venerdì, Aprile 16

La Gran Bretagna e la difesa della democrazia di Hong Kong field_506ffb1d3dbe2

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Il 19 dicembre del 1984 i governi del Regno Unito e della RPC (Repubblica Popolare Cinese) firmavano la Dichiarazione Comune Sino-Britannica, con la quale veniva risolta la spinosa questione di Hong Kong. L’isola di Hong Kong era stata ceduta da Pechino alla Gran Bretagna nel 1842 dopo l’umiliante sconfitta cinese nella prima Guerra dell’Oppio. Con la firma del Trattato di Nanjing, la piccola isola di 80,4 km² divenne possedimento coloniale britannico al quale, con la Convenzione di Pechino del 1860, venne aggiunta una parte della penisola di Kowloon. La crescita della popolazione della colonia, lo scoppio della peste bubbonica nel 1894, e le preoccupazioni britanniche per la difesa di Hong Kong contro possibili attacchi provenienti dall’entroterra cinese portarono Londra a richiedere a Pechino un’estensione del territorio della colonia nella penisola di Kowloon.

Dopo la sconfitta subita nella guerra contro il Giappone del 1894-95, l’Impero Cinese non aveva i mezzi militari per opporsi alle pressioni britanniche. Così, nel 1898, Pechino concesse alla Gran Bretagna un’area di 952 km² per un periodo di 99 anni. I Nuovi Territori, come vennero poi chiamati, costituivano più dell’86% della superficie totale della colonia di Hong Kong. A quel tempo pochi politici britannici avrebbero immaginato che, a un decennio circa dalla scadenza dei 99 anni, Londra si sarebbe ritrovata a negoziare l’estensione della concessione sui Nuovi Territori con una Cina forte, indipendente, e in spettacolare ascesa economica.

Il difficile compito di risolvere la questione di Hong Kong spettò al governo di Margaret Thatcher, la quale si recò a Pechino nel 1982 convinta di poter mantenere l’amministrazione britannica nella colonia. Come spiega essa stessa nelle sue memorie, ‘Gli anni di Downing Street‘, la sua posizione iniziale prevedeva che la Gran Bretagna continuasse ad amministrare Hong Kong. «La fiducia e la prosperità di Hong Kong dipendono dall’amministrazione britannica,» spiegò ai leader cinesi. «Se i nostri due governi trovassero un accordo per l’amministrazione futura di Hong Kong, se quest’accordo funzionasse in modo tale da salvaguardare la fiducia dei cittadini della Colonia, e se esso fosse accettato dal parlamento britannico, allora potremmo anche prendere in considerazione la questione della sovranità.»

Per una volta, però, la ‘Lady di ferro’, famosa per la sua grinta e determinazione, trovò in Deng Xiaoping un politico che, in quanto a forza di volontà, non era secondo a nessuno. Dopo pochi giorni, Margaret Thatcher fu costretta ad abbandonare completamente i suoi obiettivi e, di fatto, a conformarsi alla posizione ufficiale della Repubblica Popolare. Come scrisse Margaret Thatcher anni dopo, i cinesi «non erano disposti a fare compromessi e … erano intenzionati a riprendersi la sovranità su tutta Hong Kong, sia l’isola che i Nuovi Territori, non più tardi del 1997 … Il nostro incontro fu abbastanza cortese. Ma i cinesi non si mossero di un millimetro dalla loro posizione.» Deng Xiaoping addirittura minacciò di invadere Hong Kong se il governo britannico non avesse accettato di rinunciare pienamente alla sovranità e all’amministrazione di Hong Kong.

A quel punto, la posizione di Margaret Thatcher cambiò radicalmente. Dato che la concessione cinese sui Nuovi Territori sarebbe terminata nel 1997, il Primo Ministro britannico si convinse che non vi era alcuna possibilità di tenere l’isola di Hong Kong, essendo questa del tutto dipendente dall’entroterra per i rifornimenti di cibo e acqua. L’unico scopo del governo di Londra era ormai quello di negoziare una ritirata decorosa e di ottenere «il massimo livello di autonomia per Hong Kong che i cinesi si fossero impegnati a garantire.»

