martedì, Ottobre 19

La grande farsa dei Marò

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La perizia conferma: non sono stati i marò a uccidere

Dall’11 maggio del 2012 il Governo italiano è in possesso di un rapporto dettagliato sull’incidente, redatto dall’Ammiraglio Alessandro Piroli, allora capo del terzo reparto della Marina, l’ufficiale più alto in grado inviato in India.
Secondo il dossier, l’avvistamento avviene alle 11,55 (ora indiana 16,25), a sole 2,8 miglia dal mercantile. L’equipaggio calcola che il battello sia in rotta di collisione con la petroliera. Quando il peschereccio è ad 800 metri dalla Lexie iniziano le prime segnalazioni luminose. L’imbarcazione non cambia rotta e procede dritta contro la Enrica Lexie. Raggiungendo i 500 metri di distanza. Latorre e Girone sparano le prime due raffiche di avvertimento in acqua. Il natante si avvicina ancora. Il sospetto che si tratti di pirati si fa ancora più concreto quando le due imbarcazioni si trovano a 300 metri l’una dall’altra. Girone identifica, tramite binocolo, la presenza di persone armate a bordo del motopesca. In particolare si accorge che almeno due dei membri dell’equipaggio sono dotati di armamento a canna lunga portato a tracolla con una postura evidentemente tesa ad effettuare un abbordaggio della nave. Latorre esegue la terza raffica di avvertimento in acqua, costituita da quattro proiettili. Il peschereccio non accenna a cambiare rotta. Anzi, continua ad avvicinarsi fino a raggiungere una distanza di 100 metri, puntando al centro della nave. A quel punto i due marò riferiranno all’Ammiraglio Piroli di aver sparato l’ultima raffica, ancora una volta in mare (non sui pescatori-pirati), quando soltanto 50 metri separano la petroliera dal St. Antony. Ed ecco che finalmente il peschereccio sfila verso il mare aperto. Piroli riporta per conferma il racconto dell’unico testimone del St. Anthony, Freddy, il proprietario, svegliato (ha dichiarato) dal suono delle sirene.

Il rapporto ha un intero, delicatissimo paragrafo sulle prove balistiche effettuate dalla Polizia indiana alla presenza di ufficiali dei Ros e del Ris dei Carabinieri. «Sono stati analizzati dalle autorità indiane quattro proiettili, due rinvenuti sul motopesca e due nei corpi delle vittime. E’ risultato che le munizioni sono del calibro Nato 5,56mm fabbricate in Italia. Il proiettile tracciante estratto dal corpo di Valentine Jelestine è stato esploso dal fucile con matricola assegnata al sottocapo Andronico. Il proiettile estratto dal corpo di Ajiesh Pink è stato esploso dal fucile con matricola assegnata al sottocapo Voglino. Ma a questo punto dovrà essere appurato se l’azione di fuoco è stata condotta con la finalità di effettuare tiri di avvertimento in acqua erroneamente o accidentalmente finiti a bordo», oppure se si sia deciso intenzionalmente di «indirizzare il tiro a bordo del natante».
Come se non bastasse, è arrivata di recente una versione cingalese a intorbidire il tutto. L’ogiva recuperata in sede autoptica sarebbe compatibile con un kalashnikov, le mitragliatrice Pk o Pkm di fabbricazione russa, jugoslava e cinese. Un arma non in dotazione dei fucilieri italiani ma di alcuni Paesi tra cui, appunto, lo Sri Lanka e l’India,  da tempo «in conflitto per la gestione delle zone di pesca del tonno con respingimenti in mare da parte cingalese». E i pescatori indiani erano andati, secondo quanto riportato dalla stampa locale, proprio a pesca di tonni.  L’ogiva da 31 millimetri (incompatibile con le armi Nato che con il loro calibro arrivano fino a un massimo di 23 mm), è stata ritrovata «quasi intatta nel cranio del pescatore tanto da consentirne la misurazione». Un elemento che denota che «che quel colpo è stato sparato da almeno un chilometro di distanza, se non di più».

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