche di governo efficaci come ad esempio la sicurezza e l’istruzione.

Credo che fino a quando la corruzione non verrà eliminata dall’Argentina, non si avrà una vera ascesa. In altri termini, come non mai il paese ha bisogno che i suoi organi pubblici, in particolar modo l’organo giudiziario, agiscano. La società lo chiede a gran voce. È importante ricordare che una delle questioni che maggiormente ostacola la crescita economica non solo in Argentina, ma in vari paesi della regione, è proprio la corruzione. Credo che la soprannominata ‘legittimità del risultato’ è tanto importante quanto ‘la legittimità d’origine’.

Argentina-Russia e Argentina-Cina. Questi accordi di cooperazione sono stati sviluppati dalla presidenza di Cristina Kirchner e attualmente sono oggetto d’analisi da parte del governo Macri. Cambierà qualcosa o si preserverà l’idea di un approccio pragmatico nello sviluppo delle relazioni internazionali?

Credo che non si debba porre la questione in termini dicotomici. L’Argentina deve sviluppare una politica estera globale che la traduca in un attore capace di procacciarsi mercati e allo stesso tempo tecnologi. Ha la risorse per conseguire questo scopo ed il cambio di governo ha avuto un impatto (o svolta) necessario per reindirizzare il paese verso questo. Resta da vedere se a predominare sarà il pragmatismo o il pregiudizio ideologico che aspira eccessivamente allo spazio atlantico-europeo.

Il precedente governo aveva una visione estera che non solo ha portato il paese in luoghi insignificanti per l’interesse nazionale, ma ne ha praticamente screditato e isolato dal mondo. In questo approccio, se non solo nel pensiero dei soggetti che hanno maturato tale politica, il Protocollo d’intesa con l’Iran firmato nel 2013, non avrebbe mai aiutato a chiarire l’attentato ad un istituto ebraico a Buenos Aires nel 1994. In Iran stesso, tale patto non è mai stato approvato.

Infine, vorrei segnalare che quegli accordi di cooperazione nacquero sotto la presidenza Kirchner, ma ciò non vuol dire necessariamente che sono vantaggiosi per gli interessi nazionali, soprattutto l’accordo con la Cina nel quale si concorda l’istallazione di una base spaziale del paese asiatico in territorio argentino. Un accordo della durata di 50 anni e sui quali ci sono molte riserve. D’altra parte, l’accordo commerciale argentino-cinese non solo favorisce Pechino, ma in alcuni aspetti ripropone quel vecchio vincolo commerciale argentino-britannico, ovvero, come perfettamente ha avvisato l’economista argentino Julio Sevares, prestiti e investimenti cinesi consolidano e promuovono la specializzazione produttiva e di esportazione di beni dal basso valore aggregato.

In merito alla relazione con Mosca, l’interazione diplomatica non si traduce in uno scambio commerciale, che resta scarso nonostante i numerosi accordi di cooperazione firmati. Oggi il peso delle relazioni con Cina e Russia passano da Brasilia, non per Buenos Aires.

 

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