Fu così che, nel dicembre del 1984, i governi di Londra e Pechino firmarono la Dichiarazione Comune la quale, sulla base del principio di «un Paese, due sistemi» proposto da Deng Xiaoping, garantiva a Hong Kong non solo ampia autonomia ma anche il mantenimento del proprio sistema capitalistico e delle libertà ereditate dall’era britannica, fra cui la libertà di stampa, parola, associazione, e l’indipendenza del sistema giudiziario. La dichiarazione venne registrata nel giugno del 1985 presso le Nazioni Unite.

La Gran Bretagna, benché abbia rinunciato a qualunque tipo di struttura istituzionale che mantenga dei rapporti diretti fra il governo di Londra e quello di Hong Kong, si è sempre considerata garante dell’accordo del 1984 in quanto sua cofirmataria. A partire dal 1997 il Segretario per gli Affari Esteri britannico presenta al parlamento di Westminster un resoconto sulla situazione a Hong Kong, l’ultimo dei quali, firmato da William Hague, copre il periodo fra il gennaio e il giugno di quest’anno. Il documento, benché tenda a rassicurare l’opinione pubblica, non ha potuto ignorare gli avvenimenti degli scorsi mesi che hanno messo in evidenza le crescenti tensioni fra Pechino e la società civile dell’ex colonia. A trent’anni dalla Dichiarazione, infatti, molti dubbi stanno emergendo sulla volontà del regime comunista di mantenere le libertà promesse nel 1984 ai cittadini di Hong Kong.

Il governo di Pechino è stato spesso accusato di interferire negli affari interni di Hong Kong e di intaccare le libertà sancite dalla Dichiarazione Comune e dalla Legge Fondamentale, una sorta di costituzione dell’ex colonia.  In reazione alle ingerenze del governo centrale, nel 2013 due professori ed un pastore protestante di Hong Kong hanno dato vita al movimento ‘Occupy Central’ per promuovere l’adozione del suffragio universale nelle elezioni del Capo Esecutivo di Hong Kong del 2017. Alla fine di giugno il movimento ha indetto un referendum non ufficiale al quale hanno partecipato, secondo le stime degli organizzatori, quasi 800,000 persone. Il primo luglio, migliaia di persone hanno preso parte ad una marcia di protesta contro le politiche antidemocratiche di Pechino.

Le accuse nei confronti di Pechino sembrano confermate da un controverso libro bianco diffuso di recente nel quale il governo centrale afferma che «la Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong è una parte inalienabile della Repubblica Popolare Cinese e una regione amministrativa locale subordinata al Governo Centrale del Popolo. In quanto stato unitario il Governo Centrale della Cina esercita la sua piena giurisdizione su tutte le regioni amministrative locali, inclusa Hong Kong. L’ampio grado di autonomia di Hong Kong non è un potere ad essa inerente, ma un potere che le deriva unicamente dall’autorizzazione della leadership centrale. Hong Kong non gode né di completa autonomia né di un potere decentralizzato. Essa ha il potere di amministrare i propri affari locali nelle modalità autorizzate dal Governo Centrale del Popolo.»

Inoltre, il libro bianco sostiene che «il Capo Esecutivo, gli alti funzionari di stato, i membri del Consiglio Esecutivo e del Consiglio Legislativo, i giudici e altro personale giudiziario» devono «soprattutto essere patrioti». Questo è, a tutti gli effetti, un modo per fare della lealtà dei politici, dei giudici e dei funzionari statali di Hong Kong nei confronti del partito comunista la condizione necessaria affinché essi possano svolgere le loro cariche pubbliche.

Dopo la pubblicazione del libro bianco, Chris Patten, l’ultimo governatore britannico di Hong Kong, ha rotto il silenzio che di solito mantiene sulla situazione dell’ex colonia dopo il 1997 per criticare duramente l’atteggiamento di Pechino. «In uno stato di diritto i giudici sono indipendenti e non dovrebbe esserci nessuna pressione o istruzione dall’alto che li spinga a sottomettersi a considerazioni politiche,» ha dichiarato Patten.

Il libro bianco ha suscitato le ire, fra gli altri, della Hong Kong Bar Association, un’associazione degli avvocati. Essa ha subito preso posizione in difesa dell’autonomia dei giudici, dichiarando sulla sua pagina web che «i giudici e il personale giudiziario della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong non devono essere considerati parte della burocrazia».

Il 27 giugno centinaia di avvocati di Hong Kong sono scesi in piazza per protestare contro le ingerenze di Pechino che mettono a rischio il sistema giudiziario della regione, il quale è basato sul diritto britannico – una delle caratteristiche che distinguono Hong Kong dalla Cina continentale. Fra i manifestanti vi era anche Martin Lee, fondatore del Partito Democratico ed egli stesso avvocato di professione. Definito il «Padre della democrazia di Hong Kong» da sostenitori dei diritti umani, egli è da anni una spina nel fianco di Pechino, che lo considera «un servo dei colonizzatori». Membro del Comitato Costituente della Legge Fondamentale di Hong Kong dal 1985 al 1989, Lee fu costretto ad abbandonarlo dopo le proteste studentesche di Piazza Tiananmen del 1989 a causa dei suoi punti di vista troppo filodemocratici.

Proprio Martin Lee si è di recente recato in Gran Bretagna insieme a Anson Chan, ex funzionario politico sia durante il periodo coloniale che dopo il 1997, per ricordare al governo di Londra le proprie responsabilità nei confronti dell’ex colonia e della corretta applicazione della Legge Fondamentale nello spirito della Dichiarazione Comune del 1984. «Mi sembra che la politica britannica nei confronti di Hong Kong si possa  riassumere in poche parole: più rapporti commerciali con la Cina. E’ una vergogna» ha dichiarato Martin Lee, evidentemente deluso dalle politiche britanniche.

Anson Chan, parlando di fronte ad una commissione parlamentare britannica, ha dichiarato che, nonostante «il Regno Unito voglia, come molti altri paesi, espandere i propri rapporti commerciali con una Cina sempre più ricca e potente» esso non debba contravvenire ai propri «obblighi morali e legali nei confronti di Hong Kong secondo quanto previsto dalla Dichiarazione Comune».

David Cameron, il Primo Ministro britannico, e George Osborne, il Ministro delle Finanze, hanno ignorato la visita dei due ex politici di Hong Kong. Soltanto Nick Clegg, il Vice Primo Ministro, ha incontrato Martin Lee ed Anson Chan. Egli ha confermato l’impegno di Londra nel difendere i principi della Dichiarazione Comune. Secondo alcune fonti citate dal ‘Guardian‘, Clegg ha criticato duramente l’atteggiamento dei suoi partner di governo, sostenendo che essi sono troppo ‘deferenti’ nei confronti di Pechino.

Diversi giornali britannici hanno incitato il governo a prendere una posizione più chiara in difesa della democrazia a Hong Kong. «E’ venuto il momento che la Gran Bretagna riscopra la propria bussola morale e metta la Cina a confronto sulla questione di Hong Kong» ha scritto l”Economist‘. Il ‘Financial Times’, in un recente editoriale, ha titolato: «La Gran Bretagna deve difendere Hong Kong», aggiungendo che il Paese non può ignorare la minaccia alla democrazia posta da Pechino.

Le pressioni dell’opinione pubblica hanno avuto effetto, e il parlamento britannico ha annunciato che darà il via ad un’inchiesta per verificare se i principi della Dichiarazione Comune vengano applicati o meno. Secondo il ‘South China Morning Post‘, membri del comitato d’inchesta potrebbero visitare Hong Kong nel futuro per farsi un’opinione diretta sulla situazione.

Il governo della Repubblica Popolare ha duramente criticato la decisione del parlamento di Londra. «In quanto Regione Amministrativa Speciale della Cina, gli affari di Hong Kong sono questioni interne della Cina,» ha dichiarato Hong Lei, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese. Ha esortato la Gran Bretagna a rispettare la posizione e le preoccupazioni della Cina con azioni concrete, di non venire meno ai propri impegni e di non interferire in alcun modo negli affari interni di Hong Kong, in modo tale da garantire uno sviluppo positivo delle relazioni sino-britanniche.

 

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